Appello serissimo e disperato: basta con le traduzioni grottesche dei film stranieri. Non ne siete convinti? Leggetevi questo compendio storico degli orrori più inspiegabili

Se qualcuno crede che tutto sia cominciato e finito con Se mi lasci ti cancello (in originale Eternal Sunshine of the Spotless Mind, da un verso di Alexander Pope tradizionalmente tradotto col pesantissimo «Infinita letizia della mente candida»), ebbene si sbaglia. La storia dei titoli liberamente adattati per l’Italia, repubblica fondata sui doppiatori ma pure sui distributori con molta fantasia, ha radici antiche. Ha a che fare con la vendibilità di un film su un altro mercato nazionale, con l’eterna assonanza traduzione/tradimento, e anche – soprattutto – con il troll. Pure involontario. Non si spiegherebbe altrimenti un destino come quello toccato in tempi non sospetti a The Outlaw di Howard Hughes (1943), il produttore e regista più noto come l’“aviator” di Martin Scorsese: da “Il fuorilegge” che letteralmente era, è diventato da noi Il mio corpo ti scalderà.

Negli anni d’oro di Hollywood la titolazione italiana ha il sapore del Giallo Mondadori, e forse è proprio da quel preciso momento che non si torna più indietro. Vertigo di Alfred Hitchcock diventa il più struggente La donna che visse due volte, e certifica per sempre un tratto tipico dei distributori italiani: fare quel cavolo che gli pare. Qualcuno dirà che è successo perché già esisteva un Vertigine, ovvero il capolavoro del ’44 di Otto Preminger: che però in originale era semplicemente Laura. Nei decenni si assiste a un’escalation che non stiamo qui a ripercorrere, se non giusto il più cult di tutti: Don’t Look Now di Nicolas Roeg (1973) è passato alla storia per le presunte scopate realmente avvenute sul set tra Donald Sutherland e Julie Christie, ma pure per il titolo italiano A Venezia… un dicembre rosso shocking.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind / Se mi lasci ti cancello

Se a volte la colpa è già dei libri (Great Expectations/Paradiso perduto, To Kill a Mockingbird/Il buio oltre la siepe, e via bibliotecando), nella maggior parte dei casi è opera di puro estro letterario. Ci vorrebbe una nota obbligatoria in calce a ogni film: «Le intenzioni originali dell’autore sono state maltrattate durante il brainstorming per scegliere il titolo di quel che state per vedere». «Tutto nasce più o meno da idee, sparate, ipotesi buttate a raffica sul tavolo», dice un insider romano. «Non c’è nessuna logica nella decisione di optare per questo o quel titolo. A volte si va a maggioranza, altre volte il capo del marketing si convince di una frase che gli suona bene, e non è disposto a cedere». Sarà successo evidentemente questo, nel 1998, con Hurlyburly, dimenticata commedia con Sean Penn e Kevin Spacey: vorrebbe dire “confusione”, è uscito come Bugie, baci, bambole & bastardi (con la “e” commerciale, sì).

Vertigo / La donna che visse due volte

Hurlyburly / Bugie, baci, bambole & bastardi

Don’t Look Now / A Venezia… un dicembre rosso shocking

Trouble in Paradise / Mancia competente

Dagli anni ’80 ai primi 2000 vengono sfornati veri capolavori. Esempi random: Dead Poets Society/L’attimo fuggente, The Shawshank Redemption/Le ali della libertà, Wag the Dog/Sesso e potere, Shallow Hal/Amore a prima svista, Adaptation/Il ladro di orchidee, Wild Hogs/Svalvolati on the Road, Walk the Line/Quando l’amore brucia l’anima (che probabilmente vince). Ma pure negli ultimi tempi si è tornato ad inventare di sana pianta: un grande film come There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson non meritava il mesto titolaccio Il petroliere, e nemmeno The Descendants di Alexander Payne suona bene come Paradiso amaro, manco fosse un romanzo di Liala. The Place Beyond the Pines di Derek Cianfrance, splendido mélo con Ryan Gosling e Bradley Cooper dal titolo di partenza (va detto) non così appealing, è andato male anche se – o proprio perché – assurdamente ribattezzato Come un tuono. «Il fatto è che si pensa sempre, assegnando titoli un po’ a caso, di beccare quello capace di far svoltare gli incassi», rivela un’altra fonte. «I distributori romani citano ancora ad esempio l’israeliano La sposa promessa, giunto dalla Mostra di Venezia con tanto di Coppa Volpi alla protagonista femminile. Probabilmente sarebbe rimasto confinato nel piccolo circuito da pubblico festivaliero, se avesse mantenuto il titolo internazionale Touching the Void. Invece con quello italiano, decisamente più furbo, è andato ben oltre le aspettative di botteghino».

