Poetica, intenzioni, amori, eredità artistica. Tutto quel che avete sempre voluto sapere sul regista di “Frances Ha” a partire dalla sua ultima opera, “Mistress America”

Tracy, una ragazza al primo anno d’università, cerca d’ambientarsi a New York con risultati alterni. Pur essendo interpretata da una bella attrice indie come Lola Kirke (Mozart in the Jungle, Gone Girl), Tracy riesce al massimo a frequentare un risentito studente di scrittura creativa, cui sembra quasi fare un po’ schifo, o forse paura. Ma la ragazza scopre che in città abita la figlia dell’uomo che sua madre sta per sposare: si chiama Brooke ed è più grande di lei. Una sera Tracy e Brooke si incontrano e nasce un’amicizia. Non esattamente un’amicizia, ma un rapporto tra mentore e pupilla, sorella maggiore e sorella minore. Brooke (Greta Gerwig) è una ex ragazza promettente che, superata la trentina, sta cominciando a perdere quel tipo di smalto metropolitano che porta certi giovani della scena a infilarsi in progetti di ogni tipo – dal gruppo newwave al ristorante particolare. Ma siccome parla bene, è un tipo originale e sembra avere le chiavi di ogni appartamento della città, la giovane Tracy la elegge a suo mentore per imparare a navigare il complesso paesaggio urbano, a trovare se stessa e pure a combattere la solitudine. Se un coetaneo di Brooke ci mette poco a capire che la trentenne con le velleità è una persona buona che sta entrando rapidamente in una fase di disperazione, il film è raccontato dallo sguardo di Tracy, che impiega gran parte del film per passare dall’illusione alla disillusione, dall’ammirazione all’affetto. È una storia perfetta, in questo senso, e il film per diversi motivi può essere considerato il primo prodotto della maturità di Noah Baumbach.

“Mistress America”

afp/Collection Christophel © Fox Searchlight Pictures

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Volersi bene

È il primo film in cui Baumbach non sembra rincorrere disperatamente lo chic e al tempo stesso l’attualità. Qui, invece di analizzare dichiaratamente fenomeni sociali come l’hipsteria e l’avere quarant’anni (i temi di Frances Ha e Giovani si diventa, le due opere precedenti), Baumbach dà per scontato di aver costruito quel sistema, quel mondo di simboli e significanti, e lo adopera per raccontare una storia più compatta e naturale. Il risultato è una maggiore libertà emotiva, e per la prima volta, guardando un suo film, ho davvero la sensazione che sia riuscito a riprodurre quella particolare esperienza umana che è l’affetto. Spesso, quando ci si affanna a raccontare il presente in tutte le sue buffe o tremende sfaccettature sociologiche, ci si dimentica di rappresentare una delle caratteristiche fondamentali delle società, uno dei motivi per cui non ci leghiamo un cappio al collo ogni sera: il semplice volersi bene.

afp/Collection Christophel © Fox Searchlight Pictures

Il newyorkese sofisticato

Quella di Baumbach è una storia particolare. Figlio di due critici cinematografici, cresce associandosi a un mondo di persone o più originali e talentuose di lui, o con più entrature, o entrambe le cose. Scrive due film con Wes Anderson e appartiene a quel mondo e a quella poetica in cui Sofia Coppola riesce a produrre intuizioni e simboli più forti. I film di Baumbach, dal Calamaro e la balena, il secondo lungometraggio, che lo rese famoso nel 2005, al recente successo di Frances Ha e Giovani si diventa, sono una tacca sotto i due registi citati. Hanno meno idee, meno immagini memorabili. Eppure, c’è una sensazione di gran lavoro e voglia disperata di raccontare che rende la sua opera qualcosa di forte, a cui si continua a tornare senza estremi entusiasmi o fastidio (Wes Anderson e Sofia Coppola suscitano reazioni più estreme), ma con una fiducia nel fatto che il regista sta raccontando qualcosa di reale e di rilevante. Baumbach, che scrive sul New Yorker e adora quell’humus culturale ormai poco rappresentato dal cinema, è uno dei pochi che può prendersi l’impegno, rispettando le scadenze con un buon rapporto tra quantità e qualità, di raccontare la vita metropolitana sofisticata dopo che Woody Allen ha smesso di farlo e quasi nessuno ha fatto capire di accettare l’onere di sostituirlo. Si vede che Baumbach vuole sostituirlo.

