Due nuove serie tv inglesi, “Dickensian” e “Guerra e Pace” in onda su BBC, tracciano un prima e un dopo per il genere. Ma l’adattamento dei fondamentali è nuova frontiera o profonda carestia di genio?

L’Inghilterra dice addio ai i suoi migliori nobili da esportazione. Dopo 6 stagioni, Downton Abbey chiude il palazzo e l’Europa televisiva torna alla prova: serve la conferma internazionale che può ancora competere con l’America di Shonda Rhimes.

Inizia la BBC e sceglie la via facile, saccheggiare il sacro: a fine dicembre con Dickensian, un riuscito (dicono loro) crossover tra tutti i personaggi di Dickens. Subito dopo, Tolstoj: a gennaio danno Guerra e Pace a puntate. Servivano trame già collaudate: quando l’idea nuova manca, si prova con un’idea vecchia pregando che la copia venga meglio dell’originale.

Ma rubare bene ai classici è l’unica cosa più faticosa di scriverli: a parte l’ovvia difficoltà della sfida ai padri, il problema degli autori è che in questo decennio lo show televisivo è diventato un genere pretenzioso. Hanno cominciato a fare i molto intelligenti col risultato che lo spettatore è diventato implacabile: per meno di «capolavoro!» non vale la pena, cambia canale.  Alla bellezza – come agli altri lussi – si fa l’abitudine: considerata l’offerta, il pubblico Netflix oggi può permettersi di essere peggio di quello Adelphi.

War and Peace

Laurie Sparham

Dickensian

Breve storia dell’evoluzione

Anni 70 e 80 — Ci avviarono alla sitcom. Happy Days e i suoi fratelli nascono per far divertire. Fatta eccezione per casi come Roots (1977), storia di una famiglia di schiavi americani, al grande tema si rinuncia perché il grande tema non conviene. Per gli sceneggiatori ci sono solo vantaggi: senza precisi obblighi di condotta morale o immorale in favore di trama, il personaggio funziona meglio. E infatti – quanto a irraggiungibilità dello stereotipo – è quasi il 2016 e Arthur Fonzarelli non ha neanche un numero due. Quanto al pubblico di serie: le guardavano tutti quando cenavano a casa, ma non erano argomento di discussione a cena fuori.

Anni 90 — È il tempo del Principe di Bel Air. E altro: Seinfeld e Friends. Più elaborate, ma è ancora intrattenimento con il sostegno e le risate preregistrate.

Fine secolo — L’ultima mutazione. Sorkin dimostra con West Wing che il political drama è possibile, Sex and The City riesce a illudere che la zitella deluxe sia un tipo umano diffuso. E il mainstream è conquistato. Arriva il beneficio del dubbio per lo spettatore ossessionato: se hai i cofanetti delle serie tv in casa, non è più detto che sia per deficit di vita vera.

Sappiamo com’è andata da lì in poi: in quindici anni le serie tv hanno preso tutto il mercato. «Non so niente di serie» vale quanto «non leggo», sono il perfezionamento culturale necessario perfino dell’intellettuale. Ma il problema oggi non è tanto di chi guarda, è di chi scrive. I 400 show mandati in onda nel 2015 dicono: siamo al completo. E se l’autore aspira all’accademia delle serie sofisticate, il pubblico conta su un cinismo impeccabile e una calcolata difficoltà della scrittura. Quindi si toccano gli intoccabili (Tolstoj) perché dopo il musical (Empire) e il cinema a puntate (Fargo) non è rimasto niente di intentato, a parte il copiare classici? O il parassita delle serie tivù è ormai talmente in salute che può permettersi di tutto? A novembre Shonda Rhimes è arrivata a trascinare in clinica un’Olivia Pope incinta per avere la scena dell’aborto. C’era Silent Night per la crisi di coscienza del pubblico. È chiaro che per gli inglesi adesso il campo è impraticabile, perciò prendono tempo seguendo il protocollo non ufficiale di quando non sai che scrivere: apri un romanzo russo, titolo a caso. Originalità: piacerebbe a tutti, ma è difficile che ci si riesca.

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