Se ve la siete persa, recuperate la prima stagione della serie che travalica i confini fumettistici e con l'eroina che prova a fare a meno dei superpoteri

Dopo aver costruito un impero cinematografico con Avengers e associati, la Marvel ha cominciato a sviluppare, come un ordigno mortale in un laboratorio segreto, un ramo televisivo che ne è l’estensione ideale, visto che ha tempi e scansioni più simili a quelle del fumetto. Con le loro produzioni più leggere, e una maggiore capacità di raccontare al di là degli effetti speciali, le serie Marvel, soprattutto le due già uscite su Netflix – Daredevil e Jessica Jones – stanno espandendo in direzioni nuove una franchise finora vasta e noiosa come la suburbia americana.

Per capire quanto nuove siano queste direzioni, si può partire dalla lista di primati che Jessica Jones ha nell’universo cinematico Marvel: primo racconto a non prendere le mosse dalla origin story del protagonista (cioè come ha acquisito i superpoteri), primi riferimenti a stupro e disturbo da stress post traumatico, prima disintossicazione da droghe, prima gravidanza e primo aborto, primo tentato suicidio coronato da successo, prima volta che si tematizza il razzismo, prima storia a raccontare una relazione lesbica, prima scena di sesso (fra una bianca e un nero) e primo cunnilingus.

Questi primati, elencati da vulture.com, possono scioccare lo spettatore ideale degli Avengers, ma non bastano per chi non ha interesse per i supereroi. Io ho cominciato a guardare Jessica Jones soltanto perché i primi giorni su Netflix il catalogo era povero, e perché la protagonista è Krysten Ritter (Breaking Bad). Ma fatta la tara a qualche semplificazione ancora da fumetto (disintossicarsi dall’eroina non può essere così facile) – Jessica Jones è una delle serie migliori uscite nel 2015 (la seconda stagione è in lavorazione), al punto che, per convincere qualcuno a guardarla, ne racconterei la trama prescindendo dai superpoteri.

JJ è un’investigatrice privata che opera in un palazzo fatiscente in una Hell’s Kitchen, Manhattan, tutta finestre che vanno in pezzi e foto scattate di nascosto a coppie di amanti. JJ, che campa soprattutto grazie ai lavori per una potentissima avvocatessa omosessuale (Carrie Ann Moss), è impedita nel lavoro e ancor di più negli affetti da un trauma subito: è stata plagiata da un ex fidanzato. L’ex fidanzato, Killgrave (David Tennant), è un giovane inglese dall’aria ricca e pazzoide, un incrocio fra Patrick Bateman di American Psycho e un damerino della commedia inglese anni Novanta. L’ex fidanzato ha, diciamo così, un carisma tremendo: riesce a convincere chiunque a fare quel che vuole lui. E così le sue donne rimangono incinte, abortiscono, fanno del male ad altre donne… Jessica si infila in molti pasticci nel tentativo di impedire al suo ex di far male ad altra gente, ma il suo bisogno ossessivo di trovare da sola una soluzione al problema la spinge a complicare i propri rapporti interpersonali, finendo col dare l’impressione che anche lei veda le persone come mezzo e non come fine…

Tutto qui. Un uomo manipola le donne; una donna vuole disarmarlo. Questa donna ha potere decisionale, forti legami di amicizia, ed è raccontata in maniera complessa, mescolando forza e debolezza, punti ciechi emotivi e capacità relazionale. Jessica Jones parla di cosa vuol dire non accorgersi di essere stati plagiati, e di cosa vuol dire fare i conti con la ritrovata libertà.

E ogni tanto, Jessica solleva qualcuno con un dito o sfonda un muro, e Killgrave riesce a entrare nel cervello degli altri per controllarlo. Ma non sono esattamente superpoteri: le donne muscolose e gli uomini manipolativi esistono anche fuori dall’universo Marvel, e questa intuizione la rende una serie indispensabile.

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