Appunti su una città che non si limita a resistere alle intemperie, ma le trasfigura con cinismo, ironia e un’irrefrenabile vitalità festaiola. Le nostre società non sono fragili, sono fortissime: anche perché non c’è nulla di più rassicurante di un cliché che si realizza

Ho scelto di vivere a Parigi perché la considero il luogo più civile della terra. Non dico che sia un punto di vista obiettivo. È solo un’impressione, per quanto abbastanza largamente condivisa. Sarebbe facile giustificarla con ragioni che, per fortuna, non hanno smesso di moltiplicarsi dopo il 13 novembre. Se ripenso alle ultime settimane, mi vengono in mente le strade chiuse e le sirene, Hollande marziale e Sarkozy smarrito, le bandiere a mezz’asta e i tavoli al ristorante che si trovano un po’ troppo facilmente. Però anche un vecchio libro di Giraudoux comprato su una bancarella e il miglior paté che mi sia capitato di assaggiare, le sale del Musée Rodin appena riaperto e una prolungata conversazione alcolica sulle virtù dell’ultimo James Bond.

Mi fermo qui, perché il rischio di cadere nel fabiofazismo è sempre in agguato. Il mese appena trascorso ha offerto occasioni preziose di ammantare anche gli episodi più insignificanti di un alone di eroismo e di nostalgia.

Se sotto attacco c’è il nostro stile di vita, anche la sbronza più insulsa presa dalle parti di Oberkampf diventa un atto di resistenza civile. Per non parlare delle prime a teatro, del sushi kosher di rue Freycinet o degli americani che suonano il pianoforte per strada. Tutte cose simpatiche e piacevoli e perfino necessarie. Che però diventano leggermente ridicole se chi le consuma ha dipinta sul volto l’espressione compresa del freedom fighter.

La verità è che non dobbiamo illuderci sulla nostra debolezza. Mi spiace per i pessimisti, per i declinisti e perfino per Giuliano Ferrara che scrive così bene, e conosce Parigi così a fondo, ma ogni tanto dice che abbiamo perso.

Non solo non abbiamo perso, ma siamo in una botte di ferro.

È un errore continuare a parlare della fragilità della nostra società, delle certezze che i nostri avversari avrebbero e noi avremmo perduto. In realtà è vero il contrario: la nostra società è forte e resisterà a qualsiasi assalto perché accetta le contraddizioni e le include. L’integralismo islamico avrà anche il privilegio di una coerenza assoluta, prerogativa di tutti i fanatismi, ma la nostra forza sta nella convivenza di tante coerenze diverse.

È un po’ più confusa e contraddittoria e tardiva e inefficiente, la risposta che una società del genere è in grado di dare alla minaccia totalitaria? Certo. Non siamo Sparta. Né l’antica Roma. E neppure Washington che, sotto le apparenze subtropicali, conserva la disciplina del castro militare. Il generale De Gaulle, che pure non mancava di attitudine al comando, si chiedeva già come fosse possibile governare un Paese che produce trecento tipi di formaggio.

Però fanno un po’ ridere, quelli che dicono che Parigi è fragile perché è fondata sulla bellezza, sulla cultura e sulla joie de vivre. In genere sono editorialisti americani, hanno il mito di questa città-mondo che gli sembra appartenere a un altro tempo, e la descrivono sempre come una specie di Atlantide – o di Palmira – destinata a essere prima o poi sommersa dai flutti. Invece è vero esattamente il contrario. È proprio perché è fondata sulla bellezza, sulla cultura e sulla joie de vivre – nonostante il malumore dei tassisti e la scortesia dei camerieri – che Parigi è indistruttibile. Un’amica russa, anche un po’ parigina come tutti i russi, mi ha raccontato l’origine della parola bistrot. Pare venga dal russo bystro, presto. Che è l’esortazione che i soldati dello zar che occupavano Parigi dopo la sconfitta di Napoleone rivolgevano agli osti perché avevano paura di essere sorpresi dai superiori a bere vino e champagne. Bystro! Sbrigati, gridavano ai camerieri mentre trangugiavano nettari mai assaporati prima – e a parte questo si comportavano assai educatamente, se è vero che i testimoni del tempo dicevano che tremavano del loro successo e davano l’impressione di voler costantemente farsi perdonare la propria presenza. Ora, non so se sia autentica, la storia dell’etimologia russa (Wikipedia la liquida come una leggenda metropolitana). Ma se non è vero è ben trovato. E comunque, nel corso dei secoli, Parigi ha prodotto centinaia di esempi di questa energia d’inversione, in virtù della quale a una tragedia può capitare di trasformarsi in un progresso, se non addirittura in un piacere.

