Un paesino tranquillo, un monolocale e cinque secchi per la raccolta differenziata. Cari rumeni che (forse) tagliate i lucchetti, vi scrivo

Mi hanno dato la cattedra in un paesino tranquillo, arroccato su un colle, cinquemila abitanti, pulito, nessun rumore, tutti che si sorridono quando si incontrano al bar della piazza, come nelle pubblicità delle acque minerali coi novantenni arzilli. Prendo casa sul punto più alto del paese, due stanze, angolo cottura, trentacinque metri quadrati in tutto, che pace, penso, che silenzio, rimango immobile in mezzo alla cucina-soggiorno per minuti interi, mi sento circondato da una specie di vuoto benefico, questo sì che è un nuovo inizio, penso, una rinascita, e poi che silenzio che c’è, quando mai l’avevo sentito io tutto questo silenzio? Mi sdraio sul tappeto, peli alti come fili d’erba, ci sprofondo, uno di questi fili d’erba finti mi finisce in una narice: che cazzo, penso, poi mi immergo nel silenzio, scopro di avere un acufene.

Casa mia, in Sicilia, la casa in cui sono cresciuto, pieno centro storico, aveva le mura spesse, un edificio antico, contornato da altri edifici antichi, altre mura spesse addossate alle mie, non servono a niente, penso steso sul tappeto, sono umide e non sono a squadro, in più si sente tutto lo stesso, fai vita in comune con il circondario. Quando i compagni di scuola venivano a trovarmi gli leggevo il panico in faccia, restavano immobili fino a quando non trovavano la forza di chiedermi: ma chi c’è qua dentro, non siamo soli? E io: nessuno, certo che siamo soli, sono le voci dei vicini. Se mi avessero chiesto di mettere il titolo a un film horror avrei scelto Le voci dei vicini e pensato alle facce dei miei compagni di scuola. I miei compagni di scuola venivano dai palazzi della zona alta, condomìni nuovi, con i tramezzi sottili, altro che mura spesse e antiche come quelle del centro storico, però nelle loro camere i rumori dei vicini arrivavano attutiti, e soprattuto i loro vicini vivevano in casa, dentro le stanze, d’inverno chiudevano anche i balconi e le finestre, per questo forse i miei compagni di scuola si spaventavano quando venivano a studiare da me, non erano abituati, i miei vicini abitavano fuori tutto l’anno, sul balcone, estate e inverno con le finestre spalancate, sole e pioggia, non ho mai capito perché, col freddo e col caldo, tutti a urlarsi cose dal terrazzo verso la cucina e dalla finestra del soggiorno verso quella della stanza da letto, anche i neonati: piangevano e imparavano a urlare «mammaaa, zioooo, ohuuuu», da dentro verso fuori, da fuori verso dentro.

In queste pagine, alcuni scatti realizzati nel centro storico medievale e nei dintorni del paese di cinquemila abitanti dove vive l’autore di questo articolo

Il mio era un quartiere popolare, il boom del turismo era ancora lontano, ci abitavano falegnami, bottegai, muratori, spazzini. C’erano anche una famiglia di farmacisti e il campione del mondo di apnea Enzo Maiorca, col suo aspetto da country gentleman, uno studio di avvocato e uno di commercialista, però per la maggior parte era una casba popolata da un sacco di gente agli arresti domiciliari, la volante della polizia bussava a quattro, cinque portoni della strada tutti i giorni, a volte i carabinieri salivano le scale per controllare con i loro occhi, e io, pur con le mura di pietra, spesse come quelle antiche, sentivo i vicini che dicevano: «Ma questi bastardi di sbirri mi devono venire a scassare la minchia fino a dentro casa?», e oltretutto lo dicevano sussurrando per non farsi sentire.