Cambio musa

Dopo essere diventato un nome nella commedia indie degli anni zero, Baumbach ha girato un film che non è entrato nel canone (invece di citare il titolo mi limito a dire che uno dei personaggi è interpretato da Jack Black, l’uomo che è riuscito a togliere glamour perfino a una pubblicità con George Clooney). A quel punto, è sembrato sparire come tanti one hit wonders del cinema indipendente. E invece, nel 2010 è tornato con Lo stravagante mondo di Greenberg (traduzione un po’ apprensiva del titolo originale Greenberg), che raccontava in maniera metanarrativa un tracollo creativo personale: Roger Greenberg (Ben Stiller) è un uomo un po’ depresso che, dopo essersi trasferito in casa del fratello per fare l’housesitter, riscopre il gusto della vita grazie a una giovane dogsitter, interpretata da Greta Gerwig. Se Baumbach cercava – cosa di cui sono convinto – di leggere le proprie debolezze nella parabola di un quarantenne depresso che vive senza ambizioni, la giovane intensa interpretata da Greta Gerwig dava nuova linfa vitale al protagonista mentre allo stesso tempo Greta Gerwig, l’essere umano di questo mondo, rinnovava la carriera di Baumbach cominciando a scrivere con lui e recitare per lui. (Come nota di gossip va aggiunto che il soggetto di Greenberg è firmato da Baumbach con Jennifer Jason Leigh, sua moglie; i due si separano proprio nell’anno di uscita del film; per far capire sotto che lente immaginarsi la loro storia, aggiungo che hanno un figlio di nome Rohmer Emmanuel.)

“Lo stravagante mondo di Greenberg”

La trilogia hipster

Grazie alla nuova musa, due anni dopo arriva un film molto più convincente, scritto con Gerwig e da lei interpretato: Frances Ha. È la storia esemplare, fin troppo ovvia ma non per questo non avvincente, di una ragazza di oggi a Brooklyn. Il film è in bianco e nero e la storia trasloca di città in città senza particolari ansie, in stile più art-house che indie (per chi ama certe distinzioni sottili). Greta Gerwig è il tipo di attrice e autrice dello stampo di Miranda July, e in un certo senso di Diane Keaton. Donne che raccontano la stranezza ineludibile di essere donne, e che sanno far sentire ogni idiosincrasia e ogni spigolo della faccenda. (Queste donne mettono in scena la versione realistica e sana di una categoria di donna che nelle sue incarnazioni narrative più disoneste viene definita “Manic Pixie Dream Girl”, la ragazza dei sogni un po’ folletto o fatina che ti porta a fare pazzie e ti fa entrare in contatto col fanciullino interiore.)

A questo punto, anche considerato il successo di Frances Ha, è interessantissimo seguire la mossa successiva, sia dal punto di vista biografico che da quello narrativo. Partiamo dal secondo aspetto: in Giovani si diventa (titolo originale, While We’re Young – tanto lo sappiamo che il traduttore automatico del cinema italiano funziona così…), si prende il tema affrontato dal film precedente, ossia l’hipsteria, e lo si guarda più dall’esterno, in maniera normativa, dovendo decidere se questa nuova generazione o sottocultura sia giusta dal punto di vista dei valori della generazione di Baumbach. Si richiama Ben Stiller, nel ruolo di un documentarista duro e puro, che insieme alla propria compagna si invaghisce platonicamente di una coppia di ventenni che fanno cose hip come produrre gelati dai gusti strani, passeggiare su binari morti, fare feste perfette e tutto il resto della vita borghese-bohemien. L’occhio di Ben Stiller ci riporta il Baumbach mezzo depresso di Greenberg. Baumbach usa Stiller solo così – il che è interessante se pensiamo che Stiller è un comico. Stiller si affloscia di fronte alla giovinezza e all’ambizione spregiudicata del giovane filmmaker interpretato da Adam Driver. Questi giovani! Attraenti e spaventosi allo stesso tempo. Dopo averli raccontati con abbandono in Frances Ha, in Giovani si diventa scatta l’ossessiva catalogazione e il piglio moralista: facendo interpretare a Adam Driver di Girls – ossia la faccia stessa dell’hipster americano – un personaggio negativo che nasconde un’ambizione oscena sotto i modi fatati del fricchettone moderno, Baumbach giudica impietosamente una realtà che sembra avvincerlo molto più sinceramente di così.