Il ristorante moderno, per come lo conosciamo, nasce nei giorni oscuri del Terrore. Quando i nobili perdono la testa e i loro dipendenti, cuochi, camerieri e quant’altri, restano disoccupati. Che fanno allora, i servitori rimasti senza lavoro dell’aristocrazia del Faubourg Saint-Germain? Si mettono in proprio e aprono i primi ristoranti degni di questo nome. Da allora in poi, le delizie dell’arte culinaria saranno alla portata anche dei palati più plebei. La diaspora dei cuochi dell’ancien régime segna l’inizio della modernità gastronomica.

E appena si chiudono i giorni del Terrore, per la città è tutto un fiorire di bals des victimes. Serate danzanti riservate ai membri dell’aristocrazia che abbiano perso almeno un familiare sotto la lama della ghigliottina. I partecipanti sono vestiti a lutto e portano i capelli tagliati molto corti o rialzati, come quelli dei condannati prima dell’esecuzione. Le donne impiegano un piccolo pettine per sollevare i capelli sulla nuca, origine di uno stile di acconciatura molto alla moda, detto coiffure à la victime… Parigi è così. Non si limita a resistere alle intemperie, le trasfigura attraverso il cinismo, una punta d’ironia e l’irrefrenabile vitalità della festa.

Non esiste al mondo lettura più deliziosa dei diari (1917-1918) di Paul Morand, giovane diplomatico assegnato all’ufficio stampa del ministro degli Esteri Aristide Briand. Vi si parla, di sfuggita, di Clemenceau e di Lloyd George, di frontiere e di battaglie, di trincee e di trattati. Ma poi, al centro della scena c’è un mondo fatto a immagine e somiglianza di quella incredibile cerchia di diplomatici letterati che sapeva fare il proprio dovere fino in fondo, senza per questo rinunciare a un buon libro o a una coppa di champagne.

C’è il favoloso Berthelot, eminenza grigia del Quai D’Orsay, che quando gli chiedono se conosca un tale risponde: «Lo disprezzo da trentacinque anni». E della guerra civile dice: «Ha il vantaggio, rispetto all’altra, che almeno conosci le persone che ammazzi». C’è Cocteau, che porta gli amici al circo, perché i clown recitano assai meglio degli attori sulla scena e c’è la prima di Parade, con le scenografie di Picasso, al teatro dello Châtelet. C’è un vecchio greco ricchissimo di Odessa che fuma i sigari più cari del mondo e non esce mai di casa, perché «Sono a Parigi da trentun anni: se avessi stabilito anche una sola relazione all’anno, la vita non mi apparterrebbe più». Ci sono Sarah Bernard e Paul Claudel e Anna de Noailles. C’è Misia Sert che quando ha l’influenza si trasferisce in una suite d’albergo in modo che tutta la città possa sfilarle davanti per distrarla dalle sue sofferenze. E Marcel Proust sullo sfondo, che avrebbe voluto fare il diplomatico e si accontenta di carpire dal suo amico i riflessi lontani di quel mondo brillante. E il consiglio di un vecchio amico, per proteggersi dai cecchini nel caso di una guerra di strada. «Non bisogna mai uscire di casa senza un’anguria, dice. È un gesto che sconcerta gli assassini. L’anguria disarma i combattenti».

Eccolo lì. Siamo di nuovo nella retorica degli aperitivi che salveranno il mondo, #jesuisenterrasse e compagnia bella, direte voi. E un po’ avete ragione, perché c’è poco da fare, chi ama Parigi un pezzo di questa mitologia ce l’ha in testa, per quanto possa far finta del contrario e bazzicare nella Chinatown del 13ème e rifiutarsi di mettere piede al Café de Flore. Dopo i quarant’anni, non c’è nulla di più rassicurante di un cliché che si realizza. Basta goderselo fino in fondo, anziché persistere nella postura scomoda di chi non ci casca mai.

