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Io sono il ripieno

IL 78 19.02.2016

Dare i numeri a parole

Vengo fuori da questo tombino. No, non è un tombino. È una ferita nella terra, umana. È un taglio carnale nel fango. Ne vengo fuori come? Con i gomiti spinti su questi labbri melmosi. Ho il corpo immerso. In cosa? In un miscuglio d’alghe affettuose. Mi stringono tutto il corpo: una mano non colmerebbe così una sola guancia, un polpaccio. Mi stringono in maniera convincente, e non c’è margine alla stretta: né punte di dita né rilievo carnoso prima del polso dispersivo. Non c’è margine, la stretta prosegue con ostinazione romanzesca. Perché romanzesca? Non lo so. Sì, lo so: i romanzi non dovrebbero mai finire. Finiscono perché devono essere letti. Ma non finirebbero mai. Non tanto per andare oltre la fine né per anticipare l’inizio con un altro inizio. No, all’interno. All’interno non finirebbero mai. Invocano: continuami. Non farmi leggere, invocano, insistimi. Così queste capigliature dense di balsamo mi pressano. Non erano alghe? Sì, anche. Chiome, sì, fasci d’inguini. Falde di pasta sfoglia, anzi di pasta frolla. Io sono il ripieno? Può essere, non so. Sono al centro di un rollè di fasce muscolari di cosce in perenne accavallamento. Così il mare a riva arrotola effimeri e innumerevoli involtini d’onde. Così sto, in mezzo a vortici di sospiri collosi. Punto tutto me stesso sulle mani e le braccia che, impuntate, tremano. Dalla vita in giù io sono le setole di un pennello da barba nella schiuma. Divento il delfino che agita la coda. Mi soccorro. Devo uscirmene da questo barattolo da barbiere pieno di sapone, devo raggiungere il mio torace all’aperto, la metà del mio corpo già all’aria. Forzo un’anca su un bordo, slancio l’altra all’opposto, più su. Mi estraggo a zig-zag, sono un dente e un albero, svincolo radici. Un risucchio sonoro: sono fuori dalla poltiglia della scrittura. 

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