A Roma, per ogni cassonetto davanti a casa traboccante di spazzatura, per ogni marciapiede inesistente, c’è una consolazione: c’è un bar con il pergolato a Trastevere

La prima volta che ho visto Roma pioveva tantissimo, come nel film Suburra. E non ha quasi mai smesso, come in Suburra. Ero una bambina su una Diane beige, dormivo sdraiata per il lungo sul sedile dietro senza le cinture, appoggiata a una valigia, fra asciugamani, guide del Touring e pinne. Avevamo solo le pinne, in realtà, perché mia madre aveva dimenticato tutte le scarpe in una borsa sul tavolo in cucina, faceva parte dei riti della partenza per un viaggio in automobile: essere molto nervosi, dimenticare ogni volta qualcosa di importante, accorgersene in autostrada, darsi la colpa a vicenda. Quel nervosismo e le cose perdute rassicuravano mia madre, significava che sarebbe andato tutto bene. Da allora ho cercato sempre di innervosirmi prima di una partenza, convinta che fosse l’unico modo possibile di partire, ma ho scoperto, con il tempo, che l’ansia di un altro non vale.
Quella volta ci fermammo a Roma, sotto la pioggia, per comprare le scarpe (a nessuno serviva un altro paio di scarpe, stavamo andando in Sicilia, al mare, ma l’idea di andare a comprare le scarpe a Roma era elettrizzante). La pioggia non finiva mai, una pioggia grassa, con le gocce enormi e calde, mettevo la mano fuori dal finestrino per sentirle: la Diane aveva il tergicristallo rotto e non si vedeva niente, mia madre diceva che era pericoloso e che non si vedeva niente, mio padre sbuffava e in effetti non vedeva niente, io tacevo e non vedevo niente, fino a quel momento indimenticabile: l’arcobaleno dietro il Colosseo, che quasi gli andavamo addosso. Il primo arcobaleno della vita, il primo Colosseo da vicino anche, con la macchina scassata e tutta la gente in giro beata e senza ombrello, la pioggia che essendosi fermata per dieci minuti era come se non fosse mai esistita.
Il Colosseo, gli alberi, l’arcobaleno, la strada larga e piena di un mondo scomparso, e intanto le automobili e i turisti e le pizzerie, tutte le persone contagiose nei modi e nelle parole, e l’impressione di nessuna solitudine, e si poteva anche scendere dall’auto senza averla davvero parcheggiata e fare le fotografie. Ma ogni volta che mio padre faceva le fotografie succedeva qualcosa al rullino, oppure si dimenticava il tappo sopra l’obiettivo, insomma non ho nessuna foto, ma il ricordo nitido di qualcosa di meraviglioso, irripetibile, disordinato, diverso da tutto. «Che fortuna i bambini romani», ecco il pensiero che mi si era piantato in mente, e lanciai insieme a tutti cinquanta lire nella Fontana di Trevi, saltellando sulle mie nuove espadrillas rosse. Quel pensiero è rimasto lì piantato sempre, e negli anni si è allungato, ha preso la forma di un desiderio, di una felicità quando andavo a Campo De’ Fiori per una notte e un giorno e mi sembrava che quella piazza contenesse tutto il mondo, e quando finalmente a Roma ho provato a vivere e a imparare un lavoro (tre mesi, poi se non funzionava tornavo a casa), quel pensiero non è andato mai via. Nemmeno mentre sentivo l’affanno dell’adeguamento, la paura di essere un’intrusa, o quando mi perdevo in motorino per le strade e per il Muro Torto, e arrivavo in ritardo agli appuntamenti e inventavo storie di incidenti e di strade bloccate, con l’aria annoiata che avevo imparato a fingere (tutti avevano quell’aria, a metà fra lo scontento e il disinvolto, anche mentre ci si divertiva tantissimo, anche la notte seduti sulle scale di Trinità dei Monti), mentre in realtà mi stupivo di tutto e volevo tutto.
