Dalla città libica di Zuwara partivano molti barconi di migranti diretti in Italia. Un gruppo di volontari, in passamontagna nero, ha sradicato il traffico di esseri umani dalle proprie spiagge. E ora si batte in proprio contro gli uomini dello Stato Islamico

Il luogo fissato per l’incontro è un pezzo di periferia sabbiosa di Zuwara, oltre due file di edifici che non sono stati completati – sono ancora gabbie di cemento che affacciano su grosse buche. In giro non c’è nessuno, da una parte s’intravede la città e dall’altra il deserto, è il set ideale per un’esecuzione oppure per l’apparizione di un fuoristrada carico di uomini in passamontagna. La Libia è zona di sequestri, come altri Paesi arabi. Il giorno prima del mio ingresso nel Paese, sulla strada costiera a non molta distanza da qui, alcuni uomini armati hanno catturato due diplomatici serbi, a luglio sono stati presi quattro italiani e nella capitale Tripoli c’è un rapimento ogni due giorni. Il guidatore della macchina che mi accompagna ha due pistole che tiene nel vano portaoggetti vicino alla leva del cambio e quando scende una se la infila in tasca: «È una Beretta, è un’arma ben fatta, roba vostra». Da dietro lo scheletro di un palazzo arriva un fuoristrada con uomini in passamontagna.

Zuwara è una città sulla costa della Libia, a metà strada tra la capitale Tripoli e il confine con la Tunisia, un posto che negli ultimi anni si è guadagnato il titolo di “capitale libica del traffico di uomini” e che ha generato profitti per milioni di dollari – nella zona Nord c’è la spiaggia dove fino a tre mesi fa arrivava il grosso dell’immigrazione dal centro dell’Africa, per poi imbarcarsi verso l’Italia. Il fondale marino lì davanti è speciale, resta molto basso per quaranta chilometri e questo vuol dire onde meno alte, mare più tranquillo e imbarchi più facili. Ma il consiglio locale ha preso una decisione consapevole e ha stabilito che non fare nulla contro il traffico di migranti è troppo rischioso, considerato anche che davanti alla spiaggia ora è schierato un dispositivo navale senza precedenti per controllare le partenze dei barconi e che si parla spesso di un intervento militare contro i trafficanti.

Un gruppo di volontari – circa 130, ma loro non vogliono dare cifre esatte – ha imbracciato le armi e ha costretto le bande che gestiscono l’immigrazione a lasciare almeno questa zona, se non gli affari. E poiché c’è il rischio di vendette personali, per questa campagna di pulizia hanno scelto di vestirsi di nero e di coprire i volti con i passamontagna, e il risultato è il nome arabo di al muqanahin: “gli uomini mascherati”. Hanno giacconi con la chiusura a velcro, pantaloni militari, scarpe nere (guardo la marca: Palladium) e un logo stilizzato sui fuoristrada neri. «Più o meno tutti sanno che siamo i volontari di Zuwara – dicono – ma così si evita la ritorsione contro il singolo».

Gli incappucciati sorvolano sul fatto che la città è piccola, c’è anche un intreccio di parentele e conoscenze dietro il traffico di uomini, si capisce che se vanno a toccare gli affari di un vicino devono farlo a volto coperto. «Non agiamo come singoli, agiamo per volere della città». I muqanahin tengono al fatto che la loro identità resti segreta, ma vogliono che si sappia che Zuwara ha chiuso con il contrabbando di migranti e che lo sappiano anche dall’altra parte del mare, che è la ragione per cui accettano gli appuntamenti con i giornalisti. Fonti dalla fregata della marina militare Virginio Fasan, in missione nel Mediterraneo per monitorare le partenze dei barconi dalla costa della Libia, confermano: il traffico in partenza da Zuwara s’è fermato, da quella spiaggia non partono più.

