Carrie Brownstein, ovvero la quintessenza della modernità: suona (bene) con le Sleater-Kinney, recita (bene) in Portlandia e ora scrive un intenso memoir sullo sfondo dell’amato Pacific Northwest, con il suo sound inconfondibile, il suo lato selvaggio e i bagni gender neutral

Prima 7 album in 10 anni, chitarra e voce delle Sleater-Kinney, per Rolling Stone nel 2000 «la miglior rock band d’America». Poi 48 episodi in 5 stagioni di Portlandia, sgangherata serie tv creata con l’amico Fred Armisen. Eppure c’è voluto un nuovo disco dopo 10 anni di silenzio – No Cities to Love, accolto con unanime entusiasmo – e un memoir in cui ha scelto di mettere a nudo se stessa per rendere finalmente giustizia al talento di Carrie Brownstein. Che per promuovere Hunger makes me a modern girl ha scelto di aggiungere “book” a quella parola “tour” a lei così familiare, dopo anni di concerti in giro per il mondo. Questa volta, però, amplificatori spenti e atmosfera unplugged: conversazioni a due, intime, una tappa a Brooklyn con Questlove, un’altra a San Francisco con Dave Eggers. Poi, ovviamente, fermate obbligatorie anche a Portland e a Seattle, il suo Pacific Northwest, locus fondamentale per spiegare perché questa donna appena oltre i 40 anni – musicista, scrittrice, attrice – sia oggi da considerarsi espressione perfetta della nostra contemporaneità.

Occorre una mappa per orientarsi nel mondo di Carrie Brownstein, una mappa che ai quattro punti cardinali sostituisce altrettanti luoghi per lei fondamentali, che disegnano una geografia dei sentimenti tutta da scoprire. Si parte dallo Stato di Washington, e da un’interessante antologia uscita nel 2009 – State by State. A Panoramic Portrait of America – nella quale ognuno dei 50 Stati Usa viene affidato alla penna di un suo cittadino. Lei scrive di Redmond, dove nasce, come di «un luogo in parte selvaggio in parte piatto, monotono». È la metà degli anni 70, «e non avrei mai più avuto bisogno di chiarire che la mia città natale fosse un sobborgo di Seattle». Il perché? Semplice: Microsoft ne fa il proprio giardino di casa, stabilendoci quartier generale e campus.

Bradley Meinz / The Guardian

Poco più a Est, attraversato il lago Washington, ecco Seattle, appunto. All’inizio degli anni 90 la città è in fermento, pronta a esplodere. Soundgarden e Mudhoney, ma soprattutto Nirvana e Pearl Jam, fanno sbocciare quella scena musicale ribattezzata grunge, influenza decisiva per lo stile portato poi sul palco da Brownstein & compagne. Seattle per lei è «musa, faro che illumina», ma non arriva mai a sentire la città davvero sua. Perché al grunge manca quel cromosoma femminile che invece si sta sviluppando in una piccola cittadina poco più a Sud, irresistibile magnete per qualsiasi ragazza con aspirazioni artistiche. A tutte loro Olympia – e l’università locale, l’Evergreen State College – appare come «la culla della civiltà», un luogo mitico quanto «Berlino o Parigi negli anni 20». Strade, locali, aule universitarie sono un unico pentolone ribollente di suoni e parole, che trovano espressione in band (Bikini Kill e Bratmobile) e fanzine (Jigsaw) di autentico culto locale. Da questo humus germoglia la musica delle Sleater-Kinney, interpreti (a volte loro malgrado) di quel movimento Riot Grrrl che dà voce alla terza ondata del femminismo americano e la cui scena gravita proprio attorno al college, ieri come oggi assurdo laboratorio di varia umanità che cammina scalza per il campus, suona l’ukulele in pausa pranzo e fa pipì in bagni gender neutral. Qui si forma la sua stessa identità sessuale, fluida – accetta infine di definirsi bisessuale – ma anche un’ambizione, mal sopportata dalla comunità locale, ostile a ogni forma di successo. E allora via, destinazione Portland, tappa per ora d’arrivo del suo lungo viaggio, personale e artistico. Una città che «se fosse un gesto sarebbe una scrollata di spalle» e «un luogo – scrive – dove la gente sente ancora di poter andare per scomparire». Tranne che nel suo caso.

Chiudi