Anche adesso attraversare Ponte Garibaldi e guardare il fiume mi toglie il fiato. Quel pensiero non se ne va nemmeno quando tutta la città è bloccata perché piove, anzi la pioggia mi fa tornare in mente la Diane beige con il tergicristallo rotto, e a ogni passo cerco il Colosseo, a ogni autobus che non passa faccio due passi in più, a ogni ingorgo sul Lungotevere c’è comunque uno squarcio di cielo, di fiume, qualcosa di stupefacente che sta lì da sempre, c’è Castel Sant’Angelo da fotografare al tramonto, all’alba, la notte. E per ogni gesto arrogante, di automobilista, impiegato, tassista, per ogni impossibilità di pagare le bollette della luce e per ogni cassonetto traboccante spazzatura davanti alla porta di casa, per ogni marciapiede inesistente c’è un atto di gentilezza inaspettato, una consolazione, un premio, un bar con il pergolato di edera a Trastevere, qualcosa che sta dentro l’umanità e l’autarchia morale dei romani, e di quelli che romani diventano in un minuto: per farlo basta stare fermi e respirare.
I primi anni vivevo a San Lorenzo, vicino alla Stazione Termini, dividevo l’appartamento con una ragazza romana magnifica, e se ero stata giù al Nord per il fine settimana (perché Roma non mi filava ancora granché e aveva ragione: Roma accoglie tutti, non si ribella, non mette divieti, ma è come un gatto, non si sbraccia per farti restare, a volte finge di non vederti, cambia strada, oppure fissa su di te uno sguardo severo, non fa smancerie, se ne infischia di chi ti credi di essere, si struscia solo se ne ha voglia o se ha fame, ma se la ami invariabilmente ti amerà indietro), la domenica sera verso le undici e mezza arrivavo alla stazione Termini e tornavo a San Lorenzo a piedi per via Marsala, attraversando strade buie e archi sotto i quali stavano, pronti per la notte, venditori ambulanti e forse anche spacciatori, rapinatori, non lo so, non ho mai chiesto che lavoro facessero, né loro hanno mai chiesto niente a me, ma anche quella era Roma: un’incosciente che cammina di notte con uno zaino sulle spalle e loro che la lasciano passare. E a poco a poco, mentre Roma cominciava ad amarmi indietro, a lasciare che imparassi le strade e le case e le trattorie, giù al Nord ci tornavo di meno e sentivo crescere questo orgoglio romano un po’ tronfio, un po’ insolente, accompagnato dall’euforia che dà la libertà di poter essere tutto, o anche niente, dentro un posto che è allo stesso tempo metropoli e paese, internazionale e campagnolo, pochissimo snob ma moltissimo presuntuoso.
E poi la decadenza, e quell’idea che qualunque cosa per contrastarla sia superflua, già vista, perché comunque gli altri posti, i buoni esempi, Londra, Parigi, New York, Milano, sono solo un aspetto del mondo. Mentre Roma il mondo lo comprende tutto, da sempre, e allora si può essere sedentari, casalinghi, pensare ad altro: l’amore, i sentimenti, gli amici, mangiare, disperarsi, guardare fuori. Roma non ama né ammira il potere, è il potere che vuole Roma: lei si lascia prendere ma mai del tutto, non si eccita, non gliene importa davvero, e quindi non le importa nemmeno di quel che si dice di lei, come quando io sgrido il mio gatto che ha distrutto un divano e lui mi guarda vago, gira la coda e se ne va con calma. Vengo da una città bellissima, che ti addormenta o ti ferisce a morte (è la definizione che ha dato di Napoli Raffaele La Capria, ma è molto adatta a Ferrara), e vivere a Roma è stato per me cominciare a vivere. E adesso è la vita, con lo stesso sentimento di quell’arcobaleno dietro al Colosseo cento anni fa.

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