Un gruppo di muqanahin (“uomini mascherati”) di Zuwara. Provviste di pickup con tanto di logo, queste squadre di volontari presidiano i dintorni della città, ma rifiutano la definizione di “milizia”

Uno dei barconi che, dopo l’interruzione delle partenze clandestine di migranti dalle coste di Zuwara, arrugginiscono sulla spiaggia

Ora che i trafficanti stanno lasciando il campo, le forze di sicurezza di qui – inclusi gli incappucciati – hanno un altro nemico, gli uomini dello Stato Islamico che fanno base a Sabratha, una città poco più a Est. Gli islamisti la infestano senza farsi troppa pubblicità: non è come la capitale di fatto, Sirte, che è a centinaia di chilometri di costa più a Est ed è finita sui giornali internazionali. Qui, in questa parte della Libia, la posizione è ideale per accedere alla Tunisia e preferiscono non attirare l’attenzione. Una mattina quelli di Zuwara intercettano due uomini a bordo di un’automobile, a bordo hanno cinque cinture esplosive e vengono da Riqdalin (è un posto poco più a Sud, hanno fatto il giro largo da Sabratha), erano diretti verso la Tunisia. Li arrestano. Prima del tramonto, quelli di Sabratha reagiscono e arrivano sparando a un checkpoint alle porte di Zuwara, sequestrano sei guardie.

Cominciano negoziati lampo. Nella notte avviene lo scambio, i sei sono restituiti indietro illesi in cambio dei due arrestati e di tutte e cinque le cinture esplosive che avevano in macchina. Di accompagnare giornalisti sul luogo dello scambio non se ne parla, non è il genere di negoziati che rende fiera la città, ma il corteo di macchine che torna dal luogo della liberazione si fa sentire: clacson, spari in aria. Tra Zuwara e gli islamisti funziona così, con il metodo dei ricatti incrociati: se tu prendi i miei, allora io per salvarli prendo i tuoi. «Abbiamo fatto lo stesso anche per liberare un tecnico italiano rapito qui l’anno scorso, Marco Vallisa, lavorava all’ampliamento del nostro porto. Poi l’ambasciatore italiano è venuto a ringraziarci, però sembrava che avessero fatto tutto i vostri carabinieri. Siamo stati noi a riaverlo indietro. Abbiamo catturato un tunisino dei loro, abbiamo organizzato lo scambio. Avevano già portato l’italiano fino a Sirte, ce lo siamo fatti portare indietro». Era il luglio 2014, lo Stato Islamico ancora non esisteva in Libia e Sirte non era la capitale di nulla, almeno in via ufficiale, ma gli islamisti già lavoravano alla sua creazione.

In città dicono che c’è un motivo di decenza umana, oltre che di sopravvenuta convenienza, per bloccare il traffico di migranti: era redditizio per alcuni, ma le esternalità, come direbbero gli economisti, erano insopportabili per tutti. Le correnti gettano sulla spiaggia decine di corpi di migranti annegati nel corridoio marino che porta verso l’Italia. «Alla festa di Eid, che celebra la fine del mese di Ramadan, mia madre e mia sorella sono scese verso l’acqua per sciacquare un paio di cose e un cadavere era lì, a rotolare», racconta uno dei muqanahin. Sulla città grava anche adesso un’atmosfera da casa dei fantasmi, saranno le nuvole troppo basse, saranno le piogge di autunno che – complice il sistema di tombini: non c’è – allagano le strade di Zuwara e fanno andare le auto a passo d’uomo.

Alla destra del porto c’è una spiaggia che era usata per gli imbarchi degli immigrati, è coperta da una matassa di alghe e da centinaia di ciabatte e scarpette di plastica: appartenevano a chi è partito per la traversata. I trafficanti facevano sfilare le scarpe a tutti i passeggeri prima di farli salire a bordo dei barconi, poi le mareggiate le hanno sparpagliate sulla terraferma. Sulla linea della battigia giacciono nove imbarcazioni grandi, qualcuna è posata all’asciutto, altre sono semiaffondate a pochi metri di distanza. Le onde sciabordano dentro le stive, le cime penzolano nel vuoto. «Durante la rivolta nel 2011 Gheddafi voleva mandare queste barche contro l’Europa», spiega la guida con la pistola in tasca. «Voleva che fossero caricate il più possibile di migranti e portate verso l’Italia, per poter dire: “Vedete cosa succede se io non sono più al potere?”. I comandanti però rifiutarono l’ordine e lasciarono andare le imbarcazioni alla deriva perché non potessero essere usate da altri». Come i cadaveri, come le scarpe, sono state ributtate a riva. In lontananza, a Est, brilla attraverso la foschia la fiammella del sito Eni di Mellitah. «Proviamo ad arrivarci davanti, in barca?». «No, è impossibile, la sorveglianza ha le motovedette e ci fermerebbero prima».

