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Londra e l’arte dell’obliquità

di Sofia Silva
fotografie di EMLI BENDIXEN per IL
IL 78 19.02.2016

Ecco dove l’estetica underground diventa “cool”. Sono i sobborghi multietnici le mete preferite da artisti e creativi: Hackney, Brixton, Peckham. Tra case occupate, caffetterie bio, parcheggi e radici di pastinaca. Altro che West End

«Sofia? Are you asleep?» mi chiede Kate. Dormo, o meglio fingo di dormire, su un futon in un vecchio palazzo di Hackney, Nord-Est di Londra, patria d’invisibili ristorantini, canali tossici, studi di pittura e scultura. Dormo come dormono tutti quelli che dormono su un futon a Hackney, con il cappotto addosso. Ho fatto un sogno e mi sono svegliata mormorando la parola obliquity. Alle sei sono in piedi, scosto la tenda: due cornacchie e un piccione si danno il turno per zampettare sulla grondaia. Scendo in strada, la pioggia inglese va affrontata all’inglese e cioè con le infradito, qualsiasi altro tipo di scarpa affogherebbe nei torrenti che scrosciano lungo le strade. M’infilo da E5 Bakehouse, tempietto del cibo fatto in casa a due passi dalla stazione di London Fields. Le migliori focaccine sono le loro. Da E5 sono sempre tutti felici, clienti, camerieri e panettieri; quando ci misi piede la prima volta pensai si trattasse di quella gioia hipster per cui tutti si guardano negli occhi impastando le mani nella farina biologica; solo dopo un po’ ho capito che fanno sul serio: quando dicono di voler sfamare “la comunità” a focaccine intendono veramente tutta la comunità, ricchi e poveri, maestre e poliziotti. Non hipster, quaccheri.

Mangio un quarto di muffin, un quarto di porridge, un tozzo di pane nero, un bicchierino di cereali, un uovo, mezzo litro di acqua di cocco, due fettine di mango secco e una manciata di lamponi. Il posto è davvero carino, a Hackney tutti i posti sono carini. Un altro pozzo di gioia in questo circondario è Coffee is my Cup of Tea, zuccheroso sin dal nome; una volta ci andai che ero sconvolta, piangevo, mi soccorsero in dieci, erano rossi e sudati. Bloody nice food da Raw Duck: è un ristorantino di legni chiari, ortensie verdi e monstera in vasetto, conserve di rabarbaro, piatti minuscoli dai nomi lunghissimi. Tra Hoxton e Hackney la sera gli audiophile ballano da Brilliant Corners: luci soffuse, tappeti e lanterne, free jazz mescolato un po’ a tutto, all’uramaki di salmone, alla birra indiana. Di domenica si va a L’Entrepôt a leggere i giornali e a sbevazzare sin di prima mattina.

E fin qui siamo nel carino, ma Londra è ancora più amabile quando fa la schifosa. Non c’è coffee bar che possa rivaleggiare con una quindicenne londinese dalle labbra magenta che impreca come un minatore escoriato depilandosi le sopracciglia in metropolitana. Londra ha saputo creare un’etica e un’estetica del pidocchio, sia che l’esserino annusi sui capelli del lord il profumo di una sentenziosa pipa sia che s’inebri di serpentiformi narghilè; è una città che quando deve farsi bella si spruzza di deodorante senza essersi lavata sotto le braccia. Interiorizzare Londra è venire a patti col germe, è fare il tour delle launderettes a Sud del Tamigi (una t-shirt a Peckham, un reggiseno a Brixton) anziché il tour dei musei; è – come incita il mio pastore anglicano – «raccogliere le lenzuola unte del prossimo tuo».

Hannah Barry nella sua galleria a Peckham, quartiere nella zona Sud di Londra. Hannah ha aperto questo spazio espositivo nel 2008 insieme al compagno di studi Sven Mündner

Shaun McDowell, 34 anni, artista di punta di Hannah Barry. Originario del Sussex, ha studiato al Chelsea College of Art and Design e ha cominciato a esporre in uno squat di Peckham

L’artista Ross Walker, 34 anni. Insieme a Rachel Boot ha inaugurato lo scorso agosto i Bon Volks Studios a Margate, cittadina del Kent a due ore a Est di Londra, sul Mare del Nord

Humberto Poblete-Bustamante

Intanto ho fatto un bis di mini muffin. Sul tavolino accanto al mio un giovane uomo leggermente stempiato ha aperto un libro di architettura dei giardini; passano due minuti e un pazzo gli si siede accanto. Comincia a parlare da solo e il giovane gli chiede se cortesemente può fare silenzio. Il pazzo continua a parlare perché è pazzo. Dopo una non breve riflessione, il giovane è costretto ad ammettere che la cortesia non funziona con i pazzi, ma nel timore di offendere il proprio vicino non si alza dal tavolo. Il giovane sta per un altro quarto d’ora di fianco al pazzo che parla da solo, finché il pazzo non prega il giovane di andarsene. Ora che il giovane è andato via, il pazzo mi guarda, obliquo.

