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Il rottamatore di Spagna

di Guido De Franceschi e Alessandro Giberti
fotografie di THOMAS CANET
IL 77 18.12.2015

Albert Rivera, leader di Ciudadanos, magari non vincerà le elezioni del 20 dicembre, ma tutti sanno che prima o poi toccherà a lui governare a Madrid. Storia di una funambolica carriera politica, con nudo, nata a Barcellona

Il futuro presidente del governo spagnolo si chiama Albert Rivera. “Futuro presidente” non significa necessariamente “prossimo presidente” e quindi non è detto che sarà proprio Rivera a giurare davanti a Felipe VI dopo le elezioni generali del 20 dicembre. Nessun dramma: per la presidenza c’è tempo. Entro quattro anni, dice lui. Anche prima, diciamo noi.

Rivera è a capo del partito Ciudadanos (“Cittadini”), il cui nome viene abitualmente abbreviato in “C’s”, ed è uno dei più interessanti leader europei in pectore, di nuovo conio post-ideologico. Avvocato, 36 anni, nato e cresciuto a Barcellona, Rivera è un ragazzo fortunato, dote non secondaria nell’uomo politico. Fortunato innanzitutto nell’ascesa al suo primo incarico importante: il presidente di partito. A lui non piace che si ricordi il percorso surrealista con cui è arrivato alla guida del movimento politico Ciudadanos, e ne ha ben donde. Nella ricostruzione offerta in Entre Bambalinas, la prima biografia di Rivera scritta da José Alejandro Vara e Pablo Planas (Editorial Stella Maris), il congresso del 2006 che lo incorona presidente si configura come un vero delirio, una sorta di riunione del Partito radicale italiano organizzata da Salvador Dalí con la collaborazione di Eugène Ionesco. Dalla guerra per bande tra fondatori, padri nobili e ultimi arrivati, emerge l’idea geniale: seguire l’ordine alfabetico per scegliere segretario e presidente. I promotori di questa emozionante soluzione non avevano considerato che tutti gli spagnoli hanno due cognomi e non sempre sono noti con il primo dei due. Visto che la cosa aveva generato ulteriori equivoci, ecco il colpo di teatro: considerare soltanto il nome di battesimo. Quindi, Albert Rivera presidente del partito e, per un’incollatura onomastica e benché non fosse neppure candidato a questa carica, Antonio Robles segretario. Per precisare ulteriormente il contesto dada in cui si svolse il congresso, va aggiunto che Robles scopre soltanto in quel momento l’esistenza del compagno di partito Albert Rivera (per il quale era “prevista” tutt’al più la funzione di portavoce, sulla base del titolo di “campione di dibattito a squadre” conquistato ai tempi dell’università). Così iniziava la carriera politica di quello che, date queste premesse, si prefigurava come un potenziale Daniele Capezzone iberico. Invece ora c’è chi lo celebra come il Matteo Renzi spagnolo. Javi Gómez, direttore di Papel, il formidabile settimanale del Mundo, scrive che «il modo di porsi, l’iperattivismo energetico, l’estetica di rottura, il cambio di paradigmi e la conquista folgorante del potere accomunano il quarantenne Renzi al trentaseienne Rivera».

 

Albert Rivera Díaz, figlio unico del barcellonese Agustín Rivera e dell’andalusa María Jesús Díaz, è nato il 15 novembre del 1979.
Alla sua prima partecipazione alle elezioni generali spagnole (2008) Ciudadanos ha ottenuto lo 0,18% dei voti. Alle Europee del 2014 il 3,16%

Nell’inedita corsa elettorale a quattro (Partito popolare, Partito socialista, Podemos e, appunto, Ciudadanos) che, secondo i pur non molto affidabili sondaggi, decreterebbe la morte del tradizionale bipartitismo spagnolo, Rivera parte da una buona posizione. E anche qui si dimostra fortunato. Fortunato perché l’argomento centrale dell’attuale dibattito pubblico spagnolo, e cioè l’ipotesi indipendentista catalana, coincide con la ragione sociale originaria del suo partito, che è nato nel 2005 come single-issue party in opposizione al nazionalismo catalano (riferendosi a quel periodo non si può ancora parlare di indipendentismo tout court, dato che nel 2005 in Catalunya la secessione da Madrid era confinata al piano onirico di una netta minoranza). Fortunato perché l’exploit di C’s alle elezioni catalane – in cui ha preso il 18 per cento ed è diventato il primo partito d’opposizione – è avvenuto a meno di 90 giorni dalle generali, convertendosi di fatto in uno straordinario volano elettorale. E fortunato soprattutto perché i popolari, i socialisti e da ultimo anche Podemos, per dirla alla Gianni Clerici, sembrano giocare una partita a “Ciapa no”, impegnati come sono a giocare in difesa dei loro voti residui più che a vincere di slancio la competizione elettorale. I popolari perché hanno un leader (l’attuale premier Mariano Rajoy) che sembra pronto per il museo di Madame Tussauds; i socialisti perché ne hanno due e mezzo invece di uno (il segretario legittimo Pedro Sánchez, la pasionaria andalusa Susana Díaz e il sempiterno tutore Felipe González); Podemos perché ha un leader, Pablo Iglesias, che addirittura si sconfigge da solo (richiesto di una previsione elettorale in tv, Iglesias ha “corretto” i sondaggi sfavorevoli al suo partito senza accorgersi che, con i dati del suo personalissimo pronostico, Podemos era sì primo ma prevalevano numericamente le destre).

