Un finanziere senza scrupoli dal volto umano contro un Procuratore distrettuale retto ma con diverse turbe: “Billions”, la serie di Showtime, ruota intorno a questa disfida. Il risultato è indecifrabile, nonostante Giamatti

Oltre a essere un ottimo film, La Grande Scommessa (The Big Short in originale) svolge un eccellente lavoro di “Propedeutica a Finanza I” così minuziosamente didattico che, quando si comincia a guardare Billions, si viaggia sulla medesima lunghezza d’onda comprensiva dei personaggi che “shortano” questo e quello, eludono la SEC e cercano di accaparrarsi con ogni mezzo informazioni illecite da insider. Si comprendono perfettamente anche natura e prassi esecutiva dei manager di hedge fund (onestamente, non il massimo), per cui la visione per le parti più tecniche della serie – comunque non preponderanti sul complessivo – scorre a pop corn invece che a tastiera tra le mani, costretti a googlare ogni 15 secondi.

Quel che si nota immediatamente è l’ottimo lavoro preparatorio di tutti: di Andrew Ross Sorkin, affermato giornalista finanziario del New York Times e della collaudata coppia Brian Koppelman/David Levien (Ocean’s Thirteen, Rounders) in scrittura; dei formidabili attori Paul Giamatti e Damian Lewis in ricerca; di Showtime in investimenti e generosità. Il problema è che, più o meno, i pregi di Billions terminano qui. No, c’è anche da registrare una recitazione eccellente – soprattutto da parte di Giamatti, vero fuoriclasse – forse soltanto un minimo sovralimentata, ma visto che si parla di gente che compra case da 83 milioni di dollari, probabilmente anche gli originali cui si ispirano sono esseri umani un minimo sovralimentati.

Damian Lewis: racconta Andrew Ross Sorkin che il 44enne attore inglese si è preparato per la parte con grandi pranzi da Marea a New York in compagnia di top manager

Maarten de Boer/Getty Images

La vicenda non è delle meno battute: due scultorei antagonisti diversi ma un po’ uguali, in lotta contro se stessi e contro l’altro, si preparano alla guerra attraverso continue micro-schermaglie belliche, fino alla resa dei conti finale: «Ne rimarrà soltanto uno», eccetera. La disfida: Paul Giamatti, Chuck Rhoades nella serie, è “U.S. Attorney for the Southern District of New York”, estremo moralizzatore erga omnes (in una scena obbliga un proprietario di cane a raccogliere l’escremento animale a mani nude) con vizietti sadomasochistici di stiletti e raggi laser sul generoso ventre e non minori complessi edipici tra le mura amiche contro Damian Lewis, Bobby “Axe” Axelrod, sciacallo degli hedge fund dal pelo fulvo e il volto umano: le mai dimenticate radici a Yonkers, il salvataggio delle slice di pizza di gioventù affettate da crisi e carovita («San Marzanos!!»), la famiglia unita più che perfetta, i dolcetti di fanciullo che devono tornare buoni come un tempo e se il board non è d’accordo ci si compra la baracca.

Fuori dalla dorsale rappresentata cominciano i dolori: oltre a un livello di scurrilità verbale degno di nota (in una singola puntata, la terza, si sentono espressioni come «ass to mouth», «twat», «cunt» e riferimenti a lubrificanti generici, lubrificanti anali e gente che si accoppia carnalmente con delle capre) molteplici sono le ingenuità drammaturgiche: vecchi schemi iper-triti su talpe in ufficio, ripicche incrociate, creazioni di suspense inutili; un utilizzo abbastanza bavoso di scene di sesso a ogni latitudine; un glamour da hoodie cashmerati oggettivamente eccessivo e alla fine poca, troppo poca, sostanza.

Chuck Rhoades: padre ingombrante, moglie ingombrante per l’ottimo Procuratore a cui non mancano tigna e costanza

Bobby “Axe” Axelrod: uno che decide di comprarsi una villa da 83 milioni di dollari non ha davvero paura di niente

Non la pensano tutti così: in un lungo articolo su observer.com, l’autore best-sellerista nonché stimato manager di hedge fund James Altucher, si è sperticato in lodi entusiastiche per Billions. Altucher sostiene che la serie sia riuscita in un piccolo miracolo: rappresentare l’alta finanza esattamente per quello che è.

La psicologia della gente che ci lavora, la creazione della personalità di Bobby come summa di una serie di top-manager effettivamente esistenti (anche se, dice sempre Altucher, quello che più gli somiglia è Howard Lutnick, Ceo di Cantor Fitzgerald, che, come Bobby, perse fratello e partner lavorativi l’11 settembre), i riferimenti a fatti realmente accaduti nel mondo finanziario (il divieto di utilizzo delle e-mail che Bobby impone a un giornalista che vuole comunicare con lui ricorda il discorso che 10 anni fa l’allora Attorney General di New York Elliot Spitzer tenne in una stanza colma di manager: «Il più grande favore che potete farmi è continuare a mandarvi e-mail»), e infiniti altri tecnicismi a suo dire di non semplice resa. Ecco, che poi questo sia sufficiente è tutto da vedere.

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