La nota biografica invece è questa: in un film in cui sostanzialmente Ben Stiller fa Baumbach e Naomi Watts fa Jennifer Jason Leigh, e Adam Driver e Amanda Seyfried rappresentano i “Ragazzi di Oggi”, cioè quel che per Baumbach è stata Greta Gerwig e tutto ciò che ne è seguito, un Baumbach che evidentemente si sente in colpa tiene fuori dalla produzione Gerwig, che non firma in nessun modo il film, permettendo così al fidanzato, mediante la propria assenza, di scatenare il proprio moralismo. Il film d’altra parte fa parlare di sé proprio per la schematicità con cui affronta il gap generazionale: i ventenni ascoltano i vinili e fanno le feste, i quarantenni stanno sempre su facebook e hanno una library di mp3. Però in compenso hanno veri valori, mentre i ventenni di oggi sono banderuole. Questo il sunto.

“Frances Ha”

“Giovani si diventa"

Lasciarsi andare

Gerwig torna nel film successivo, Mistress America, e la sua presenza di nuovo libera Baumbach, ma questa volta più ancora che in Frances Ha. Il motivo è che dove Frances Ha raccontava il fascino che questa nuova generazione di abitanti di New York ha esercitato sul regista, in Mistress America se ne può raccontare più emotivamente l’aspetto umano. L’umanità sta proprio nel fallimento, o meglio ancora nel fatto che questa nuova generazione cresciuta nel mito della bellezza e della vita buona non sa come reinterpretare se stessa quando, alla fine, il grosso dei progetti fallisce perché siamo in un’epoca di contrazione economica e quel che all’inizio sembrava un progetto si rivela – per cause di forza maggiore – una velleità. Seguendo l’invecchiamento della sua musa, questa Greta Gerwig che dopo due film in cui è stata la Pazza Giovane Affascinante si ritrova all’improvviso (e da co-autrice consapevole) a raccontare un personaggio che è arrivata alla fine dell’arco narrativo con cui ha raccontato grandiosamente a se stessa e agli altri la propria giovinezza, Baumbach impara a raccontare questa generazione che non gli appartiene e che lo affascina con minore senso di pericolo e maggiore simpatia. Anche i fighetti piangono.

Il risultato è un film che piano piano si lascia andare, al punto che ci si possono concedere i vecchi troppi della commedia, come per esempio il momento caotico in cui tutti i personaggi si ritrovano in una stessa casa e tre quattro temi vengono portati avanti caoticamente, per l’intrattenimento del pubblico, o quello in cui il personaggio che ha costruito se stesso all’improvviso crolla, e crollando intenerisce la platea… Sono leggerezze da film commerciale che hanno un tono più classico e riuscito di quel che si trova nelle opere precedenti di Baumbach, che improvvisamente, a confronto, appaiono troppo pretenziose.

Imparare dai classici

Volevo paragonarlo a She’s Funny That Way, l’ultimo film di Bogdanovic, che è una di quelle opere da autore navigato in cui si prende in giro la struttura stessa della commedia esaltando l’amore per il cinema. Penso a quel genere di film esistenziale e cupo e al tempo stesso leggero, come può essere I protagonisti di Altman o Pallottole su Broadway di Woody Allen. Nel film di Bogdanovic, una ragazza racconta come è diventata famosa: è pieno di equivoci, accelerazioni, bugie, simbolismi ed ellissi perfette. A questo film volevo paragonare Mistress America, che fa con i giovani scenesters di New York quel che Bogdanovic fa col mondo del cinema. Poi, su IMDB.com, ho scoperto che Baumbach ha prodotto il film di Bogdanovic: mi è sembrata una soluzione narrativa perfetta. A Baumbach serviva un mentore che gli insegnasse a vivere e ora forse l’ha trovato.

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