Yolo / Cinema

“Anomalisa” e l’arte del mischiarsi

di FRANCESCO AGOSTINI
03.02.2016

Arrendersi alla banalità della vita o continuare a credere alla possibilità di meravigliarsi? Al giro di boa dell'esistenza la domanda è ineludibile e Charlie Kaufman l'affronta a modo suo: dall'alto, apparentemente algido, ma niente affatto asettico

Anomalisa è ambientato nel 2005, prima dei social network. Il protagonista Michael Stone non può connettersi né loggarsi, è solo un uomo che prende un aereo e atterra a Cincinnati per tenere un seminario. Michael è un esperto in Customer Service e ha scritto un libro di consigli che, apparentemente, ha riscosso tanto successo da permettergli di tenere conferenze in giro per gli States. Il problema di Michael è che non sopporta nessuno: ogni suo contatto con l’umanità è pervaso da fastidio e da un’esausta disperazione. Ed è proprio questa disperazione a diventare il nostro punto di vista durante il film. Fin dai primi minuti qualcosa non torna: tutti i pupazzi, tranne Michael, hanno lo stesso identico volto e la medesima voce. Cambiano solo capelli e vestiti. Bambini, donne e uomini hanno gli stessi lineamenti, perdendo la loro unicità, per Michael e per noi che guardiamo. Ma, nell’albergo in cui soggiorna, Michael incontra Lisa, una rappresentante di dolciumi di Akron. Lisa è l’anomalia del titolo. Il suo volto di pupazzo e la sua voce doppiata sono unici, proprio come quelli di Michael. Anomalisa è stato realizzato in “Stop Motion”. Pupazzi di quaranta centimetri mossi manualmente, fotogramma dopo fotogramma. Uno dei claim usati per pubblicizzare la pellicola è stato: «Il film più umano dell’anno, senza che nessun umano ci reciti». È vero. Dopo pochi minuti ci si dimentica che Anomalisa è interpretato da pupazzi di plastilina e ci si ritrova a guardare Michael come un normale attore che fuma, beve e fa del sesso impacciato.

In Italia Anomalisa uscirà il 25 febbraio distribuito da Universal. Stavolta lo vedremo solo poche settimane dopo gli americani, diversamente dall’altro film diretto da Kaufman, Synecdoche, New York, distribuito in Italia anni dopo l’uscita americana con il funereo pretesto di cavalcare la morte di Phillip Seymour Hoffman. Dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria alla mostra del cinema di Venezia, Anomalisa ha ricevuto critiche discordanti in America. In quella del New Yorker, si inferisce che Michael sia l’alter ego di Charlie, o meglio il suo punto di vista sul mondo delle persone “normali”. Secondo il New Yorker Anomalisa è «il lavoro di un egomaniaco mai curioso di uffici e conferenze, set e studio, che non appoggia le suole delle sue scarpe su un vero marciapiede da decadi».

Ma la si può vedere in un altro modo: Kaufman ha sempre lavorato alle sue sceneggiature aggiungendo livelli surreali e fantastici alla narrazione di normalissimi drammi della nostra vita umana. Può sembrare che l’imposizione creativa di questi livelli alla realtà sia il gesto sprezzante di un uomo che non vuole partecipare, che si sente superiore. Di un uomo che possiede uno sguardo analitico e impietoso in grado di vedere solo miseria, solitudine e piccole cattiverie dietro ai nostri patimenti. Succede sempre nei film di Charlie Kaufman. Se ci fosse soltanto questo, avrebbe ragione il New Yorker. Ma nei film di Kaufman c’è sempre un elemento che manda in corto circuito, e che ci fa credere in qualcosa di prodigioso e diverso, che ci stacca dai marciapiedi reali e ci racconta la vita umana meglio del realismo.

Quando scriveva Being John Malkovich, uscito nel 1999, Kaufman stava cercando di raccontare la storia di un uomo innamorato di una donna diversa da sua moglie. Per mostrarci le pene di un misero John Cusack, incapace di conquistare la splendida Catherine Keener, Kaufman si è dovuto inventare la possibilità di entrare nel cervello di Malkovich, e di poterlo muovere come una marionetta (un altro pupazzo). La possibilità di poter diventare qualcuno migliore, rispetto a quello che si è, per avere una chance con la donna amata. Siamo nei territori della “weird science”, eppure tutto è così reale. Niente è peggiore di amare disperatamente qualcuno e non essere ricambiati, niente è più vero del desiderio di essere un’altra persona, qualcuno di più “adatto” per la donna o l’uomo amato. Un nuovo “io” che si possa allontanare, una volta per tutte, dalla persona alla quale si è sposati, e che non riconosciamo più. Eternal Sunshine of the Spotless Mind, del 2004, è la storia di due persone che si lasciano. Ed è la storia di un dottore che riesce con i suoi macchinari a cancellare i ricordi indesiderati. Cancellare per non soffrire e scoprire che il dolore più grande è sapere di aver perso le nostre preziose memorie, il tesoro che ogni relazione, anche la più tremenda, costruisce dentro di noi. La struggente agonia di Joel, il protagonista del film, è quella delle persone normalissime quando non sono più amate, e non capiscono perché. E vorrebbero solo fuggire dal dolore, in qualsiasi modo: magari dimenticando. Non è realismo questo? Non è forse il racconto di sentimenti che tutti abbiamo provato almeno una volta?

In Anomalisa, il viaggio di Michael è quello di un uomo di mezza età che non si arrende alla normale banalità di una vita che ha superato il giro di boa. Di un uomo che per sé pensava di meritare qualcosa di più. Un di più spesso ricercato in modi meschini, desiderato subdolamente, ma non per questo meno vero. Anche se non abbiamo una linea meccanica che ci taglia il volto capita, in certi momenti della nostra vita, di vedere e sentire tutto uguale a se stesso: giornate e persone come fotocopie, sperando di incontrare qualcuno che ci risvegli. Dipende dalla nostra capacità di lasciarsi meravigliare la frequenza di questi risvegli. Michael ha poca meraviglia in sé. Ma non Kaufman, lui ne è pervaso. È pervaso dalla meraviglia delle persone che tutti i giorni appoggiano la suola delle loro scarpe sui marciapiedi. Altrimenti non potrebbe scrivere, e dirigere, scene come quella in cui Lisa canta a occhi chiusi, senza musica, una dolcissima Girls Just Want to Have Fun a Michael. Lisa vorrebbe essere, come recita il testo della canzone, «the one who walks in the sun». È vero, Michael è fastidioso, antipatico e si sta scomodi a empatizzare con lui per un’ora e mezza, ma sarebbe profondamente sbagliato interpretare questa idiosincrasia come una sua incapacità di immedesimazione di Charlie Kaufman: la suola della sua scarpa non appoggerà sui nostri marciapiedi, ma i suoi film parlano di noi.

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