Dossier / 1993

Cronache dall’anno del Terrore

02.02.2016

AFP

Mattia Feltri ha ricostruito giorno per giorno i mesi di Mani Pulite, tra indignazione virtuosa e cantonate giustizialiste. Un libro da passarsi sottobanco durante le lezioni di Legalità

La frase più detestabile di tutte: «Andrebbe fatto leggere nelle scuole». È quella che ti fa riconoscere infallibilmente il Benpensante. La dice nelle occasioni più varie – per elogiare un discorso traboccante di valori civili, un atto d’accusa vibrante e severo, la lettera aperta di una vittima che chiede dignitosamente giustizia, l’editoriale di qualche augusto giurista, un romanzo di critica sociale, un reportage che illumina il malaffare. E quando la dice, quella frase detestabile, avverti subito che la sua spina dorsale – che si suppone perennemente dritta come un manico di scopa – è percorsa da un piccolo brivido elettrico di compiaciuta indignazione, da quell’orgoglio insulso di sentirsi nel giusto, anzi: di ritrovarsi nel «luogo comune» dei giusti. È la vecchia parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, dove il primo ringrazia Dio per averlo fatto così bravo e timorato e probo. Ma è meglio prender le parti del pubblicano, e al limite definirsi Malpensante, come faceva il grande Arturo Carlo Jemolo.

Quando si parla degli anni di Mani pulite e della fine della Prima repubblica, poi, i benpensanti non si accontentano di usare quella frase – «Andrebbe fatto leggere nelle scuole» – ma passano alle vie di fatto: producono senza tregua libri e libretti, magari illustrati, con il preciso scopo di rovesciarli sulle scolaresche e di insegnare com’è piacevole sentirsi migliori dei pubblicani. Attivissimo presso tutte le scuole d’Italia, prodigo di album colorati e di ammaestramenti sulla Legalità, l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo è il Benpensante quintessenziale, autore di una Lettera a un figlio su Mani Pulite su cui un malpensante farebbe meglio a cucirsi asceticamente la bocca, per non incorrere nei reati più vari. Le cose, è desolante ammetterlo, stanno più o meno come le descrive Mattia Feltri nelle prime pagine di Novantatré (Marsilio): «La memoria è affidata a una piccola casta sacerdotale e apologetica o a fiction appassionanti ma un po’ distratte sul piano storico». È detto in modo fin troppo garbato.

LaPresse

Novantatré è agli antipodi sia della guerresca petulanza del mattoncino di Travaglio-Gomez-Barbacetto sia della pacchianeria del fumettone televisivo di Accorsi. Nel 2003 Feltri, che all’epoca lavorava al Foglio, ha ricostruito giorno per giorno quel che accadde tra il 1992 e il 1993, ma il libro – che non doveva neppure essere un libro, nelle intenzioni – lo pubblica solo ora, nel 2016, quando sono passati altri tredici anni. Questa fuga di quinte temporali potrebbe prestarsi facilmente al moralismo del «senno del poi», alla pedanteria del «ve l’avevo detto», ma grazie al cielo in Novantatré questo non accade quasi mai; di solito la vertigine della lunga durata produce sul lettore effetti esilaranti (la commedia, qualcuno ha detto, è la tragedia più il tempo) o melodrammatici (la struggente impotenza di appassionarsi a una storia sapendo, a differenza dei protagonisti, come andrà a finire: ossia male, molto male). C’è anche una chiosa sarcastica per il magistrato che ora insegna ai ragazzini in età da cannabis quanto sono belle ed eccitanti le Regole. È nella ricostruzione di sabato 19 dicembre:

Pare che ci sia una gran voglia di portare i condannati nelle piazze, alle luci delle torce. Il pm Gherardo Colombo, già lo scorso luglio, solo cinque mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, aveva detto: “Prima arriviamo a voltare pagina, a dichiarare defunto questo sistema e a instaurarne un altro, e meglio è”. Questa si chiama, riteniamo, obbligatorietà dell’azione penale.

Che un pm potesse dire cose del genere – e non è neppure la più abominevole, tra quelle citate da Feltri – sembrava, allora, tutto sommato normale. Perché il 1993 era l’anno in cui tutti, o quasi tutti, sentivano montare su per la schiena proprio quel brivido elettrico dell’indignazione virtuosa, ed erano così numerosi che l’accumulo di elettricità scatenò ogni sorta di fenomeni atmosferici. Ma era anche l’anno in cui tutti, o quasi tutti, tra i lampi e i tuoni non capirono nulla di quel che stava accadendo, dei rapporti di forza, degli interessi in gioco, dei danni difficilmente reversibili, di come stesse cambiando la fisionomia del potere italiano. Né lo si è capito meglio in seguito, tra rimozioni, revanscismi, ipocrisie e accomodamenti meschini. «Un paese nel quale capita un fenomeno come Tangentopoli e non si fa un’indagine per capire che cosa è successo, che razza di paese è? Per molto meno in altri paesi lo fanno!», mi disse una volta il professor Giuseppe Di Federico. Ebbene, è lo stesso paese che ritiene più urgente tornare a interrogarsi, con l’ennesima commissione, sui misteri del caso Moro.

Non che l’anamnesi e la catarsi siano necessarie per tirare avanti: i paesi non sono pazienti psichiatrici, e chi non ricorda la propria storia è condannato a ripeterla (o a non ripeterla) né più né meno di chi la ricorda. E poi è tardi per queste cose, ormai. Ma rivedersi nello specchio di quell’anno surreale, vile e feroce è comunque necessario, e un malpensante che volesse giocare per una volta al benpensante potrebbe dire: «Ecco, Novantatré andrebbe fatto leggere nelle scuole». Non sia mai! Lo sappiamo tutti che i libri migliori, a scuola, erano quelli che ci passavamo di mano in mano all’insaputa della maestra, i nostri piccoli samizdat. E la migliore letteratura su Tangentopoli ha avuto da subito questa forma di circolazione, dal semiclandestino Gli omissis di Mani pulite di un giovanissimo Filippo Facci ai libri di Mellini, di Marafioti, di Gismondi, pubblicati per lo più da editori invisibili, per non parlare di quelli fermi alla dogana come The Italian Guillotine (e sarebbe una storia lunga).

Perciò non abbassiamoci a dire la frase detestabile. Ma se qualche studente vorrà passarsi Novantatré sotto banco invece delle canne o delle figurine mentre un ex pm divenuto pedagogo gli ammannisce la Legalità a fumetti, è un buon auspicio: potrebbe nascerne una nuova leva di malpensanti.

 

Dossier 1993:

Christian Rocca, L’inizio della storia
Mattia Feltri, Anno formidabile, ma ricordate che cosa è successo in Italia?
Massimiliano Gioni, 365 giorni vissuti artisticamente

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