Benvenuti nell’utopia della promenade razionalista con le balaustre navali, dei ricordi di Fellini, dei borgatari di Pasolini, dell’alba di Moretti in “Ecce Bombo”

A un certo punto di Suburra, il boss di Ostia “Ernummerootto” scruta il litorale romano dalla sua vetrata panoramica. Lo immagina «pieno de’ ristoranti, de’ locali uno attaccato all’altro, gente che va e viene, fregne e macchine da paura, casinò, luci sempre accese, pensa che bello, aho…», ma fuori è ancora tutto un po’ pasoliniano, con la spiaggia abbandonata e le ringhiere arrugginite. È una scena bellissima e triste. “Ernummerootto” sogna una Las Vegas col mare o una Dubai col sautè di cozze, ma c’è la malinconia dei vitelloni sul pontile del Kursaal a fissare il mare di una Rimini che è sfacciatamente Ostia. La scena è triste perché sappiamo come andrà a finire.

Nei film di Scorsese, dopo tutti quei morti ammazzati, i casinò almeno si fanno. Qui no. Qui cade il governo e ricominci da capo, come quando fai la fila sbagliata alla Asl. Per mettere in piedi “er uoterfront”, in Suburra uccidono senza pietà, scomodano la mafia, il Vaticano, i servizi, “er samurai” e i Casamonica. Ma non basta. Ci sarà sempre un emendamento, una pratica, una licenza scaduta, un bando da rifare, un appalto, una giunta, il Tar del Lazio, Fuksas che rinuncia, Salvatore Settis che s’incazza, una campagna sul Fatto. Alla fine tutto resta com’è, all quiet on the waterfront.

Suburra racconta l’ennesima incarnazione delle utopie che prendono forma a Ostia. L’utopia dell’elegante «città giardino» destinata alla rigenerazione fisica della borghesia romana fin de siècle e quella della terza Roma che «si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno», l’utopia della promenade razionalista con le balaustre navali, dei ricordi di Fellini, dei borgatari di Pasolini, dell’alba renversé di Nanni Moretti in Ecce Bombo, della pista da sci sul lungomare che Alemanno inserì nel bilancio 2012 ma poi non s’è più fatta, peccato.

Ostia continua a farci sognare. Se abito nella città più odiata d’Italia sarà anche perché dalla décadanse intorno al Circo Massimo s’intravede già la strada che ci dilata sul Tirreno, sous le soleil exactement. A Ostia bisogna arrivarci in macchina, moto o scooterone. Niente bici a scatto fisso né trenini. Nessuno dovrebbe essere privato del piacere di sfrecciare sulle tre corsie della Cristoforo Colombo, la route 69 di Roma Sud che punta dritto verso il mare. Vabbè, c’è sempre traffico. Non è facile. Andrà scelta l’ora giusta. Ma se ci riuscite vi prendete una personale rivincita su almeno sei mesi di lungotevere paralizzato.

Lo diceva pure John Cheever, «bramo la libertà dei giovani maschi sulle decappottabili che vanno giù a Ostia a scatenare l’inferno». All’epoca si usava la Via del Mare, due corsie sgarrupate con improvvise strettoie e dune sull’asfalto. La Colombo la inaugurano proprio negli anni del soggiorno romano di Cheever. L’avevano progettata come Via Imperiale, all’epoca dei lavori per l’E42. Si passa tra eucalipti e pini romani, borgate come Spinaceto, Acilia, Dragona, quartieri residenziali come l’Axa e Casal Palocco e si finisce sulla rotonda di Ostia, più o meno davanti allo stabilimento Kursaal, con la copertura a volta e il trampolino di Luigi Nervi. Eccola l’epica del razionalismo balneare. Sfilano le strutture erette per lo svago dell’audace popolo di Roma quando non c’erano infradito e tatuaggi ma costumi di lana, maglina e fibra rayon. Era la prima ondata del turismo estivo. Nulla da invidiare alle stazioni di lusso della high society internazionale. Spezzeremo le reni a Cannes e Cap d’Antibes. Si andava al Rex, al Plinius, al Duilio, alla Pineta, allo stabilimento della Lega Navale. Ora è tutto un beach volley a perdita d’occhio, caipiroska alla fragola e speedminton con la techno a palla che rimbomba tra architetture di Adalberto Libera e Angiolo Mazzoni, l’idolo di Marinetti. Altro che Venice Beach.