Di norma però i miei vicini non sussurravano niente, erano urlatori che ci mettevano un attimo a sfondarti la porta del basso dove tenevi la bicicletta o il motorino, quattro pedate e si trasferivano nel tuo garage con i neonati, le zie e le nonne: PEMM, e al posto della bici ci trovavi cognate, cugini di secondo grado, un accumulo di persone dentro due stanze senza acqua, a volte senza luce, ma soprattutto senza finestre, e siccome non c’erano le finestre, per dirsi le cose urlavano dalla strada alla casa e viceversa, sempre molto rumore di fondo, «CETTINAAAA», e qualcun altro che da dentro diceva «CHI È?», e quell’altro, sempre dalla strada: «IL FIGLIO DELLA LOPEZ, APRI!». Perché la Lopez era una delle due botteghe, e il figlio faceva le consegne, forse l’acufene mi è venuto proprio quando abitavo nella casa avita, penso steso sul tappeto del mio nuovo domicilio, chissà da quanto tempo ce l’ho, solo che prima di sentire tutto questo silenzio come me ne potevo accorgere? Sulla rocca i miei vicini sono quasi tutti anziani, ogni tanto il sabato pomeriggio arrivano i figli a trovarli, figli che magari si sono trasferiti fuori le mura, in uno dei quartieri residenziali in mezzo alle colline, fatti di villette a schiera, i genitori giovani che lavorano in città e i ragazzini che vengono a scuola da me.

In paese, dove sto io, in alto, sulla rocca come si dice qua, c’è anche qualcuno che ha ristrutturato la casa dei nonni, ha rimesso in sesto il giardino o il terrazzo e ha deciso di crescere i figli in “uno dei borghi più belli d’Italia”, come dice il cartello che annuncia l’ingresso in paese, la scelta saggia di una specie di élite danarosa, poche famiglie illuminate, una delle quali abita al piano di sotto, a una rampa di scale da me. Sono gentili, ci incontriamo la sera un po’ prima delle nove, sul cancello d’entrata, quando mettiamo fuori i mastelli dell’organico o della plastica, ci scambiamo convenevoli, piccole informazioni: ti ricordi se questa è la settimana A o la settimana B? Oggi tocca alla carta o all’indifferenziato? Non so niente di loro, non li sento mai urlare da fuori il balcone verso la cucina, nemmeno quando salgono in terrazza a stendere i panni.

Dei vicini di Siracusa invece sapevo tutto, anche se non volevo, quando buttavamo la spazzatura ai piedi del palo della luce mi mettevo in disparte e li ascoltavo raccontarsi cose come: «Sì, ieri sera si sono venuti a prendere Pippo e ora gli dobbiamo fare il borsone», e ormai sapevo che il borsone era come una colletta che si faceva a chi entrava in carcere, un corredo fatto di tute da ginnastica, pigiami, insomma quelle cose che tutti mettiamo in casa quando sappiamo di non dover più uscire, infilate dentro a una borsa di quelle che si usano per andare in palestra o in piscina.

L’altro giorno la mia vicina di adesso mi fa: «Hai sentito?». E io d’istinto le ho detto: «Lo sai che ho un acufene?». «Quindi non hai sentito», mi ha chiesto lei. No, non avevo sentito, ma che dovevo sentire, le ho chiesto io, che qua c’è tutto questo silenzio. I rumeni, mi fa lei. In classe ho due ragazzini rumeni, molto silenziosi, i rumeni non ce li vedo a fare caciara in paese, le dico, magari hanno bevuto? No, mi fa lei, i rumeni hanno queste tronchesi giganti, e con due dita mima il gesto della forbice. Ma che cosa tagliano i rumeni per fare tutto ’sto rumore, le chiedo. I rumeni in un attimo ti tagliano via il lucchetto e ti entrano in casa mentre dormi, mi fa lei, e poi fa di nuovo quel gesto, stavolta in grande, aprendo e chiudendo tutt’è due le mani, come una tagliola: zac, con quelle tronchesi enormi che hanno, dice.

In paese quasi tutti oltre alla casa hanno uno spazio al piano terra che chiamano taverna, che poi sarebbe un basso come quelli che c’erano nella strada di casa mia in Sicilia. Quando c’è la festa del santo patrono diventano osterie alla buona, punti di ritrovo, per il resto dell’anno invece rimangono private, come delle dependance, in qualche modo sono collegate con l’abitazione vera e propria, forse c’è un tunnel o una rampa di scale, non ne ho mai vista una dal di dentro.

