Quanto è importante fare bella figura? La prima impressione, nella vita come nel lavoro, ha una sua incidenza innegabile. Ma a cosa serve, se hai passato la vita a twittare imbecillità e fotografarti i piedi su Instagram?

Il difetto ce l’hanno sempre rimproverato e non ci siamo mai voluti correggere, la voglia di fare bella figura a tutti i costi è quindi stata promossa a spassosa caratteristica di spirito nazionale. L’esempio migliore lo faceva Barzini, in Italiani (1965) racconta di quanto ci piacesse fare bella figura addirittura in battaglia, che è l’ultimo stadio della vanità: «La corazza rinascimentale italiana fu giustamente considerata la più bella d’Europa: era elegantemente disegnata e decorata, ben fatta, ingegnosamente costruita, comoda ma troppo leggera e sottile per poter essere impiegata in combattimento. In guerra anche gli italiani preferivano la corazza tedesca, ch’era più brutta ma sicura». Ci è servito senz’altro per il primato nell’arte, ma da Platone (Nella Repubblica: «Trasimaco era convinto di avere una risposta stupenda e moriva dalla voglia di parlare per fare bella figura»), fino a Kant, il giudizio unanime è severo: la bella figura non vale neanche il disprezzo che merita.

Hanno ragione. Il desiderio di piacere è declinazione del vacuo, motivo per cui le persone perbene ci tengono sempre a prendere le distanze (a parole) dalla triste tendenza della forma a prevalere sulla sostanza. E all’inizio cercavi di essere come loro, perbene e moralissimo anche tu, poi hai capito che passare inosservato era un errore d’ingenuità – la vita ti mette presto a parte di uno dei suoi ignobili segreti: fare bella figura serve. Serve eccome perché tra le poche verità che non richiedono dubbi c’è questa: la seconda possibilità di fare una buona prima impressione normalmente non te la danno.

Michele Borzoni / TerraProject

Lo hai imparato al tuo secondo colloquio: abito sobrio, tatuaggi coperti, ti eri esercitato allo specchio con risposte secche. Se eri così bravo da fare bella figura, ti prendevano a lavorare. Mentre ti dicevano sì erano già fieri di te: ispira fiducia, il ragazzo si farà. Tu eri il tuo biglietto da visita. Almeno fino a dieci anni fa. Adesso il tuo curriculum ce l’ha in mano google, i pedigree si leggono su internet, ti dicono «si accomodi» ma sanno chi sei meglio di te. La tragedia della nostra nuova vita online è spiegata in uno dei migliori libri del 2015, I giustizieri della rete (Jon Ronson).

È uno di quei manuali di denuncia che dopo un po’ diventa saggio di minacce. La profezia è la seguente: basta una frase sbagliata e chiunque può finire come Justine Sacco, la ragazza rovinata da un pensierino razzista. In quel caso sfortunato finire licenziata fu il meno: seguirono centomila tweet di offese, stando ai conti di Buzzfeed. Il nome “Justine Sacco” è stato cercato un milione e duecontoventimila volte in dieci giorni. Ronson prova a dare la diagnosi sociale del massacro e conclude che il popolo virtuale non è mai così coalizzato come quando deve sbranare – ma per quello bastava leggere Tolstoj: la maldicenza non tradisce mai, è il porto sicuro della conversazione. Che gli uomini diventino tutti cerberi mentre si accaniscono contro uno succedeva anche prima dell’elettricità.

L’avvertimento è che è facile trovarsi bersaglio dei tiratori scelti dei social network: gli utenti vogliono il cadavere (di chiunque). Basta scrivere una mattina con tre ore scarse di sonno o una sera ubriaco: con 140 caratteri si aprono le porte dell’inferno – e devi entrare per forza. Sostiene Ronson che è il grande revival della gogna pubblica dopo una pausa di due secoli (le punizioni pubbliche erano state abolite nel 1837 nel Regno Unito e nel 1839 negli Stati Uniti).

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Ma “gogna” è una parola forse troppo pomposa, per pensare di sacrificarla pure a quello che succede generalmente nei social network adesso. Non foss’altro perché sfilarsi dalla trappola è diventato facile quanto finirci: se sei la vittima si tratta solo di stare due settimane offline a guardare l’acqua che si calma finché il tuo nome non scompare insieme agli insulti che si porta appresso. Sembrerebbe il contrario, ma internet è un dio con tutti i poteri tranne la memoria: la fesseria che hai scritto oggi te la perdona dopodomani, una fesseria più grossa la seppellirà.

Justine Sacco è un caso limite – e come tutti i casi limite non fa argomento, tre anni dopo quel tweet chiunque ammette che online ha letto di peggio. È diventata famosa – nel modo sbagliato, ma la parola “come” negli ultimi tempi non vale granché – e sta facendo pentimento attivo. Intanto lavora di nuovo come PR, sono stati scritti molti inviti alla clemenza, insomma il mondo ci sta lentamente passando sopra. Il sarcasmo da esibizione le è costato, ma probabilmente se la caverà. Lei.

Il problema è più degli stupidi anonimi, la nuova generazione. Consideriamo qualcuno che non è Justine Sacco, un utente a caso che scrive idiozie saltuarie e meno invasive. Per non offendere nessuno nella trattazione, l’autore parlerà male di se stesso. Ho ventisette anni (concessione necessaria alla trama) e cerco il primo lavoro. Il bicchiere mezzo pieno: una laurea, un master, esame scritto da avvocato già superato con bei voti e tutto quello che occorre per la bella figura: gradevole all’aspetto, nessun tatuaggio, abiti sobri. Riesco a essere poco emotiva quando serve. Il bicchiere mezzo vuoto: la commissione mi ha già cercata su internet. I possibili datori di lavoro hanno letto quello che posta sui social network la candidata (solo sciocchezze). La candidata ha fatto una brutta figura. Era quella, la prima impressione che avevo a disposizione.

Michele Borzoni / TerraProject

Io mi assumerei in un serissimo studio legale? Quelli con indirizzo al centro e avvocati che dichiarano ai clienti «Noi siamo una boutique del diritto»? Probabilmente no. Il beneficio del dubbio è sempre un mezzo favore che fai a qualcuno, i professionisti sono costretti a preferire la soluzione economica: avanti il prossimo.

Tra i pericoli della rete ne hanno dimenticato uno: mentre chiedono leggi contro i troll e firmano querele per i pettegolezzi in rete, si sono scordati del capitalismo. Il sistema economico si è adattato ai tempi e l’ha chiamata flessibilità. Per semplificare: è il 2016 e ci sono più partite IVA che uomini. La tua parte nel tutto – se hai vent’anni – è che devi prepararti a cambiare ufficio almeno tre volte fino ai quaranta. Ci vorranno sessanta colloqui (esempio di fantasia).

Chi si assume la responsabilità di farti meritare uno stipendio può decidere di verificare le credenziali senza conoscerti, il tuo autoscatto nudo con la scritta “Università Bocconi” arrivato fino in Inghilterra, prima pagina del Daily Mail alla voce «bizzarra moda tra gli studenti italiani, fotogallery» (esempio realmente accaduto), potrebbe fare più strada della tua laurea alla Bocconi. Non esistono rischi della rete oltre ai tipi previsti dalla legge, almeno quelli che restano non sono né anonimi, né astratti né proprio della rete. Internet ha un solo giustiziere con la mira precisa, chi ti rovina la vita è lo stesso di tutti i giorni, il nemico di sempre: tu.

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