The Shawshank Redemption / Le ali della libertà

The Place Beyond the Pines / Come un tuono

Wag the Dog / Sesso e potere

The Place Beyond the Pines / Come un tuono

Before the Devil Knows You’re Dead / Onora il padre e la madre

La sirène du Mississippi / La mia droga si chiama Julie

The Seven Year Itch / Quando la moglie è in vacanza

La sirène du Mississippi / La mia droga si chiama Julie

Peccando di solita esterofilia, si crede da sempre che il titolo in inglese tiri di più: perché dunque non mantenere l’internazionalità anche quando lo si cambia? Da Interceptor, ovvero il primo Mad Max (che tutti hanno sempre e comunque chiamato Mad Max: bella mossa), ai più recenti American Life di Sam Mendes (era Away We Go, e il regista aveva già scontato la sua pena con Road to Perdition/Era mio padre) e l’inglese femminista We Want Sex (in originale Made in Dagenham). Oppure si preferiscono titoli a prova di stupido, o così evidentemente si ritiene essere il pubblico italiano: viene aggiunto un aggettivo (spesso illogico rispetto alla trama) per spiegare meglio. The Intern di Nancy Meyers, ovvero “lo stagista”, è uscito qualche mese fa come Lo stagista inaspettato, laddove nella storia Robert De Niro non lo è affatto; Sisters, commedia di prossima uscita con Tina Fey e Amy Poehler, sarà da noi Le sorelle perfette, quando di base sono due che non si parlano da anni. Per non dire del probabile Oscar al miglior film Il caso Spotlight, considerato che Spotlight (così in originale) non è un caso, bensì il nome di un team di reporter all’interno della redazione del Boston Globe.

Domicile conjugal / Non drammatizziamo… è solo questione di corna!

Non sono stati immuni dal contagio autori di tutti i generi e gradi: Billy Wilder (The Seven Year Itch/Quando la moglie è in vacanza, The Fortune Cookie/Non per soldi… ma per denaro), Woody Allen (Sweet and Lowdown/Accordi e disaccordi, Cassandra’s Dream/Sogni e delitti), Martin Scorsese (Bringing Out the Dead/Al di là della vita), Clint Eastwood (menzione come regista per Unforgiven/Gli spietati e come attore per Dirty Harry/Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo), Mel Brooks (The Producers/Per favore non toccate le vecchiette), François Truffaut (Domicile conjugal/Non drammatizziamo… è solo questione di corna!, La sirène du Mississippi/La mia droga si chiama Julie), Sidney Lumet (Before the Devil Knows You’re Dead/Onora il padre e la madre), Gus Van Sant (My Own Private Idaho/Belli e dannati), Wong Kar-wai (My Blueberry Nights/Un bacio romantico), i fratelli Coen (Intolerable Cruelty/Prima ti sposo, poi ti rovino). Nel 2013 è tornato nelle sale uno dei capolavori di Ernst Lubitsch: non Trouble in Paradise/Mancia competente, forse il primo caso di traduzione dell’assurdo (era il 1932), bensì Vogliamo vivere!. Distribuito in poche sale ma con ottima campagna di marketing, la gente è andata a vederlo come fosse un titolo di prima visione. Nelle poltrone dei cinema radical chic, il pubblico italiano ha scoperto come si chiama davvero: To Be or Not to Be.

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