Da fuori, le taverne hanno porte di legno molto grandi, spesse, come quelle di una volta, e per chiuderle c’è sempre un chiavistello di ferro pesante, a volte con una catena tutto attorno, sembrano portoni medievali, di quelli che per sfondarli ci voleva l’ariete: che tronchesi devono avere questi rumeni, penso, per tagliare sbarre di ferro forgiate nel Milleduecento? Le dico: ma a me il paese pare un posto così tranquillo. Eh, lo era, mi dice lei, poi con la fuga verso i quartieri residenziali sono rimasti solo gli anziani e sono arrivate un sacco di badanti dell’Est. Allora chi li taglia questi lucchetti con le tronchesi, le chiedo, le badanti? No, no, mi fa lei, probabilmente sono i mariti o gli amanti: si vede che hanno segnalato il paese ai loro connazionali, e la notte questi vengono qui e zac, e di nuovo fa quel gesto con le mani.

Io a vedere il gesto della tagliola penso subito all’evirazione: corro con le mani a controllare che nessun rumeno mi abbia tagliato il pene di notte, mentre dormivo, approfittandosi del fatto che con questo acufene non sento niente. Dico alla vicina: in classe ho due ragazzini rumeni, due famiglie diverse, la mamma del ragazzino fa la badante qua in paese. Lo so, mi fa lei, è la badante di mia zia, chi lo può sapere se non è stata proprio lei a dire a qualche suo amico di venire qua a svaligiare le case? È vero, penso, chi lo può sapere? Sulla rocca ci abitano molti anziani e una serie di rumeni, gli altri tutti nelle villette a schiera, fuori dalle mura. Ci salutiamo, io torno a casa, piano di sopra, 35 metri quadrati, un tappeto coi fili d’erba finti che poi ti finiscono dentro le narici, non mi va di sdraiarmi, fammi guardare fuori dalla finestra, che belle che sono queste colline umbre, in questa stagione sospesa tra l’inverno e la primavera, poi, ci sono colori così tenui, un silenzio che si sente il vento infilarsi dentro le aperture dei campanili, delle torri, dei sottotetti, e riprodurre un suono che somiglia un sacco a quello di un acufene.

Guardo i declivi e penso che ora mi compro una bici e mi metto a fare queste dolci salite due, tre volte a settimana, magari perdo qualche chilo e recupero un minimo di forma prima che sia giugno, la scuola finisca e io me ne torni in mezzo al rumore siciliano, quanto è denso invece il silenzio che c’è qua, fammi accendere la tv, prima che impazzisco. Verso le nove, nove e mezza, dopo aver buttato la spazzatura, ci sono solo dibattiti, giornalisti e ospiti che si pongono il problema della sicurezza: è collegato all’immigrazione, li sento dire, gente che viene qua a delinquere, ti entra in casa di notte, non gliene frega niente se ci sei dentro tu che stai dormendo. E certo, penso io, tanto che ci vuole? Bastano un paio di tronchesi, zac un colpo secco e salta il chiavistello.

Quelli ai domiciliari, a Siracusa, alla fine degli anni Ottanta, erano borseggiatori, truffatori, qualche topo di appartamento, però mai che ne sentivi uno parlare di tronchesi, che ne so confrontare i modelli, discutere di quale fosse la marca più adatta alle effrazioni notturne, niente, al limite li sentivi dare qualche gran pedata, poi qualche urlo, CETTINAAAAA, e la mattina dopo ti ritrovavi il basso occupato da due, tre famiglie. Mi torna in mente solo il rumore delle pedate, PEMM, poi solo gente che si chiamava da dentro verso fuori e basta, lo spavento, la paura, non me li ricordo: sarà che abitavamo tutti nello stesso quartiere, penso, eravamo tutti contigui, il farmacista e il gentiluomo di campagna sentivano i discorsi di quelli ai domiciliari anche senza volerlo, finiva che ci conoscevamo per osmosi, quindi un poco diffidavamo, stavamo sulle nostre, la prossimità generava conoscenza, e la conoscenza aiutava a stabilire la prudenza, che forse è un modo pragmatico di essere tolleranti. Invece in questi quartieri residenziali, fuori dal paese, in collina, il silenzio è bellissimo, però non si sa più quando è il momento di origliare i discorsi sul borsone e quando è il momento di parlare del residuo indifferenziato: il simile, il meno simile, il dissimile, separare tutto, io in una casa di neanche 35 metri quadrati devo tenerci cinque mastelli, ma secondo loro dove li metto?

