Palcoscenico sonnolento per una serata monopolizzata dal saluto agli scomparsi dell'anno. Lo Stato dell’Unione della musica americana non è elettrizzante

Confermando il generale spiazzamento nel rapporto tra media italiani e musica, la cerimonia di consegna dei Grammy quest’anno non è stata trasmessa né sul satellite, né in digitale e per vederla si è dovuto ricorrere agli streaming. Il che, tralasciando gli sconforti, non è che un sintomo di come stiano rapidamente cambiando mezzi e veicolazioni. Anche gli americani hanno comunque assistito a una versione short dell’evento, limitata agli 8 premi principali sui 75 ormai consegnati alle categorie più impensabili (ne ha vinto uno anche Jimmy Carter, per aver registrato le sue memorie da 90enne – anche se forse avrebbe dovuto pensarci due volte).

Le scelte non sono state né sorprendenti né particolarmente coraggiose, privilegiando lo status quo, al pari di quanto fanno gli Oscar storicizzando la stagione cinematografica. Un atteggiamento difensivo, splendidamente iconizzato dal suono, il volto e il biondismo di Taylor Swift, neo-fidanzata dell’America millennial, quella che lavora, produce e il sabato sera si concede un po’ di meritato relax. Taylor ha dominato insieme a Kendrick Lamar questa edizione dei Grammys e dal palco è stato perfettamente percepibile il potere carismatico e condizionante del suo personaggio – così concentrato nell’incarnare il meglio americano, la giovinezza consapevole, quella che si impegna duramente e sa cantarle chiare a chi l’infastidisce – uno in particolare, il solito Kanye West, col quale Swift intrattiene una cavalleria rusticana da 7 anni e al quale anche ieri ha dedicato una bella stoccata. Swift è il mainstream pop 2016, colonna della tradizione radiofonica, la stessa attraverso cui sono transitate Britney Spears e Madonna, Rihanna e Lady Gaga. Presente anche quest’ultima, impegnata in un divertente omaggio-medley a David Bowie (il saluto agli scomparsi ha monopolizzato la scaletta, con omaggi da BB King, a Lemmy, a Glenn Frey. E sulla collocazione del postmortem rock la riflessione ormai urge) con 6 minuti pieni di effetti speciali, ma vocalmente scandalosi, a conferma che Gaga non sarà mai altro che la Houdini del pop. Poco condivisibili i premi ai Muse per il miglior album rock, a Meghan Trainor come personaggio emergente e agli Alabama Shakes per il miglior album alternativo, dal momento che, più che alternativo, “Sounds and Color” è una prevedibile prosecuzione del bell’esordio della band. Gradevole veder riconoscere i valori di Jason Isbell per Americana, di The Weeknd e D’Angelo per le aree RnB e Urban e dei dylaniani “Basement Tapes” per la categoria “album storico”.

Starwoman

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Lady Gaga interpreta David Bowie

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Ovviamente la performance della serata è stata quella di Kendrick Lamar, in particolare la messinscena di “The Blacker The Berry”, che ha portato sul sonnolento palcoscenico di una premiazione ufficiale, un’intensità e una drammatugia di un livello talmente superiore da apparire imbarazzante e forse estraneo. Il set sembrava un film di Eliah Kazan, con tanto di scenografia carceraria, Lamar in catene, l’evocazione della Madre Africa e un rogo KKK (vero e fiammeggiante). Kendrick è oggi l’artista di riferimento della scena black, per come si sta occupando in prima persona di far ripartire un meccanismo creativo incagliatosi nell’autocontemplazione. Il valore di ciò che produce va però oltre il genere, anzi, è pensato proprio per produrne il superamento ed espandere l’idea musicale originariamente “black”, concepita come espressione popolare aggregativa – il rap, appunto – verso una dimensione ecumenica, onnicomprensiva e perfettamente contemporanea. Ci sta riuscendo magnificamente: “To Pimp a Butterfly” ne è l’esempio luminoso, mentre per ora latita la corretta valutazione di tutto ciò da parte dell’industria di cui i Grammys sono l’espressione. Che lo premiano sì, ma come un novello Sidney Poitier, ingabbiandolo nelle categorie “nere”, senza recepire che ciò che sta facendo è portare la musica americana oltre quella fase. Un segnale di retroguardia, che descrive un’industria arroccata sulla difesa di categorie che lo stesso pubblico più giovane ormai smentisce, saltando allegramente di palo in frasca. Non a caso, i riconoscimenti accordati a Lamar (cinque, su undici nominations) sono stati “compensati” da quelli a Taylor Swift, due faccie di una medaglia, che poi, in modo piuttosto sbalorditivo, finiscono per condividere il riconoscimento per il miglior video a “Bad Blood”, nel quale cantano insieme.

A giudicare da questi Grammys, dunque, lo Stato dell’Unione della musica americana non è elettrizzante ma, sia pure con tempi lenti, sta riallineando la visione a un cambiamento “dal basso” che ne ha già modificato la geografia, se si pensa ai modi di consumo, ai bisogni e alle richieste del pubblico più giovane. Presto bisognerà riconsiderare l’intera descrizione del mondo della musica. Siamo nell’epoca di “Vynil”, dei lutti a raffica, del viale del tramonto di un lungo sogno e della definizione di un nuovo ruolo: questo magmatico futuro prossimo, così difficile da definire, ma così facile da intuire, è la matrice da studiare. I Grammys come al solito arriveranno dopo, col ritardo che va concesso al sistema, allorché prova a tenere in giusto conto le direzioni segnate dagli esploratori.

Kendrick Lamar ha cantato Alright

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KL ha vinto 5 Grammy

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KL ha infiammato il palco

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KL ha vinto 5 Grammy

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Ecco i principali Grammy 2016:

Disco dell’anno: “Uptown Funk”, Mark Ronson featuring Bruno Mars
Album dell’anno: “1989”, Taylor Swift
Canzone dell’anno: “Thinking Out Loud”, Ed Sheeran
Nuovo Artista: Meghan Trainor
Dance/Electronic Album: “Skrillex and Diplo Present Jack U”, Skrillex and Diplo
Rock Song: “Don’t Wanna Fight”, Alabama Shakes
Rock Album: “Drones”,  Muse
Alternative Music Album: “Sound & Color”,  Alabama Shakes
Urban Contemporary Album: “Beauty Behind the Madness”, the Weeknd
R&B Album: “Black Messiah”,  D’Angelo and the Vanguard
Rap Album: “To Pimp a Butterfly”, Kendrick Lamar
Country Album: “Traveller”, Chris Stapleton
Jazz Instrumental Album: “Past Present”, John Scofield
Americana Album: “Something More Than Free”, Jason Isbell
Folk Album: “Béla Fleck and Abigail Washburn”, Béla Fleck and Abigail Washburn
World Music Album: “Sings”, Angelique Kidjo
Comedy Album: “Live at Madison Square Garden”, Louis C.K.
Musical: “Hamilton”
Historical Album: “The Basement Tapes Complete: The Bootleg Series Vol. 11”, Bob Dylan and the Band
Music Video: “Bad Blood”, Taylor Swift featuring Kendrick Lamar
Music Film: “Amy”, diretto Asif Kapadia
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