Più avanti sul lungomare finisce il fascismo e inizia l’antifascismo delle palazzine democristiane e i casermoni socialisti costruiti per i pendolari. Ostia diventa una periferia. Pasolini il suo profeta. Addio Frank Sinatra e Ava Gardner all’Enalc Hotel, benvenuta wasteland dell’Idroscalo (all’Enalc c’è stato pure John Wayne, poi l’hanno occupato gli sfollati per vent’anni, hanno provato a rilanciarlo coi master di cucina, poi ha richiuso). È l’Ostia della «marginalità», della morte violenta di PPP, dei film di Caligari, Amore tossico, Non essere cattivo. È l’Ostia di “Debbora” e Romina, le due coatte di «’na bira & un calippo», tornate anche loro nella marginalità dei corsi professionali per acconciatore dopo un’estate da celebrities borgatare scovate al Faber Beach. Un altro sogno infranto. «È spaventoso questo mare vicino a Roma», diceva Arbasino.

Al Parcolido, che è il luna park di Ostia, Pasolini incontra Coney Island e I guerrieri della notte. I warriors non scendono dalla metropolitana ma spuntano dalle dune e dai «cancelli»: una sfilza di stabilimenti e chioschi illegali depositati sulla spiaggia, ognuno col suo numero, come altrettanti gironi di un inferno coatto. Si chiamano Hakuna Matata, Il Curvone, Sunny. Si arriva verso l’una già abbronzati. Smart, occhiali a specchio, enormi casse per l’iPhone in braccio e il Super Santos ai piedi. Ai cancelli non si legge. Non si sfogliano neanche riviste. Però c’è tutto quello che serve per tendere i muscoli e modellare la scritta «è tutto un equilibrio sopra la follia» tatuata in freestyle script sul bicipite destro. Le donne hanno il french, l’extension e culi sodi avvolti nel tanga. Ogni tanto si alzano dal lettino, si trascinano a riva e il loro grido materno risuona nel Tirreno: «A Gennìfeeeeeer… t’ho detto che devi veni’ quiiiiiii…». Sarà l’acustica naturale.

Anche di Rattle and Hum si dice che è il disco della svolta americana degli U2, che lì hanno trovano un nuovo sound, ma alla fine il video di All I Want is You l’hanno girato ai cancelli. Lo scenario si presta. Qui, nell’estate del 1979, hanno fatto il Festival internazionale dei Poeti a Castelporziano che è stata un po’ la nostra Woodstock. Tre giorni di amore, versi liberi e minestrone sociale. C’erano Allen Ginsberg, Ferlinghetti, Gregory Corso, Dario Bellezza. Ma il momento più alto è stato una ragazza di sedici anni che prende il microfono per dire che «cioè, cos’è questa cosa che stiamo facendo, cioè io devo esprimermi, cioè io non so», ma la interrompono perché «scusa, ci sono molte persone che devono parlare, molte altre idee, storie, la tua è importante ma dobbiamo sentire le altre» e allora danno la parola al poeta Aldo Piromalli che annuncia, «il titolo di questa poesia è ‘Affanculo … ’Affanculo ce so andato, nun me c’hanno voluto, vacce’ te che sei un cornuto». Applausi. Cala la notte.

Adesso è dicembre, però c’è il sole e non fa per niente freddo. Siccome alla televisione dicono che non dobbiamo farci intimorire dai terroristi, che non dobbiamo cambiare il nostro stile di vita, me ne vado a pranzo alla Vecchia Pineta sul lungomare (non è proprio il mio stile di vita, purtroppo, ma è giusto andare in rosso per non darla vinta all’Isis). Il ristorante è un inno al modernismo balneare degli anni Trenta. In Suburra sono stati bravi, perché “Ernummerootto” lo mettono dietro una vetrata della struttura della Vecchia Pineta e sembra sia immerso in una palestra coatta. Invece siamo qui, dentro uno dei più raffinati stabilimenti del razionalismo italiano, con pavimenti in marmo rosso di Sicilia e un «sapiente uso» di travertino, cipollino greco, acciaio inox più immancabili poltrone Barcelona nell’atrio. Qui venivano a mangiare Fellini, Sordi, Silvana Mangano. Un giovane Nanni Moretti montava le porte in acqua per giocare a pallanuoto con gli amici. Oggi ci sono meno cinematografari, più giornalisti del gruppo Espresso e l’upper class di Roma Nord che si spinge fino al litorale.

Mi siedo fuori, sulla terrazza circolare che dà sul mare. Nel tavolo a fianco, due anziane signore vestite e accessoriate alla moda, un filo di botox sulle labbra, parlano del paradosso della Nave di Teseo. «Non so… per me Umberto è stato messo in mezzo», dice una mentre l’altra rimanda indietro al cameriere un filetto di rombo in panura di erbe perché «scusi ma vorrei tenermi spazio per il dolce». Di là, in lontananza, gruppi di uomini con la muta, in piedi su tavole da surf, s’avvicinano lentamente a colpi di pagaia. Di qua, un trionfo di scampi. Non c’è un filo di vento. Il Grechetto è nel cestello. Scontro di civiltà non ti temo, Roma ti amo.

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