Esce “Painting With”, decimo album degli Animal Collective. Il compiacimento della fine del rock come portabandiera dell’umanità, quell’eterna aria da turisti dell’impegno

Se Strokes e White Stripes sono stati la prova perversa che il rock era morto col nuovo secolo, una conferma la dava uno dei gruppi contemporanei più interessanti, gli Animal Collective: un rito pagano con melodie dei Beach Boys che saltavano come rane su foglie elettroniche e suoni trovati. I componenti, di numero variabile, a volte mascherati e con i soprannomi (Panda Bear, Geologist eccetera), saltellavano intorno ai sintetizzatori, annunciando una nuova era di zone temporaneamente autonome in cui farsi di ecstasy senza rimanerci secchi, vivere da parassiti dedicandosi alla bellezza…

Siccome post-Oasis ormai i successi indie non diventano più i portavoce del pianeta com’era sempre successo dai Dylan agli U2 ai Nirvana, certi gruppi si ritrovarono spaesati. L’esempio classico sono i Grizzly Bear; a volte lo si dice anche dei Vampire Weekend: a che serve essere i migliori indipendenti se non si conquista il mondo? (Di questo imperialismo indie era imbevuta la produzione di Nevermind dei Nirvana, per esempio.) Agli Animal Collective invece è sempre parsa una situazione ideale: trattare la musica leggera come un incrocio tra galleria d’arte e sito internet psichedelico. Stupire, toccare e intrattenere senza diventare icone globali. Quell’euforia da primi tempi di internet e poi della banda larga, gli AC la suscitano ancora. Se vai sul sito, compare un’immagine che sbava, tutta un bleed, se col dito sul telefono fai scorrere la pagina. È lo spirito giocoso di chi considera questo secolo un’avventura e non una condanna. Per iOS è disponibile un’app con cui due utenti possono disegnare insieme ascoltando Lying in the Grass per poi postarla sui social. In più, l’applicazione può produrre una luce stroboscopica da utilizzare insieme all’edizione deluxe del vinile: questa edizione contiene un tappetino per giradischi che funziona come uno zootropio se appunto ci spari sopra la luce strobo mentre gira.

Hisham Akira Bharoocha

Pubblicato dalla Domino, “Painting With” ha 12 tracce. L’ultimo disco era del 2012

Parlo di queste chicche prima che della musica, perché gli AC ormai non sono una colonna sonora del presente, com’erano negli anni zero, ma una precisa scelta estetica. Cosa è cambiato tra il secolo scorso, che va dall’esordio di Spirit They’ve Gone, Spirit They’ve Vanished al successo indiscusso di Merriweather Post Pavillion, e gli anni Dieci? Anche se gli AC dicono di essere diversi a ogni disco, l’umore è sempre lo stesso: una celebrazione cerebrale della vita e dell’arte. Allo stesso tempo, ora che siamo lontani dal decennio dei giri d’accordi epici alla Time to Pretend di MGMT e Wake Up di Arcade Fire, gli AC sembrano aver abbandonato anche loro il lato epico, un po’ Avatar un po’ Aviator, e aver conservato solo quello folletto.

Rispetto all’ultimo LP, Centipede Hz (2012), con cui erano andati sul pesante con un industrial da casse del computer, questo disco è più asciutto. «Direi che la nostra musica in general è molto soupy», zupposa, ha detto Avey Tare in un intervista di diymag.com. Painting With suona completamente fuori moda. È ispirato a cubismo e avanguardie novecentesche varie, e lo spirito giocoso è talmente scollegato dallo Zeitgeist, ormai (cioè da Drake), che a volte fa ripensare a una certa musica anni Novanta tipo They Might Be Giants, con melodie da cartone animato e una velocità di esecuzione ai limiti del demenziale – infatti mi vengono in mente anche gli XTC, gruppo partito dalla New Wave e approdato a territori completamente personali, immaginari. Altrimenti detto, nelle parole di Panda Bear: «Roba piccante, pungente… Canzoni brevi… Un disco con un’energia omogenea… Abbiamo parlato tanto del primo disco dei Ramones».

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