Yolo / Serie TV

Egoisti e velleitari a Manhattan

IL 77 18.12.2015

La serie tv da non perdere è “Master of None”, una commedia amara per millenials invecchiati di cui non si sa come facciano a pagare l’affitto. Fa ridere, ma è anche triste: è il futuro?

È da un po’ di tempo che il meglio della TV americana si trova nelle serie più o meno comiche da mezz’ora. Forse siamo passati dall’epoca del romanzo a quella del racconto breve e Master of None è un buon esempio di commedia con presupposti classici, scritta e prodotta in modo originale. Una sit-com romantica, con un protagonista e tre amici a New York, con molte battute di commento alla modernità e piccole trame che ruotano intorno a questioni sociali: i problemi tra razze nelle interazioni quotidiane, il femminismo, gli anziani. Di unico c’è il punto di vista dei due autori: Aziz Ansari e Alan Yang, rispettivamente di origine Tamil e taiwanese (il primo era uno dei protagonisti di Parks and Recreation, il secondo uno degli autori). Per fare qualcosa di originale gli è bastato scrivere un episodio sul loro rapporto straniato, da trentenni americani, con la memoria dei genitori immigrati, sintetizzato nella battuta: «Mio padre da piccolo si lavava in un fiume e adesso guida un’automobile che gli parla».

Per Vanity Fair, Master of None è il nuovo Louie. Secondo Forbes è lo show che i millennials invecchiati aspettavano. Emily Nussbaum, sul New Yorker, ha addirittura scritto che Master of None «feels like the future». Dentro c’è molto di Ansari, che viene dal mondo stand-up e ha scritto un libro in collaborazione con un sociologo sui tic dell’amore ai tempi dell’iPhone (Modern Romance). In un episodio di cui si è parlato molto, Ansari racconta le difficoltà di un attore indiano a trovare ruoli non stereotipati, con l’accento finto da indiano. La trama è incentrata su un produttore che si rifiuta di scritturare due attori indiani per lo stesso show. Ansari ha scritto persino un articolo per il New York Times su questo tipo di argomenti. La sua idea in proposito è che non importi a nessuno quanti indiani ci siano in una serie. Ma il successo di critica di Master of None dimostra che non è vero, che un’idea del genere è in anticipo sui tempi, anche se di poco.

Ma al di là del progressismo c’è un aspetto di Master of None che non è ancora stato affrontato a dovere: i personaggi si comportano spesso in modo egoista, sono velleitari che non si capisce come facciano a pagare gli appartamenti newyorkesi in cui vivono, i locali che frequentano, e che sembrano soffrire del loro stile di vita vuoto. La ricerca dell’empatia è un tema sotterraneo della comicità di Ansari, e probabilmente è collegato a quello sui pregiudizi. Ansari è un comico likeable (a differenza di Louis CK), buffo, sentimentale e fatica a scrivere personaggi problematici. Master of None soffre dello stesso problema: viene voglia di guardarla per il calore dell’amicizia tra i personaggi e per come problemi sociali, che in serie tipo Curb Your Enthusiasm portavano all’isteria, vengono discussi e sciolti nella leggerezza, ma diventa troppo lenta quando si tratta di spiegare anche ai più duri d’orecchi la propria morale.

Nella seconda stagione (non ancora confermata da Netflix ma quasi certa) Master of None dovrà imparare la sottigliezza di quelle che Jenny Jaffe su Vulture ha chiamato «Sadcom»: quelle commedie amare che si sforzano di superare sia il cinismo sia la facile consolazione. I personaggi di una Sadcom (Louie, Broad City, Unbreakable Kimmy Schmidt) devono provare a comportarsi bene all’interno di un mondo complesso, ma se diventano modelli di comportamento in un ambiente in cui, per motivi generazionali, Aziz Ansari sembra orientarsi meglio dei suoi colleghi, allora il futuro, se di futuro si tratta, rischia di essere noioso.

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