A Londra tutto è obliquo, obliqua l’estetica, obliqui gli artisti: camminano a gambero e a granchio, alla ricchezza preferiscono la povertà, al dorato West End l’East End batik, al futuro il passato, al bianco degli stucchi di Chelsea il bianco dell’avorio di Shoreditch. Rincorrere Londra, da Ovest a Est, significa rincorrere la storia della parola obliquity che in sé raccoglie le accezioni di eccentricità e devianza, il compiacimento di non dire dicendo e di dire non dicendo, di non amare amando e di amare non amando: Pride and Prejudice docet.

La prima volta che m’imbattei in obliquity stavo leggendo un’intervista dove il pittore R.B. Kitaj, famoso per aver dipinto signorine deluse da ebeti, parlava della sua simpatia per Frank Auerbach, il grande artista cui va il merito di aver scoperto che Londra è grigia perché è molto gialla. Un giallo pesante e circoscritto, quello di una macchia di vomito assurta a reperto storico. Kitaj diceva: «Frank e io siamo devoti a Londra – un luogo dove fare arte vivida, bizzarra, oblique». Incontro oblique, obliquity e obliqueness ovunque metto gli occhi; i sudditi della regina quando non sanno come definirsi si dicono obliqui. Ho avuto conferma dei miei sospetti da una recensione uscita qualche anno fa sul Guardian. In riferimento a un romanzo di David Szalay, Chris Cleave scrisse: «Sì, c’è una certa English obliqueness nel modo in cui i personaggi rivelano se stessi l’un con l’altro o al lettore. Gli innamorati di Szalay manifestano i propri sentimenti in maniera tanto controllata, tanto smozzicata, da far sembrare calorosa la Regina».

Il tetto del Bold Tendencies, a Peckham: un parcheggio multipiano in disuso che in estate ospita mostre, eventi, opere d’arte. Il programma 2016 va dal 19 maggio al 1º ottobre

Nella mappa, i quartieri preferiti dagli artisti. Peckham, nel borough di Southwark, ospita la Hannah Barry Gallery e lo spazio Bold Tendencies. E al The Nines si incontrano i creativi

1 — Peckham
2 — Brixton
3 — Forest Hill
4 — Deptford
5 — Whitechapel
6 — Shoreditch
7 — Hoxton
8 — Dalston
9 — Hackney
10 — Walthamstow

Capii che oblique è il modo d’amare più diffuso nel Regno… Unito dalla paura di dire sì e di dire no. La loro specialità è amare a occhi distratti, occhi come quelli di Mr. Darcy rivolti al cielo. A scrutare il giudizio di Dio o il volo dei fagiani? A Londra attecchisce un’insensata forma d’affetto animale, acerbo, deformante, che in qualche modo ricorda e soprattutto invidia Théodore Géricault. In un bookshop di Whitechapel ho trovato un marciscente catalogo di una retrospettiva di Géricault del 1952 presso la Marlborough Gallery. Il grande artista era etichettato come cavallerizzo esperto in pittura equina! E Delacroix? Esperto in pittura felina.

Dell’obliquo inteso come passione per l’abietto e l’esteticamente intollerabile mi ha dato giorni fa conferma la web designer e pittrice Lucia Vera Gehrenbeck mentre pastrocchiava le lunghe ciglia venezuelane con l’hummus della cena organizzata da The Nines, a Peckham. «Ho lasciato cinque scimmie a Caracas, bloody hell, cinque. Averlo saputo che Londra è più surrealista del Venezuela! Tutti vogliono digital surrealismish. Mi chiedono di mixare estetiche digitali a immagini eccessivamente significanti o eccessivamente insignificanti tratte dal mondo reale, e di rendere eccessivamente brutto il risultato finale».