 

LO STATO DELLA LIBIA

Le aree sotto il controllo del governo di Tripoli e quelle che fanno capo alla città di Tobruk. Ma anche i territori dove spadroneggiano milizie autonome e, sempre più inquietante, la lunga mano dell’Isis. Tutto dall’altra parte del Mediterraneo, proprio di fronte a casa nostra

infografica di daniela bracco, guido de franceschi e daniele raineri

I MOVIMENTI DELL’ISIS

Nelle mappe sono evidenziate alcune direttrici dei tentativi di avanzamento dello Stato Islamico in diverse aree del Paese. In particolare, nella zona di Sirte, lo Stato Islamico punta in direzione della “mezzaluna petrolifera”, formata dai grandi giacimenti nel deserto a Sud-Est della città

Perché le altre città non fanno come voi, perché non si danno un po’ d’ordine e azzerano il traffico? «Noi siamo stati capaci di organizzarci – dice il capo dei muqanahin – gli altri non ci riescono, è un modello che per ora funziona soltanto a Zuwara. Però non siamo una milizia, eh, non scrivere che siamo una milizia: il governo di Tripoli ci ha riconosciuti, lavoriamo come parte delle forze del Ministero dell’Interno, ora abbiamo uno stipendio e il consiglio cittadino ci passa un piccolo budget per l’equipaggiamento che ci serve». Gli incappucciati hanno questo cruccio della parola “milizia” da quando, nella loro campagna per farsi conoscere dal mondo, un articolo del Washington Post li ha definiti così. Succede, quando i giornalisti incrociano un gruppo di uomini armati e vestiti di nero. Zuwara però gode in effetti di un suo eccezionalismo berbero, è come se gli abitanti fossero – sia perdonata l’approssimazione – i curdi della Libia, l’Islam del ramo ibadita rifiuta la violenza e il fanatismo, c’è molta autogestione locale. Il consiglio cittadino funziona in modo ordinato dentro una city hall con una connessione wi-fi velocissima e tutte le indicazioni sono bilingui, in arabo e nella lingua amazigh – con quell’alfabeto pieno di angoli che sembra greco. «That’s really amazigh». La battuta si perde nella pioggia.

Gli uomini incappucciati sono armati, ma per la maggior parte del tempo i kalashnikov e le pistole fanno soltanto da deterrente. Raccolgono informazioni, vanno ancora a scoprire e sgombrare i grandi punti di raccolta dove i migranti sono ammassati in attesa di trasferimento, fanno opera di dissuasione, si tratta pur sempre di un business ingombrante, che ha bisogno di spazi ed è difficile tenere nascosto. Non c’è una prigione a Zuwara, quindi quando arrestano un trafficante lo portano altrove, dove però è possibile che non faccia più di dieci giorni di cella perché nel codice penale libico non c’è un reato specifico che riguarda il traffico di persone. Fate la guerra ad altri tipi di contrabbando? «Quello di uomini è senz’altro la nostra priorità», rispondono, e sarebbe troppo in effetti se si occupassero di tutta la gamma di tentazioni presenti in questa area di confine. Per esempio la benzina. Migliaia di barili di carburante libico a 15 centesimi di euro si muovono su queste strade verso la Tunisia, dove il prezzo alla pompa è superiore ai 72 centesimi di euro.

Il mattino dopo la restituzione dei sequestrati, le forze di sicurezza hanno i nervi scossi: si sono fatte sorprendere con la guardia abbassata e dicono che avrebbero dovuto essere più vigili, che avrebbero dovuto immaginarsi che gli islamisti si sarebbero procurati ostaggi da scambiare. Una settimana dopo quello scambio di prigionieri con lo Stato Islamico, un attentatore suicida si è fatto saltare in aria a Tunisi e ha ucciso dodici soldati della Guardia presidenziale. La Tunisia ha accusato proprio i jihadisti della zona di Sabratha e ha chiuso per quindici giorni il confine fra i due Paesi.

Per non commettere altri errori, gli incappucciati di Zuwara decidono di accompagnarmi fino al confine tunisino, sull’unica strada per uscire dal Paese. Quella che va in direzione opposta verso Tripoli è chiusa perché è troppo pericolosa. Si parte dunque verso il valico di Ras Agedir, 60 chilometri con un pick-up dei muqanahin davanti e uno dietro a fare da scorta, con i passamontagna e le armi. È chiaro che a Zuwara, ex capitale del contrabbando, i trafficanti non sono più in cima alla lista dei problemi.

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