Spengo la tv, mi infilo dentro al letto: una pace, un silenzio, l’acufene è come una ninna nanna. L’indomani vado in negozio per comprare la bici, ne scelgo una di fascia media, compro a rate, tanto ormai sono di ruolo, con il commesso facciamo la misurazione delle mie gambe, regoliamo il sellino, scegliamo la misura del telaio, la posizione del manubrio, si chiama biomeccanica, serve a risparmiare energia nelle salite che dovrò fare due, tre volte la settimana fino a giugno. Alla cassa mi viene in mente che qua non ho una taverna dove tenere la bici, in casa non ci entra, 35 metri quadrati, e ho già cinque mastelli per la differenziata, dove la metto? Nell’angolo cottura? E quando poi s’infanga? Pago la bici e penso: ora mi fermo da un ferramenta per un lucchetto, la lego al cancello e la tengo fuori.

In paese ce n’è uno fornitissimo, chiedo: un lucchetto per una bici. Si va bene, mi fa lui, che te ne fai. Che significa, gli domando. Ma non hai sentito dei furti in paese, mi dice. I rumeni, gli dico. Eh, quelli in un attimo tagliano i paletti in ferro delle taverne, figurati quanto ci stanno a tagliare un lucchetto, hanno tronchesi grosse così, e fa quel gesto con la mano. Quindi è inutile, gli chiedo? Inutile no, mi dice lui, io il lucchetto te lo vendo, è sempre un deterrente, però è meglio se la tieni nell’angolo cottura, fa niente se è infangata. Salgo le scale di casa con la bici caricata su una spalla e penso: ma ai rumeni, queste tronchesi giganti chi gliele vende? Citofono alla vicina e glielo chiedo. Lei esce di casa e la incontro davanti al cancello: il problema sono i ferramenta, mi dice, dovrebbero chiedere i documenti prima di venderti le tronchesi, e se sei un rumeno mi dispiace ma t’attacchi.

Prendo la bici e la riporto giù, vicino al cancello, tanto a questo punto mettere il lucchetto è davvero inutile, zac, penso, e mi faccio il gesto della tagliola da solo: meglio se tento un patto di non belligeranza, come fa Antonio Pascale in Le attenuanti sentimentali, quando pure lui si trova alle prese con i furti dei rumeni. Allora prendo un foglio, lo piego in due e ci scrivo sopra un biglietto. Rumeni, facciamo così: se vi serve la bici, pigliatevela, basta che poi quando avete finito me la riportate, è inutile dare soldi al ferramenta, io per il lucchetto e voi per le tronchesi, e comunque sappiate io non sono ancora un anziano, per cui se dovete rapinare una casa, andate dalla zia della mia vicina, che oltretutto ci lavora come badante una vostra connazionale: anche là, niente ferramenta e niente tronchesi, vi apre lei, è qua vicino, al numero 41. E se per caso finite in carcere, fatemelo sapere, che vi faccio il borsone. Più che un biglietto m’è venuta un’enciclica, è troppo lunga, secondo me i rumeni si stufano a leggerla. Mi salvo solo se portano il biglietto a casa insieme alla bici e la sera, dopo cena, prima di buttarlo nel mastello della carta, giusto per scrupolo, lo danno a uno dei loro figli e gli dicono: dai, veloce, leggimi cosa c’è scritto qua.

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