Un milione di follower su Instagram può essere considerato un lavoro? E commentare un programma tv dalla social room? Nell'epoca dell'opinione per tutti, un microlavoro non si nega a nessuno

Aumenta il numero di quelli che non sanno dirti in una sola parola che lavoro fanno. Se poi per spiegarlo devono parlare americano, ha probabilmente a che fare con i social network: basta essere mediamente carina, neanche altissima e con un miracolo puoi diventare Chiara Nasti, 18 anni, oltre un milione di persone a seguirla come NastiLove su Instagram. Si infila in un jeans strappato, pubblica la foto e aspetta che tra i commenti compaia la domanda «di che marca è?», la formula magica del nuovo Telemarket. Il successo è talmente indiscutibile che è già arrivata nuda su un GQ. Kim Kardashian ha toccato certi traguardi a quasi trentacinque anni e ci è voluto il matrimonio con Kanye West. Misurando la gloria in follower – a qualche numero ci si deve pur aggrappare – nel borsino del web le azioni Nasti rendono amaramente per gli investitori già un quinto delle Ferragni.

Raccontata così, una carriera internet sembra alla portata di chiunque, ma solo chi li pratica, i social, sa la fatica che ci vuole. La parte più difficile del mestiere è ammetterlo: per dire «sono influencer» ci vuole coraggio e neanche conviene. È l’unico talento che sta meglio nascosto, l’influencer non deve ostentare – è strategia sopraffina, rivelano quelli che sanno come si fa a sfondare online.

Ma torniamo a dieci anni fa. Un lavoro rispettabile da borghese rispettabile non poteva fare a meno di normalità: per meritare uno stipendio e il benvolere in società, un uomo deve alzarsi dal letto molto prima di mezzogiorno e uscire a produrre qualcosa. Il capitalismo concedeva di studiare, poi le alternative si riducevano a due:

  1.  Occupato.
  2. «Sto mandando curriculum ovunque».

Nell’area del dubbio (oppure: se ti piaceva il rischio) c’era la Partita Iva. Carne giovane e volenterosa si sarebbe fatta le ossa per lunghi anni con pochissime soddisfazioni e neanche gratis: mentre impari è necessario che ci sia qualcun altro felice di mantenerti. I titoli degli avventurieri senza posto fisso erano quelli tradizionali: commercialista, architetto, giornalista, avvocato, ingegnere. Loro.

Questo era il mondo all’inizio del secondo millennio e tutto sommato viverci era facile, poi l’ottavo giorno Dio creò Zuckerberg, Zuckerberg tirò fuori Facebook e niente fu più lo stesso.

All’improvviso l’editto mondiale: chiesero a tutti di esprimersi, scrivere, pubblicare. Cominciava l’epoca dell’opinione patrimonio dell’umanità, l’opinione non più bene di lusso – non era mai stato tanto bello averne una. Visto quanto ci piaceva, ci dichiarammo immediatamente disponibili a diventare schiavi a costo zero di chiunque offrisse un rigo bianco d’internet e una cornice per le foto.

E il commercio scoprì la nuova religione: da un cauto «non si può non comunicare» (Watzlawick e colleghi, Pragmatics of Human Communication, 1967) ci precipitarono a «comunicate pure la notte» nel giro di sei mesi. Da lì (2004) al disastro (2012) siamo stati veloci.

La tesi che sia una nuova era di sfruttamento col tranello è di due Nobel, Akerlof e Shiller, lo dicono in Phishing for Phools (2015): Facebook con la vecchia scusa dell’amicizia è stato capace di vendere tutto, anche Presidenti degli Stati Uniti. In estrema sintesi: l’economia scopre una debolezza nuova? Aspettati la fregatura a breve.

L’analisi si conclude così ed è un peccato. I premi Nobel hanno altro da fare che controllare le notifiche, chi invece frequenta sa che c’è un’altra spettacolare truffa in corso sui social network: riguarda una strana categoria di microlavori che si sta allargando fuori misura. Il pioniere era stato il Social Media Manager, seguito dal Social Media Expert – si guardavano tutti dal tradurteli, l’italiano è una lingua con tutti i difetti ma ci vede ancora benissimo. La richiesta aumentò del 1.600% (da Indeed.com) nel 2012. Dopo l’iniziale entusiasmo, il titolo di Specialista In Social ci mise poco a calare: le imprese sanno come fare soldi ma sanno meglio quando risparmiarli, al posto di assumere un autoproclamato stratega del web, oggi reclutano gli utenti che si sono distinti sul campo. È marketing dal basso – sono tutti ancora in dubbio se chiamare meritocrazia anche questo.

Supponiamo che ti sia fatto strada nel paese di Twitter. Può succederti:

Caso 1) che una marca di abbigliamento ti contatti perché hai le gambe magre e un blog, proponendoti tre banconote di medio taglio per qualche post all’aperitivo in negozio. La tua parte è pubblicare un autoscatto in minigonna e dire che ti diverti invitando tutti a raggiungerti.

Caso 2) che i PR di produzione ti chiedano di commentare un programma tv tutta la sera dalla social room: altro soldino (o almeno rimborso spese e bottiglietta d’acqua).

Se poi come account ti dimostri veramente eccezionale: Caso 3) c’è la possibilità – remota, ma nel regno del possibile – che ti vogliano in trasmissione per qualche settimana. Se internet valesse una laurea, sarebbe il 110 e lode in social network.

E qui sei a un punto strano della carriera: puoi vantarti con gli amici, ma non sai se saresti in grado di pagare un affitto sul lungo periodo – quindi non lo puoi chiamare lavoro. Con l’aggravante che non stai imparando niente, quindi è gavetta per andare da nessuna parte. I giocattoloni del web – i social – hanno trovato la nuova vocazione: sono diventati l’agenzia di collocamento che ti trova qualcosa da fare per cinque minuti, una Lilliput che fattura a gettoni minuscoli. E Twitter per la prima volta non è l’imputato più colpevole: le fotografie valgono il doppio della bella scrittura, è Instagram la vera Las Vegas di Internet. «Kendall Jenner, Cara Delevingne e Gigi Hadid – in quest’ordine – sono valutate tra i 125.000 e i 300.000 dollari a post. Se vuoi il loro pubblico, paghi anche per quello» spiega il responsabile di “D’marie”, una società di consulenza per agenzie di moda che calcola il social power delle modelle e delle influencer.

Che succede invece se il successo online è solo discreto? Tutto o niente – dipende, e nessuno sa veramente da che. La promessa era che i mercati grazie alla rete sarebbero diventati più intelligenti (The Cluetrain Manifesto lo diceva nel 1999) e sta succedendo, ma se l’economia la fai diventare più intelligente, poi te la riprendi più cattiva. I social network erano stati progettati per costringere a perdere tempo, dieci anni dopo sono più infallibili di prima perché hanno iniziato a distribuire monetine per le ore che ci passi. Gli operai della rete da gratis hanno cominciato a lavorare quasi gratis, il movimento è stato esatto e minimo: da «non ti pago» sono solo passati a «potrei decidere di pagarti». È bastato, ormai l’illusione ha attecchito: al gioco dei social di solito non si vince ma qualcuno ha vinto, quindi per la logica della lotteria conviene continuare a comprare biglietti. Oggi scrivi e fatti vedere, non è detto che domani non capiti niente.

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