Mettendo in scena vizi e virtù nazionali, Checco Zalone e Maccio Capatonda svelano la nostra intima schizofrenia: essere radical chic e allo stesso tempo tamarri

Stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio. L’aforisma è di Ennio Flaiano, ma si adatta bene al caso di Adolphe Quételet, astronomo e statistico belga nato alla fine del Settecento. Non si può dire che Quételet, fondatore dell’Osservatorio di Bruxelles, si fosse stancato dell’infinitamente grande, delle orbite planetarie, del calcolo esatto delle posizioni degli astri; ma preferì dedicare i suoi sforzi ad applicare la matematica ai comportamenti umani, e nel 1835 avanzò la teoria dell’homme moyen, dell’«uomo medio». La formula da allora non ci ha più abbandonato, anche se, lasciata libera di pascolare fuori dai recinti degli statistici e dei sociologi, si è imbizzarrita e ha preso direzioni capricciose, trasformandosi strada facendo in un grande stereotipo denigratorio.

L’homme moyen di Quételet era dato dalla media di tutte le caratteristiche di una popolazione – peso, altezza, ma anche propensione al crimine, età di matrimonio ecc. – in un contesto storico. Quételet sapeva bene che l’uomo medio non esiste in natura, che si tratta di un’astrazione utile agli studiosi; ma in questa astrazione vedeva anche una metafora morale. Richiamandosi all’autorità degli antichi – il giusto mezzo di Aristotele, l’aurea mediocritas di Orazio – ricordava che le deviazioni dalla media hanno sempre portato con sé «deformità nel corpo, vizio nei costumi e uno stato di malattia riguardo alla costituzione». Quanto più ci si discosta dal punto ottimale di questa statistica morale, tanto più si inclina alla mostruosità. Se si è uomini medi, non si rischia di essere mostri.

MAURIZIO MILLENOTTI. Costumista, candidato all’Oscar. Ultimo film: “Risorto” di Kevin Reynolds, esce il 17 marzo

FRANCESCA SARTORI. Costumista, ha ricevuto molti premi per “Il mestiere delle armi”. Ultimo lavoro: “Emperor” (2016)

BEATRICE KRUGER. Direttrice di casting, ha lavorato al cast italiano di “The Tourist”, “Nine”, “Casino Royale”

FRANCESCA SARTORI. Costumista, ha ricevuto molti premi per “Il mestiere delle armi”. Ultimo lavoro: “Emperor” (2016)

ROBERTO BENIGNI. Attore, regista, Oscar (film straniero e attore protagonista) con “La vita è bella” (1997)

LINA WERTMÜLLER. Sceneggiatrice, regista, candidata all’Oscar con “Pasqualino Settebellezze” (1975)

ENNIO MORRICONE. Compositore, candidato all’Oscar con “The Hateful Eight” (2015)

LINA WERTMÜLLER. Sceneggiatrice, regista, candidata all’Oscar con “Pasqualino Settebellezze” (1975)

Bene. Ora risentiamo la tirata che Pasolini mette in bocca a Orson Welles in una famosa scena di La ricotta, del 1963. Regista burbero che sta girando un film sulla Passione, Welles umilia un giornalista con la faccia da fesso e il sorriso gongolante, colpevole di non aver capito alcuni versi dello stesso Pasolini: «Lei non ha capito niente perché è un uomo medio, è così? Ma lei non sa cos’è un uomo medio? È un mostro. Un pericoloso delinquente. Conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista». Nello stesso anno, Dino Risi firmava il suo grande film sui vizi dell’italiano medio ai tempi del miracolo economico – il padre che insegna al figlio a violare ogni possibile regola della convivenza civile, il baraccato romano col bimbo malato che spende gli ultimi spiccioli per andare allo stadio – e lo chiamava, guarda caso, I mostri.

