Ritorna in libreria “Io odio John Updike” di Giordano Tedoldi. Dieci anni fa era un libro troppo nuovo, ora è finalmente arrivato il momento di girarlo dalla parete e mostrarlo ai lettori

D’accordo con Fazi, che lo pubblicò nel 2006, minimum fax ristampa l’esordio letterario di Giordano Tedoldi, Io odio John Updike, una raccolta di racconti che all’epoca fece gridare «Cechov!» e «Ellis!» e che è uno dei tanti grandi libri italiani letterari che gli editori pubblicano ma poi non hanno il piacere di o i mezzi per tenere in catalogo.

Dall’incipit del primo racconto, «Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare», entriamo nel gotico tedoldiano, in un paesaggio e in una lingua stabilizzati dal punto di vista chimico, su cui si può contare pagina dopo pagina. Un ritmo unico, un italiano ordinato ma turbato, empatico ma inquietante, borghese ma ferale.

L’uomo che guida l’Aston Martin db9, un seimila di cilindrata con quattrocentocinquanta cavalli che fa da zero a cento in meno di cinque secondi, ha sempre i denti di fuori. Un po’ perché li ha sporgenti, un po’ perché mi sembra che digrigni. Anche lui è senz’altro un appassionato di auto sportive come me, perché anche lui circola di notte, quando le strade sono sgombre e i burini che dicono «anvedi che macchina» stanno dormendo. L’ho incontrato, o incrociato, piuttosto spesso. A volte corre come un dannato, sembra quasi che voglia fare una gara. Altre mi si affianca lento come un’imbarcazione in porto. Mi giro dalla sua parte, e vedo un testone con le zanne. Gli occhi sono sempre nascosti dal buio.

 

Roy Lichtenstein, Stretcher frame with vertical bar, 1968 (Recto Verso, Fondazione Prada – Milano)

Delfino Sisto Legnani Studio, Courtesy Fondazione Prada

Ora: all’epoca, parlando di lui si doveva citare per forza Houellebecq: Tedoldi è un misantropo, scrive di uno che va in Giappone e resta chiuso in albergo per tutto il viaggio. Ma Tedoldi ama la letteratura quanto Nabokov, e non scrive mai con un’agenda sociologica feuilletonesca. Tedoldi scrive storie dell’orrore, e ora che in Italia grazie al Saggiatore abbiamo scoperto Thomas Ligotti, l’autore gotico americano esaltato come ispiratore dell’estetica freak esistenziale di True Detective e vero erede di Poe, il senso non modaiolo della scrittura di Tedoldi è libero di penetrare l’immaginario, allontanandosi da quegli assi forzati Bret Easton Ellis / Michel Houellebecq.

«Stavolta ho sognato di morire, George», dico asciugandomi il collo, le orecchie e la sommità della testa, con un asciugamano viola mai visto prima.
«È stato il più lungo periodo di sospensione che tu abbia mai sopportato, ma ti devo avvisare che non ho eseguito la tua direttiva».
«Cosa?»
«Tu avevi chiesto tre mesi…»
«E allora?»
«Sei stato in sospensione un mese e mezzo».
«Perché hai interrotto?»
«Perché hai avuto degli incubi. Molti incubi: a catena direi. Non posso assolutamente lasciare in sospensione un cervello che comincia a mangiarsi da solo con gli incubi. Quasi meglio un colpo apoplettico di quello schifo che stavi sognando».
«È normale che io abbia… sviluppato questi incubi?»
«Non lo so. Vedremo. Oggi pomeriggio farò delle verifiche. Intanto ti ho preparato il bagno. Il sapone è alla fragola e latte di cocco, l’acqua è bollente, la giornata è come piace a te, il sole acceca le facce vane e furbe dei romani, le lamiere bollenti delle macchine rantolano sul catrame, tutte le centraline di rilevazione dell’inquinamento atmosferico sono in tilt. Bentornato alla vita».

Sono mondi lontanissimi perché tutti suoi personali, e al tempo stesso, lo dico quasi per obbligo critico ma senza che me ne importi nulla, parlano di noi e del nostro tempo.

 

Luca Bertolo, Melancholic Landscape, 2014 (Recto Verso, Fondazione Prada – Milano)

Courtesy SpazioA, Pistoia

Quando ho ricevuto la nuova edizione, sono rimasto sorpreso dalla prefazione dell’autore, due pagine scarse per dare contesto e per annunciare la presenza di un racconto inedito. Queste due pagine sono una bellissima riflessione su cosa vuol dire ripubblicare un libro a distanza di anni. In Italia vengono stampati molti libri letterari affascinanti e misteriosi: se non vincono un premio, o vendono poco, finiscono fuori catalogo nel giro di pochi mesi o anni. Ma, così come certi classici è più bello rileggerli che leggerli la prima volta, un libro, secondo Tedoldi, lo si capisce quando viene ripubblicato, quando è lontano dall’essere nuovo.

…quando mi trovai le copie del libro in mano, mi sembrò un oggetto pericolosamente sconosciuto. Non voglio dire, come si dice spesso (senza che abbia mai capito cosa voglia dire) che un proprio libro, una volta pubblicato, diventa «degli altri». La sensazione infatti era che Io odio John Updike fosse tanto poco mio quanto «degli altri». Un oggetto piovuto dal cielo in una giornata temporalesca di primavera, scritto da un mio lontano conoscente, o forse da un fantasma.

Siccome Tedoldi è un vero scrittore, questa prefazione ha lo stesso profumo di un suo racconto. C’è dentro un movente misterioso, qualcosa di inafferrabile. Tedoldi scrive che dieci anni dopo trova il libro meno sfuggente…

Dal momento che ha dietro di sé il passato e davanti a sé il futuro: ha un rapporto equilibrato col senso del tempo, cosa che la rende veramente capace di novità. Un libro appena uscito, invece, appare «nuovo» ma è come un quadro voltato contro il muro. Bisogna attendere che passi il tempo che lo rivolti dalla parte dell’osservatore…

 

2006
La prima edizione appare dieci anni fa per la casa editrice Fazi nella collana “Le vele”

2016
Quest'anno la raccolta di racconti torna in libreria grazie a minimum fax nella collana “Nichel”. La nuova edizione comprende un inedito

Il destino dei libri nuovissimi che rimangono intrappolati nel loro tempo è di continuare a guardare la parete, nascosti ai lettori. Non riesco neppure a capire se è un argomento sensato: ma come mi capita sempre con la scrittura di Tedoldi, ne sono avvinto.

La prefazione si chiude con un altro argomento idiosincratico, apparentemente irrilevante, che diventa a sua volta un piccolo racconto, come se la scrittura di Tedoldi, libera da ogni ideologia e agenda, fosse costretta sempre a raccontare, a rappresentare, a dare una luce o un’ombra alle cose più semplici:

Si dice delle raccolte di racconti che spesso c’è un filo comune, un personaggio unitario, perché si teme la frammentarietà. Lo si disse, sciaguratamente, anche di questo libro, dieci anni fa. È falso: questo è un libro di racconti che non dialogano tra loro, che sono intrattabili l’uno rispetto all’altro, in cui ogni storia accampa tutti i suoi diritti sovrani a scapito delle altre. È un libro frammentario, come dovrebbe essere ogni buona raccolta di racconti…

È una fortuna che Io odio John Updike sia tornato in libreria, e che editor come Nicola Lagioia stiano ragionando su quali opere valga la pena di voltare dalla parete per mostrarle di nuovo, o per la prima volta.

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