Nonostante sia considerato “il nuovo che avanza”, Rivera nuovo non lo è per nulla. La sua forza politica, Ciudadanos, nasce sotto l’impulso di quindici intellettuali nel 2005 a Barcellona, due mesi prima dell’approvazione da parte del Parlament del nuovo Statuto autonomico catalano, molto più nazionalista del precedente. C’s nasce precisamente in opposizione a quell’Estatut la cui bocciatura da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid farà detonare la società catalana, innescando quel che oggi è conosciuto da quelle parti con il termine di Procés, e cioè il processo verso una Repubblica indipendente. Già Ciutadans, il nome originale, in catalano, del partito, tradisce origine e scopo: partito catalano, di cittadini catalani, avversi al nazionalismo catalano. E qui è opportuno distinguere: il “catalanismo”, cioè il sentimento di appartenenza ed esaltazione dei valori distintivi della personalità storica della Catalunya, e il “nazionalismo catalano”, cioè la volontà di dare una qualche statualità o addirittura l’indipendenza alla Catalunya, non sono sinonimi. Ciutadans si presenta alle elezioni regionali del 2006, dopo una campagna elettorale sensazionalistica, con il neoleader Albert Rivera ritratto completamente nudo – solo le mani a foglia di fico a coprire le vergogne del candidato – e lo slogan “Il tuo partito è appena nato”. Il risultato, per una neonata piattaforma civica, è buono: 3 per cento dei voti, tre scanni al Parlament.

Ma la domanda è: che partito è Ciudadanos? Il nome, a prima vista, parrebbe un archetipo populistico di rara perfezione, ma va contestualizzato nella particolare situazione catalana. I ciudadanos sono in prima battuta i cittadini alieni al “pujolismo”, il pluridecennale sistema culturale e di potere di Jordi Pujol, che è stato presidente della Generalitat de Catalunya dal 1980 al 2003. Ma non solo: all’epoca della comparsa del manifesto fondativo di C’s, il governo catalano è in mano al tripartito, e cioè a una coalizione di tre partiti di sinistra (di cui soltanto uno nazionalista). Il manifesto dei quindici intellettuali, conosciuti come i G15, è una chiamata alle armi per i catalani estranei a queste due macrosfere di influenza culturale: non certo una porzione maggioritaria della società, tutto il contrario. Ad ogni modo, mentre, cena dopo cena, i G15 mettevano a punto il manifesto al defunto ristorante El Taxidermista di Plaza Real (toponomastica magistra vitae), il 26enne Rivera era impiegato nel settore legale di una delle più importanti banche catalane, la Caixa, continuava a giocare a pallanuoto e frequentava con medesima insoddisfazione due poli opposti della vita politico-sociale: il Partito popolare e il sindacato UGT, storicamente affiliato al PSOE. È proprio in questo strabismo politico, in questa apparente schizofrenia che sussiste il senso di quello che diventerà Rivera. È un uomo perfettamente post-ideologico: si sente parte della classe lavoratrice ma ne rifugge ideologismi e conservazione; si sente spagnolo e catalano – e non il contrario – ma vede chiaramente il limite invalicabile del PP in Catalunya, che è ancora oggi quello di proporre una visione antropologica (Chiesa, corrida, siesta, brillantina per capelli) che in Catalunya è indecifrabile. Così, quando la sera del 21 giugno 2005 i G15 presentano il loro manifesto, per Rivera è la folgorazione. Avvicina uno dei relatori, Francesc de Carreras – suo professore di riferimento all’università, ancora oggi parte fondamentale del partito – dicendogli solo: «Contate su di me». Qualche mese dopo Rivera diventerà presidente di Ciutadans.