La commedia è stata per decenni il nostro osservatorio scientifico sull’«infinitamente medio». Scientifico perché sapeva isolare i fattori inquinanti del moralismo e della rampogna ideologica; ma a quanto pare l’italiano medio, quello dello stereotipo, di «medio» non ha un bel nulla: un positivista ottocentesco lo avrebbe catalogato tra i criminali congeniti, magari misurandogli il cranio con il compasso. Quando Ettore Scola, nei primi anni Settanta, mise sotto processo per l’ennesima volta l’italiano medio in una commedia geniale ispirata a Dürrenmatt, La più bella serata della mia vita, descrisse il suo protagonista, interpretato da Sordi, come «persona rozza, superficiale, ignorante, inconsapevolmente fascista».

VALERIA GOLINO. Attrice, Coppa Volpi nel 1986 (“Storia d’amore”) e nel 2005: (“Per amor vostro”)

DANTE FERRETTI. Scenografo, nove nomination, tre Oscar, l’ultimo per “Hugo Cabret” di Scorsese

FRANCESCA LO SCHIAVO. Arredatrice, otto nomination, tre Oscar: gli stessi del marito Dante Ferretti con cui lavora

DANTE FERRETTI. Scenografo, nove nomination, tre Oscar, l’ultimo per “Hugo Cabret” di Scorsese

VITTORIO STORARO. Direttore della fotografia, tre Oscar. Ultimo lavoro: il film di Woody Allen in uscita nel 2016

BRUNO BOZZETTO. Fumettista, candidato all’Oscar con “Cavallette” (1990). Ha creato il Signor Rossi

Srotoliamo il cartiglio (provvisorio e monco) di questo interminabile atto d’accusa: l’italiano medio è un mostro, delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista, rozzo, superficiale, ignorante, fascista senza saperlo. Non molti anni dopo è arrivato l’italiano del cinepanettone, e abbiamo dovuto aggiungere in coda altri aggettivi: manieristico, iperrealista, caricaturale, iperbolicamente tamarro. Una variante modificata che è stata al centro della grande querelle antropologica pro e contro il berlusconismo, ed è ironico che questo italiano «medio» paradossale, sintesi di tutti i possibili estremismi, si sia specchiato in un leader che amava definirsi «moderato», l’unico attributo che proprio non gli si confaceva. Ma almeno, tra quei medi e quel moderato, i conti tornavano.

Si è trattato in fondo di un enorme coming out, di un carnevalesco e rutilante Average Italian Pride, dell’ostentazione senza vergogna di tutte le tare ereditarie tenute a freno da un secolo e mezzo di pedagogie nazionali. E fu così che dagli anni Novanta l’italiano medio, oltre che iperbolico, diventò pure ideologico, o meglio arma di una battaglia ideologica, di uno strano Kulturkampf che non riguarda certo solo il cinema (basta una frettolosa ricerca d’archivio per sentirsi dire, e da voci spesso autorevoli, che non solo Berlusconi, ma anche Renzi è l’italiano medio, Grillo è l’italiano medio, Salvini è l’italiano medio; tutti mostrano il medio – non inteso come dito, ma forse sì – perché il nemico vi si rispecchi).

GABRIELLA PESCUCCI. Costumista, tre nomination e un Oscar: con “L’età dell’innocenza” (1993)

MILENA CANONERO. Costumista, quattro Oscar, l’ultimo l’anno scorso con “Grand Budapest Hotel”

AMBRA DANON. Costumista, candidata all’Oscar per “Il vizietto” (1978) di Édouard Molinaro

BERNARDO BERTOLUCCI. Sceneggiatore, regista, due nomination per “Ultimo tango a Parigi” e due Oscar nel 1988 per “L’ultimo imperatore”

GIUSEPPE TORNATORE. Sceneggiatore, regista, Oscar nel 1990 con “Nuovo Cinema Paradiso”

BERNARDO BERTOLUCCI. Sceneggiatore, regista, due nomination per “Ultimo tango a Parigi” e due Oscar nel 1988 per “L’ultimo imperatore”

