Nonostante il successo del business del “girl talk”, le femministe si dividono tra generazioni. E attorno a una domanda: abbiamo già vinto?

Le ragazze non votano Hillary Clinton, e le femministe storiche si arrabbiano, quasi le insultano, dicono che vanno ai comizi del rivale Bernie Sanders soltanto per conoscere dei ragazzi nuovi, certo le minacciano, come ha fatto la ex segretaria di stato Madeleine Albright:

C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne.

La frattura generazionale nel mondo femminista si sta ampliando sempre più negli Stati Uniti, nonostante il business legato al girl power sia in enorme e costante crescita: perché non si riesce a trovare una base comune?

La settimana scorsa, qualche giorno prima del Super Bowl, la National Football League ha organizzato il suo primo summit per incoraggiare le donne a essere più attive e presenti nel mondo dello sport. Condoleezza Rice, ex segretario di stato con la passione per il football, e Serena Williams, tennista dei record, assieme a molte altre star hanno animato In the huddle to Advance Women in Sport, e come accade in tutti gli incontri che hanno al centro le donne, s’è parlato molto di come riuscire a imporsi, di come ottenere visibilità e soldi al pari dei maschi. Sheelah Kolhatkar di Bloomberg Businessweek ha scritto che un esordio come quello di In the huddle è la dimostrazione che il business del Girl talk è sì gigantesco e remunerativo e in espansione, ma abbastanza inutile e privo di ironia: nel mondo del football ci sono di continuo scandali di violenza sulle donne o di abusi domestici o di corna, per non parlare della recente battaglia delle cheerleaders che vogliono essere pagate di più.

Le donne si incontrano, parlano, discutono, portano testimonianze, pagano cifre consistenti per ascoltare i racconti di chi ce l’ha fatta, si confrontano, si scambiano i numeri di telefono, si lasciano ispirare da storie imperfette ma meravigliose, si dicono un giorno che sì, «we can have it all» e l’altro che no, non ce la faremo mai, e poi ricominciano, sperando che all’incontro successivo qualcuna possa svelare la formula magica dell’equilibrio tra famiglia, lavoro e stipendi dignitosi. Negli Stati Uniti il business è in crescita costante: Tina Brown, per fare un esempio noto, ha reso il suo Women in the World Summit – quest’anno si terrà la settima edizione – un appuntamento irrinunciabile e ora che non dirige più una sua rivista occupa una scrivania nella sede del New York Times, con cui ha appena fatto una partnership attraverso Women in the World. Ogni volta che esce qualche dato rassicurante, il network del girl talk si dà da fare per farlo conoscere: uno studio pubblicato di recente su 21mila aziende pubbliche in 91 paesi dimostra che più ci sono donne nel board più i profitti aumentano. Dev’essere per questo – profitti, pace nel mondo: il passo è breve – che anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, va ripetendo da tempo che sarebbe molto bello se il suo successore fosse una donna.

Le ospiti del “Glamour's Women Rewriting Hollywood Lunch at Sundance”, pranzo organizzato da Lena Dunham, Jenni Konner (la coautrice di “Girls”) e Cindi Leive (direttrice di “Glamour”)

AFP

Lena Dunham e l'attrice Rebecca Hall

Megan Ferguson, attrice

Cindi Leive e la giornalista Katie Couric

Megan Ferguson, attrice

La modella e attrice Brooklyn Decker, la regista So Yong Kim e la direttrice esecutiva del Sundance Institute Keri Putnam

AFP (6)

Meera Menon, regista

Lena Dunham, l'attrice e ballerina Lily Baldwin e Chloe Sevigny

Meera Menon, regista

Anne-Marie Slaughter, ex collaboratrice di Hillary Clinton al dipartimento di stato e presidente della New America Foundation, che da anni scrive articoli e libri su variazioni del tema we can have it all (tendenza we can’t), dice che tutto questo chiacchierare, questo riunirsi in realtà non serve a granché. Cioè: è inspirational ascoltare grandi donne che raccontano le loro esperienze, le difficoltà e le vittorie, ma poi in realtà più di tutto conta avere un marito che non lavora e si occupa dei figli e della casa, o assumere una tata che cucina bene ma che sa anche correggere i dettati, o magari avere la faccia tosta di Jennifer Lawrence, che dice: non siamo pagate abbastanza perché ci vergogniamo a chiedere soldi.

Le femministe moderne ce l’hanno, la faccia tosta. LennyLetter, creazione giornalistica di Lena Dunham, autrice e protagonista di Girls, ne è la dimostrazione. Si parla di sesso, di aborto, di matrimoni gay, di pantaloni giusti per andare a correre, di libri, di Hillary (tantissimo di Hillary: Dunham deve avere intuito di essere un’eccezione, millennial e clintoniana, e si sta dando molto da fare con la campagna I’m with her), di attrici che non guadagnano abbastanza – con chi pensate che abbia parlato, la Lawrence, per fare la sua denuncia? – e di cantanti che hanno sofferto molto, ma si sono sempre rialzate. Ogni settimana che passa l’appuntamento con la newsletter di Lenny diventa imprescindibile, perché la Dunham è riuscita a coniugare – in modo sinora unico – un femminismo datato con i toni e le esigenze di oggi. Il sottotesto è quello di sempre, lo stesso che ripete la Albraight per dire, che ha cinquant’anni di più della Dunham: non ce l’abbiamo ancora fatta, se pensate che la nostra causa sia vinta, vi sbagliate. Le ragazze più giovani sono invece convinte di doversi spendere per qualcosa di diverso, di avere altre battaglie da combattere, diverse da quelle delle loro nonne o delle loro mamme. Soprattutto vogliono altre icone cui aggrapparsi: Michelle Obama, leader del pink empowerment, continua a essere molto amata, Hillary già di meno. Perché non incarna nessun cambiamento, perché sa tutto ma non comunica con il cuore, perché, come dicono perfide altre femministe non clintoniane, forse non sarebbe mai arrivata lì, se non fosse per suo marito.

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