Figlio di commercianti del barrio popolare de La Barceloneta, bicampione regionale di nuoto (stile libero), iper-filoamericano, laureato in Diritto presso la prestigiosa Business School Esade legata ai gesuiti eppure convintamente laico, ha costruito la sua notorietà a livello nazionale attraverso un instancabile pattugliamento di ogni studio televisivo e radiofonico. La sua collocazione politica rimane sfuggente. Per questo, alcuni, specie a sinistra, rimangono diffidenti e lo chiamano naranjito (“arancino”, l’arancio è il colore identitario di C’s) o addirittura falangito (il riferimento è alla Falange protofascista del quasi omonimo José Antonio Primo de Rivera) quando non direttamente facha (“fascio”). I nazionalisti catalani, invece, vanno sul sicuro: españolista, españolazo, botifler (“traditore”). In effetti, al di là di ogni estremizzazione (il presidente di C’s ha anche ricevuto minacce di morte con strascichi giudiziari), il profilo di Rivera, frutto di un’operazione di ingegneria elettorale molto marketing oriented, non è di semplice individuazione: basti pensare che, benché nel manifesto fondativo il suo partito venga esplicitamente identificato come di centro-sinistra, in realtà quasi chiunque in Spagna (a parte i propagandisti del Partito popolare, spaventati dall’emorragia di voti verso Ciudadanos) lo percepisce come di centro-destra. Non ci si deve fare ingannare dall’aspetto tranquillo e dall’eloquio sereno: dal 2006 a oggi Rivera ha sistematicamente marginalizzato ogni forma di dissidenza interna e ha plasmato a propria immagine il partito, che tra l’altro è diventato – la fonte è un autorevole giornalista madrileno che chiede di rimanere anonimo – un’Invincibile Armata di «belle ragazze». Per orientarsi, non resta che leggere il programma elettorale di Ciudadanos. Sotto lo slogan “Con ilusión” (una sorta di “Hope” obamiano), c’è un elenco di misure che possono potenzialmente attrarre una consistente porzione di elettorato e più che potenzialmente irritare i protagonisti del consociativismo iberico: una riforma costituzionale per rivedere, in senso drasticamente “riduzionista”, il sistema delle autonomie regionali, trasformare il Senato in una Camera territoriale e cambiare la legge elettorale (per premiare i movimenti politici nazionali “altri” rispetto al bipartitismo e punire le forze regionaliste); un unico contratto nazionale di lavoro (sul modello della flexicurity danese); un taglio medio dell’Irpef del 3 per cento; un complemento salarial per chi non raggiunge un reddito minimo annuale; una completa riforma della scuola con introduzione di un bilinguismo quasi perfetto (spagnolo e inglese). Rivera potrebbe vincere le elezioni, e sarebbe un trionfo, ma non ha alcun obbligo di arrivare primo. Infatti, con ogni probabilità, il suo partito sarà comunque l’ago della bilancia per quasi tutte le coalizioni di governo possibili. È uno scenario che pare estrapolato dal primo dei due criteri di rilevanza dei partiti di Giovanni Sartori, il “potenziale di coalizione”, e cioè «la capacità di un partito di formare coalizioni e la sua utilità all’interno della compagine governativa». Con l’inedito scenario elettorale a quattro, l’indicatore di Sartori colpisce il jackpot e fa impazzire la giostra: le molteplici simulazioni effettuate dagli analisti danno Ciudadanos perfettamente al centro dello scenario politico post-elettorale. Mentre PP e PSOE hanno due possibilità di connessioni governative (tra di loro e, rispettivamente, con C’s e Podemos) e Podemos ne ha altre due (PSOE e C’s), Ciudadanos ne ha tre: teoricamente può formare il governo con tutti: PP, PSOE, Podemos. E poco importa che Rivera abbia già detto che non entrerà in alcun Esecutivo che non sia presieduto da lui stesso (Renzi anyone?), quel che importa è la presa d’atto che al centro del sistema politico spagnolo c’è il suo partito. In caso di mancata vittoria alle urne, infatti, a Rivera basterà attendere. Con ogni probabilità il “pareggio tecnico” si tradurrà in un “governicchio” o in un governo costituzionale per cambiare la legge elettorale e riformare la Carta, che difficilmente completeranno la legislatura. A quel punto, il potere di erosione che Ciudadanos ha già messo in mostra (nei sondaggi è passato dall’8 per cento di gennaio al 20 di oggi; prima di gennaio non era neanche conteggiato a livello nazionale) potrebbe far prendere a Rivera l’ennesimo treno ad alta velocità Barcellona-Madrid, questa volta con fermata straordinaria alla stazione Moncloa.

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