Com’è il nuovo disco del marito di Kim Kardashian? «Il miglior disco del più grande artista del pianeta». Chi ne parla così? Sempre lui, il marito di Kim Kardashian

Chi diavolo è, oggi, Kanye West? Non c’è dubbio che Kanye stia mettendo sotto sforzo la propria credibilità hip hop, nel caso gliene freghi qualcosa (propendiamo per il no. Lui, per rincarare la dose, dice che, in quanto ascoltatore, è un appassionato di rock). Il suo percorso è stato lungo e tormentato, dai giorni con la madre a Chicago, in un contesto sociale distante dalle turbolenze dei ghetti, poi attraverso l’intermittente delirio di narcisismo di cui si è titolare, fino al matrimonio con Kim Kardashian, bizzarra personalità prodotta dalla deflagrazione dell’epidemia di “celebrità”.

Basta un’occhiata alla traiettoria, per rinunciare a ragionare di Kanye come di una personalità “normale” della black music del nuovo Millennio, ricollocandolo nel mondo limitrofo, lo stesso abitato da Jay-Z, Russell Simmons e Dr Dre, nel quale spaziano le personalità espanse di artisti partiti dal rap, ma evolutisi in qualcosa di diverso: sono i businessmen con trascorsi “street” ridicolizzati da Empire, unica versione del “tycoon” che l’industria dello spettacolo ancora accorda senza remore a un afroamericano. Eppure, Kanye è diverso anche da costoro, non ha lo stesso retroterra di disagio e rabbia poeticamente organizzata. La sua, socialmente, non è una conversione, non è una ascesa miracolosa, è piuttosto l’adattamento di un modo d’essere nero che appartiene alla contemporaneità borghese nera, nell’ultima architettura sociale americana.

Fin dai tempi di The College Dropout (2004), quando decise che fosse ora di provarci in prima persona e che la parte del produttore gli strizzava l’ego, le issues dei suoi pezzi sono state lontane dal repertorio di negatività, riscatto e violenza dei colleghi. Da subito, Kanye è dentro l’America, e non sotto, consapevole della decenza delle sue origini, disinvolto nell’utilizzo degli strumenti culturali a sua disposizione, tentato dall’idea performativa non solo delle sue canzoni, ma delle sue elucubrazioni – prodotto di una testa nella quale emotività, immaginazione e desideri s’intrecciano instancabilmente. Così Kanye è diventato un guru contemporaneo: audacia, sperimentazione, precognizione dei futuri sviluppi espressivi ne hanno fatto un eroe venerato dal pubblico e ricercato dai colleghi, senza distinzioni di pelle o genere musicale. Late Registration, Graduation, il sottovalutato 808s & Heartbreak, MBDTF, fino ai due episodi della sua apocalisse: Watch the Throne, concepito con Jay-Z e il faticoso Yeezus, trionfo dell’autoreferenzialità. Gli show di quest’ultimo periodo sono stati il pendant del trip di Kanye nell’allucinata contemplazione del suo io: oscuri, a tratti retorici, anticommerciali, rispettati dai fans ma guardati con nervosismo dalla critica.

Adesso arriva Waves (anche se il titolo potrebbe cambiare in So Help Me God), il nuovo album, e siamo a una svolta delicata. Il tempo è passato: Kanye ha 38 anni ed è il padre di North e Saint West. Le cronache raccontano che la famiglia Kardashian, in particolare le sorelle, abbia messo le mani non solo sulla sua vita privata, ma sulla sua produzione (risuona Empire, di nuovo?). In ogni caso, la scaletta di Waves suonerà familiare a chi segue da vicino le prodezze di Kanye: erano infatti già in circolazione da tempo FourFiveSeconds (con Paul McCartney e Rihanna), Only One (con McCartney), Wolves (con una bella performance di Vic Mensa), All Day, Facts (il pezzo che ha aperto le ostilità tra l’ex-sponsor Nike e Kanye, passato alla Adidas, come un top player Nba), Real Friends e No More Parties in L.A. in cui duetta col collaboratore più bramato: Kendrick Lamar, che da West ha raccolto le insegne di primo esploratore delle possibilità espressive del rap.

Waves è un patchwork di suoni, generi e ispirazioni, comparabile proprio a quanto Lamar ha fatto con To Pimp a Butterfly. Mantenendo la propensione a usare il rap come fattore introspettivo, incrociandolo con stili diversi, spogliandolo fino al minimalismo spettrale e poi rigenerandolo con orchestrazioni reali e digitali, Kanye suggerisce d’essere ancora impegnato nella sua ricerca, a dispetto delle smargiassate («Sono il più grande artista del pianeta»), delle visite in studio delle famigerate sorelline e delle controversie che oggi lo circondano. Waves è un disco inatteso e feroce, frammentario ma mai retorico, profondamente descrittivo, come agli esordi. Il suo nuovo collaboratore, Pusha T (altra star nascente) l’ha definito «un fuoco», aggiungendo che Kanye sta conducendo l’hip hop al livello superiore. Lo stesso West descrive il suo processo creativo come «un dipinto sonico». I moralisti ipotizzano che Kanye non sopravviverà all’onda-Kardashian e finirà solo per pensare alla sua linea di moda, come un gagà qualsiasi. Ma Waves racconta una storia diversa: intima, intensa e sì, ovviamente strapiena di sé. Forse vivere a fianco di una come Kim – che ha giocato con lo showbiz come il gatto col topo – si sta rivelando un’esperienza più stimolante di ciò che noi, ostinatamente, fingiamo di sapere.

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