Hanno vinto i Broncos di Denver 24 a 10, più bravi in difesa e capaci di affrontare meglio le avversità

Ha vinto la difesa dei Denver Broncos. Von Miller, DeMarcus Ware, T.J. Ward, Aqib Talib sono quei giocatori che non vendono magliette, non vanno ai talk show, non recitano negli spot. Ma vincono Super Bowl. Sono loro che hanno consegnato al quarterback Peyton Manning il record di vittorie in carriera, 200 – mai nessuno come lui: Brett Favre si è fermato a 199 – il secondo titolo – nessun quarterback aveva mai vinto per due squadre diverse, Manning aveva già in saccoccia l’anello conquistato con Indianapolis nel 2007 – e un bilancio positivo in carriera nelle gare di playoff: 14 vinte e 13 perse. Manning ha giocato una partita in linea con la sua annata non esaltante. Con una palla intercettata e una persa e nessun passaggio da touchdown. Fino al terzo quarto i Broncos rischiavano di vincere il Super Bowl senza nemmeno un touchdown dell’attacco: l’unico era venuto nel primo quarto sul recupero di una palla sradicata dalle mani del quarterback di Carolina Cam Newton da Von Miller. Alla fine ci ha pensato C.J. Anderson, running back, a portare la palla almeno una volta in end zone. Peyton poi ha messo il suo sigillo sull’ultima conversione da due punti a tre minuti dalla fine che ha permesso ai Broncos di navigare a più quattordici verso la cascata di coriandoli dorati finali: passaggio in end zone, preso. E that’s all folks: 24 a 10 per Denver. Von Miller miglior giocatore della partita, e doccia di Gatorade all’allenatore Gary Kubiak ancora prima che finisse il tempo regolamentare.

I Broncos delle corse e dei sacks, i placcaggi ai quarterback (6 ai danni di Cam Newton, record per lui stagionale), hanno preso per mano il vecchio leader, quasi un regalo d’addio lungo tutto una stagione. Quando nell’autunno scorso lui ha iniziato a inanellare intercetti, loro gli facevano vincere le partite lo stesso: rubavano palle in difesa, segnavano su corsa. Quando lui, il totem con il record di touchdown nella lega (539) e di iarde conquistate con i suoi tiri (71.940), 5 volte Mvp dell’Nfl, è stato messo in panchina il 15 novembre scorso dopo 4 intercetti e solo 5 passaggi conquistati contro i Kansas Chiefs per rimanere poi fuori sei partite ufficialmente a causa di una fasciate plantare, loro hanno sostenuto le giocate magari acerbe del giovane Brock Osweiler. Tanto che tutti erano già pronti a rottamarlo. Ma quando lui, nella finale di Conference contro i Patriots di Tom Brady, ha corso per ben 12 iarde, loro, dalla panchina, si sono dati pacche sulle spalle ridendo. Uoooh, hai visto il vecchio Peyton? A marzo fa 40 anni. Gli ultimi 18 passati a calcare da professionista un campo di football.

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Cam Newton, fresco Mvp della regular season, prima scelta al draft 2011, è nato invece nel 1989. Il quarterback dei Carolina Panthers aveva dalla sua pure Steph Curry, Mvp è campione Nba, che ha suonato il tamburo dei Panthers prima della partita. Aveva i numeri (38 touchdown su passaggio e 12 su sua corsa fin qui), aveva la gioia di chi vince sempre e gli piace (una sola sconfitta fino a ieri) e l’esuberanza che in molti non hanno fatto fatica a bollare come strafottenza, i pantaloni leopardati Versace da sfoggiare in conferenza stampa, la predilezione per quelle scarpe che sembrano pantofole. L’unica danza che Cam Newton ha fatto durante il Super Bowl 50 è stato un piccolo salto all’indietro quando il solito Von Miller – seconda scelta al draft 2011! – gli ha fatto perdere la palla di mano: Cam invece di buttarsi nella mischia per recuperarla ha preferito il passo indietro. Il saltello in loop ha fatto il giro del mondo. Come pure l’incontro con la stampa dopo la sconfitta, in cui risponde con il cappuccio della felpa alzato a monosillabi come un qualsiasi ragazzo che non c’ha voglia. Non c’è contratto che tenga. Cbcr, Cam. Cresci bene che ripasso. Hai solo 26 anni.

A 26 anni Peyton Manning non era ancora mai stato Most Valuable Player. Il succo, nella sua carriera, è venuto tutto dopo. Anche, naturalmente, quello più amaro. Ha subito vari interventi chirurgici al collo, motivo per cui gli Indianapolis Colts, che lo avevano preso come prima scelta assoluta al draft del 1998, lo lasciarono libero di andare, di ritirarsi forse, nel 2012, dopo un anno in cui era rimasto fermo. I medici gli hanno detto che probabilmente dovrà mettersi una protesi all’anca, tra qualche anno. Una notizia che con disarmante franchezza lui ha reso pubblica qualche giorno prima del Super Bowl, parlando di «quanto ci costa tutto questo». I giocatori muoiono di football, soffrono malattie degenerative neurologiche a causa dei traumi a cui sono sottoposti in campo, si suicidano, per citare solo le conseguenze più gravi. Per il resto sono legamenti rotti, spalle fuori posto, braccia e gambe riaggiustate. Gli infortuni sono parte di un gioco che conta solo 16 giornate in un anno. Più 4 di pre-season  – che ogni volta dicono di diminuire perché troppe star si fanno male e poi quando conta non giocano più e c’è quindi meno spettacolo – più i playoff, più il Pro Bowl, che è l’All Star del football: tutti alle Hawaii a giocare per divertirsi e naturalmente farsi male – tanto che quest’anno ha visto il record di giocatori che hanno declinato l’invito.

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Peyton Manning ha perso due Super Bowl prima di vincere quest’ultimo. Due anni fa contro i Seahawks guidava l’attacco dei record. Seattle lo maciullò usando l’arma che oggi lo ha salvato: la difesa. The Legion of Boom la chiamavano, più superstar di quella campione di adesso. Più facce note, più glam, Obama fece il verso addirittura a Richard Sherman, uno di loro. Manning poteva ritirarsi, tenersi i record. Evitare lo spettro del declino, contrattando un’uscita di scena dignitosa. Avesse perso, sarebbero tutti lì a ricordarglielo. Invece ha bevuto tanta birra per poi dormire un dolce sonno. Prima di lui proprio il suo general manager, John Elwey, aveva perso da giocatore tre Super Bowl prima di vincerne due alla soglia dei 37 anni. Corsi e ricorsi della storia.

Manning ha vinto, pur nella consapevolezza di aver fatto parte di una squadra, più che dell’esserne stato la guida. Mentre nel dopo partita tutti cercavano di fargli dire in tutti i modi che quella sarebbe stata la sua ultima gara, tra le ripetizioni di «ora devo baciare mia moglie e i miei figli e prendere tempo per pensarci» lui ha buttato lì un aggettivo: «Siamo stati una squadra resiliente». Resiliente, cioè di qualcuno che in mezzo alle avversità alle sconfitte, al dolore, riesce a uscirne bene. Forse lo stava dicendo di se stesso.

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