Questo italiano medio caricaturale, brandito come una clava in una guerra civile permanente che riguarda l’estetica, la politica, l’antropologia e il costume, è anche l’italiano delle commedie recenti. Qualche titolo: La solita commedia – Inferno dei Soliti Idioti, Italiano medio di Maccio Capatonda, Quo vado? di Checco Zalone, tutti usciti tra il 2015 e il 2016. Ora, intendiamoci, lo schema della guerra civile non è cosa nuova, pensiamo anche solo al Codice della vita italiana di Prezzolini del 1917. Lì a fronteggiarsi erano i furbi e i fessi. «Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne». Quanto al fesso, «paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro», «dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc.». Più volte la commedia ha inscenato le sue «fessofurbomachie», con picchi eccelsi come In nome del popolo italiano di Dino Risi. Ma la guerra che si svolge oggi ha protagonisti diversi, che solo in parte si sovrappongono ai vecchi tipi del furbo e del fesso. Tengono banco due eroi speculari, simmetricamente caricaturali e ideologici: l’«italiano medio» e il «radical chic». Una battaglia tutta immaginaria che scatena un dibattito da psicodramma giocoso. Non facciamo i pedanti, per una volta, e soprassediamo sul fatto che radical chic è formula usata a vanvera. Accettiamo che oggi per radical chic molti intendono un tizio di sinistra preferibilmente vegano, preoccupato dal riscaldamento globale, fanatico della raccolta differenziata, odiatore della televisione, paladino della parità di genere, insomma un emissario di una Scandinavia di sogno non meno macchiettistica di quella che produceva le svedesi maggiorate dei film di cinquant’anni fa.

NICOLA PIOVANI. Compositore, Oscar per le musiche del film “La vita è bella” (1997)

OSVALDO DESIDERI. Arredatore, Oscar nel 1988 con “L’ultimo imperatore”

SIMONA PAGGI. Montatrice, candidata all’Oscar per “La vita è bella” (1997)

OSVALDO DESIDERI. Arredatore, Oscar nel 1988 con “L’ultimo imperatore”

ENRICO MEDIOLI. Sceneggiatore, una nomination con “La Caduta degli Dei”

GIUSEPPE ROTUNNO. Direttore della fotografia, candidato all’Oscar con “All That Jazz” di Bob Fosse

DANIELA CIANCIO. Costumista, già nella squadra della “Grande bellezza”. Sta lavorando a “The Kaiser’s Last Kiss”

GIUSEPPE ROTUNNO. Direttore della fotografia, candidato all’Oscar con “All That Jazz” di Bob Fosse

Ma se la storia della commedia in Italia insegna qualcosa, è che sul lungo periodo i film si rivelano più intelligenti e preveggenti dei loro critici – e spesso, o quasi sempre, anche dei loro autori. Apriamo, per subito richiuderlo, lo sciocchezzaio di questi mesi: «Ho imparato molto presto a riconoscere e distinguere la vera sinistra da chi fa finta: i radical chic che sinceramente detesto» (Gennaro Nunziante, regista di Zalone). «I professionisti del radical chic, che ora lo osannano dopo averlo ignorato o detestato, mi fanno soltanto sorridere» (Renzi su Zalone). Italiano medio di Capatonda «ha stracciato le commedie radical chic che piacciono a Repubblica» (Marco Giusti). «È una ramanzina all’Italia e a me che mi sono inflitto in quanto italiano» (Capatonda). «La spocchia dell’intellettuale radical chic si manifesta sia quando dichiara che Checco Zalone gli fa schifo con tutto il suo carico di qualunquismo populista grillinesco antirenziano sia quando dichiara che è andato a vedere il film ed ha riso dalla prima all’ultima battuta» (Claudio Sabelli Fioretti). «Non essendo un radical chic ma un pennivendolo marcatamente pop (sono stato anche autore di un paio di Sanremo) non ho idea di che cosa passi per la testa dei radical chic, e perché mai dovrebbero detestare Zalone» (Michele Serra).