Detto ciò, qui c’è pure un’altra cosa. Ed è un po’ più delicata, perché rischia di urtare la sensibilità del lettore di IL, ottimista e trentenne e aperto al nuovo e patriottico com’è giusto che sia.

Rispetto all’Italia, la Francia ha tanti difetti. È vero che ha imparato da noi l’uso della forchetta, che il cielo qui è più grigio e che l’ENA (l’École nationale d’administration), tutto sommato, ha rotto un po’ le scatole. È vero che gli imprenditori che abbiamo noi qui se li sognano, e pure i designer, per non parlare del caffè. È vero perfino quello che diceva Cocteau: i francesi a volte sembrano sul serio degli italiani di cattivo umore.

Però una cosa va detta. Per quanto possano essersi depressi negli ultimi anni – e sul tema esiste un’intera letteratura che parte da Houellebecq e arriva fino al bestseller Le suicide français che l’anno scorso ha venduto più del libro della Trierweiler su Hollande – i francesi non hanno mai smesso di crederci.

E qui non sto parlando del ciuffo di de Villepin, mentre spiega agli americani che cosa significa essere un discendente di Talleyrand e farsi fare le camicie in Place Vendôme. Mi riferisco a qualcosa di più profondo, che prescinde dalle singole personalità, dagli schieramenti politici e perfino dalle generazioni, e persiste nel tempo costi quel che costi.

Primo: tra i Paesi dell’eurozona, la Francia è l’unica che non abbia mai rinunciato ad assicurare in proprio la sua difesa. Ha pagato, per questo, un prezzo considerevole in termini di bilancio pubblico e anche di tensioni internazionali. Eppure, oggi, con le portaerei e i sommergibili nucleari è una presenza militare che può fare la differenza. Lo si è visto in Libia (purtroppo), in Mali (per fortuna) e in Siria (ancora non si sa). Secondo: tra i grandi Paesi europei, la Francia è di gran lunga quella con il tasso di natalità più elevato. Ogni anno, qui nascono un po’ più di dodici bambini ogni mille abitanti, a fronte dei nove italiani e degli otto tedeschi. Il che significa che, tra trent’anni, loro saranno settanta milioni, quasi come i tedeschi e circa dieci milioni più di noi. Non sono dati congiunturali. Fanno parte della struttura di questo Paese. Della convinzione che, perfino in un mondo enorme, nel quale la République rappresenta poco più di un monolocale, valga la pena di essere francesi. A costo di stare antipatici a qualcuno. O peggio ancora di farsi ridere dietro.

Ci può essere nostalgia nel culto di Parigi, ma non c’è nulla di decadente. Perché la Francia rifiuta ostinatamente un destino residuale. Lo fa aprendo musei ad Abu Dhabi e librerie nell’Upper East Side e licei in Cina. Lo fa aggiudicandosi i Nobel e pubblicando quattrocento libri a ogni rentrée e attirando a Parigi le sedi europee di Google e Facebook. Lo fa litigando sull’inglese e sulle aperture domenicali e su Uber e su tutte le cose che la rendono un po’ ridicola agli occhi del mondo.Lo fa tenendo a bada gli islamisti in Mali e in tutta la fascia del Sahel e dichiarando guerra all’Isis senza tentennamenti.

Mentre altri si chiedono ancora che cosa fare da grandi, i francesi hanno già deciso che cosa fare da medio-piccoli. Pancia in dentro e petto in fuori: «Il faut mépriser l’événement», bisogna disprezzare l’evento, diceva Mitterand, che era perfettamente capace di affrontare un’emergenza immergendosi in un racconto di Lamartine, mentre tutti i suoi consiglieri si facevano prendere dal panico. Bisogna riconoscere che c’è una certa grandeur nell’ostinato, inattuale e ridicolo volontarismo dei francesi. Nella loro convinzione inalterabile di avere ancora qualcosa da dire.

Magari aveva torto, Mitterand. Ma è mille volte meglio avere torto con lui che ragione con un qualunque declinista.

Chiudi