Quando il fragore di queste sciocchezze, peraltro rimasticature di sciocchezze vecchie di mezzo secolo, non sarà che un’eco lontana, cosa potranno dirci ancora i film che le hanno ispirate? Un presagio, un lieve smottamento, forse lo si può cogliere già oggi; osservando, per esempio, che se lo schema di Sole a catinelle era ancora quello dell’italiano medio iperrealistico usato come arma ideologica per sbugiardare i vezzi del radical chic caricaturale, la guerra di Quo vado? è tutta intrapsichica: è nello stesso uomo che lottano il cozzalone e lo scandinavo, con sintomi freudiani da psicopatologia della vita quotidiana (la lotta contro la compulsione a suonare il clacson quando scatta il verde, per dirne una).

NICOLA GIULIANO. Produttore, con la sua Indigo, di “La grande bellezza”, Oscar 2014 al miglior film straniero

GIANNI QUARANTA. Scenografo, tre nomination, un Oscar nel 1987 per “Camera con vista” di Ivory

ALDO SIGNORETTI. Truccatore, candidato all’Oscar tre volte, l’ultima per “Il divo” (2010) di Sorrentino

GIANNI QUARANTA. Scenografo, tre nomination, un Oscar nel 1987 per “Camera con vista” di Ivory

LUCA BIGAZZI. Direttore della fotografia, 7 David di Donatello, lavora con Sorrentino dal 2004

GAETANO DANIELE. Produttore, con Mario e Vittorio Cecchi Gori, del “Postino” (1994), candidato all’Oscar

CARLO POGGIOLI. Costumista, tra gli ultimi lavori: “Il giovane papa”, “Youth”, “Divergent”, “The Zero Theorem”

GAETANO DANIELE. Produttore, con Mario e Vittorio Cecchi Gori, del “Postino” (1994), candidato all’Oscar

Ancora più esplicito in questo è il film di Capatonda, un po’ Fight Club e un po’ Matrix, dove il bravo radical chic che si eccita leggendo il Protocollo di Kyoto prende una pillola che lo trasforma in un cafone sessuomane in canottiera leopardata. Quando cade in coma, verso la fine del film, le sue due personalità si confrontano in un duello psicotico stilizzato, e uno psichiatra spiega lo sviluppo della sua «bipolarità latente»: «In questo momento nella sua testa c’è una cruenta battaglia in ballo… È scoppiato qualcosa in lui. Si è inventato quella pillola per giustificare comportamenti da italiano medio che tanto desiderava fare». Anche nel suo caso (niente spoiler) una strana formazione di compromesso si troverà.

Ma intanto: la scena con lo psichiatra che spiega le radici della schizofrenia, vi ricorda qualcosa? A me sì. Forse in futuro vedremo questi film come documenti della fase in cui la nostra guerra civile interiore era giunta alla fase Psycho. Una serie di sintomi ci saranno più chiari (Nunziante che inzeppa le sue interviste di citazioni di Gramsci e Baudelaire, Zalone che gioca a recitare la parte dell’uomo medio vantando a ogni occasione la laurea e il diploma al conservatorio, Serra che lo elogia ricordando che anche i registi di Sordi erano spesso «comunisti con le case piene di libri che per mestiere prendevano per i fondelli il popolo»).

Per adesso, la deriva schizoide è imprevedibile e inarrestabile. Il radical chic si mette la parrucca dell’italiano medio per accoltellare sotto la doccia lo scandinavo snob che si vergogna di essere. E l’italiano medio indossa la vestaglia del radical chic ma conserva il suo cozzalone interiore imbalsamato nello scantinato. Ce la meritiamo, la qualifica di mostri.

In questa pagina, i ritratti dei membri italiani dell’Academy, l’ente che assegna gli Oscar (quest’anno il 28 febbraio)
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