Estetizzare ugliness, la bruttura, è sempre stata una missione nel Regno Unito, una missione che investe soprattutto il corpo umano. In una poesia del 1957 intitolata The Naked and the Nude, Robert Graves scrive: «For me, the naked and the nude/ (By lexicographers construed/ As synonyms that should express/ The same deficiency of dress/ Or shelter) stand as wide apart/ As love from lies, or truth from art». C’è the naked, il nudo anatomico, e c’è the nude, il nudo religioso del grande drappeggio. Entrambi svelano il corpo, entrambi peccano, sebbene il primo lo faccia acerbamente e il secondo con malizia. A Londra ha sempre vinto the naked, il nudo da pecora tosata: Tracey Emin, Chris Ofili, Damien Hirst, il pazzo del mio tavolo, il giallo di Auerbach, le malattie veneree che grazie a William Hogarth qui abbondano, le gorgiere insanguinate, gli sguardi folli tra amanti acerbi… tutto questo e altro ancora è obliquity, la Londra di sempre; ma la novità la minaccia.

Shaun McDowell

Lo studio di Shaun McDowell

Ross Walker

Lo studio di Ross Walker

Il cambiamento parte dal Sud della città e ha un epicentro: la Hannah Barry Gallery con sede a Peckham Rye, fino a pochi anni fa un quartiere d’integrazione mancata, bazzicato da negozianti loschi e dai fantasmi di The Buddha of Suburbia di Hanif Kureishi. Nel 2006, appena ventenne, Hannah Barry allestisce le sue prime mostre in uno squat. Si anima così un intero quartiere, Peckham. Due anni dopo, insieme al compagno di studi e storico dell’arte Sven Mündner, Hannah inaugura la propria galleria. In dieci anni ha accompagnato un gruppo di grandi artisti dall’adolescenza alla maturità e li ha inseriti nel mercato internazionale, rivoluzionando il sistema dell’arte londinese; c’è addirittura chi parla di “Peckham School”. Di Hannah è l’idea, nel 2007, di trasformare l’edificio ora conosciuto come Bold Tendencies in un centro espositivo della giovane arte londinese; ogni estate ne invade il parcheggio con Bold Tendencies Annual Summer Sculpture Show. Al piano terra sculture più alte e contorte di un dinosauro, all’ultimo il magnifico Frank’s Café, il rooftop bar affacciato su Londra dove gli inglesi scoprono il Campari.

Un intero mondo, un’arte nuova, si svolge intorno alla sorridente Hannah, il bel volto spruzzato da gioiose efelidi, le mani forti e nervose, lo sguardo implacabile. Shaun McDowell è uno dei suoi artisti di punta. La prima volta che lo incontrai era estate: glabro e biondissimo, petto nudo, salopette, un’immensa motosega in mano, tagliava convulsamente pannelli di legno con il ghigno che hanno certi guerrieri nelle centauromachie. La seconda volta era autunno: Shaun testava un bolide di motocicletta, la faceva rombare tra i dipinti, rideva beffardo. Di fronte a un drammatico pannello 244  153 cm intriso di blu tintorettiani, mi attraversò un pensiero e mi voltai verso di lui; mi anticipò: «Il barocco. Lully, Vivaldi e Händel». Shaun e gli altri artisti della galleria non badano alle pecore, la mano è tesa verso il continente, vanno pazzi per la pittura francese, hanno scoperto che il grande Constable ha fatto il suo tempo, anzi no, ha creduto di farlo, in realtà per lui l’aveva già dipinto il malizioso Fragonard, e con quanto charme! E senza tutte quelle vacche.

Londra è un impero in locazione, l’alterigia dei prezzi predice un futuro di migrazioni verso la costa e finanzia il sorgere di quartieri volanti. Gli artisti si stanno spostando a Dalston, Forest Hill, Walthamstow, Deptford; hanno già invaso Hackney, Peckham e Shoreditch, il multietnico sobborgo di Brixton ha spalancato porte, squat e mercati a decine e decine di pittori, scultori e new mediatici che hanno già adattato il proprio stomaco alle impolverate radici di pastinaca, a banane troppo mature e carni senza patria vendute al Brixton Station Road Market.

Lo studio di Humberto Poblete-Bustamante

Londra, putrida e magnifica. Così amata, così tradita, da Ross Walker e Rachel Boot ad esempio, seguaci di un altro flusso ormai inarrestabile, quello che porta i giovani artisti londinesi a preferire il Mare del Nord, la baia di Margate, terra di surfisti e affittacamere. Lì Walker e Boot hanno fondato i Bon Volks Studios che in poco meno di un mese hanno raccolto una lista d’attesa lunga quanto una risma di carta. «Bon Volks – mi spiega Ross Walker – è un nonsense che unisce due idiomi facilmente identificabili, un accostamento positivo per avviare questa comunità». Gli chiedo se a Margate c’è pubblico, collezionismo, gallerie. Quasi niente di tutto questo, imperano cinque enormi complessi di studi e project spaces, popolati da artisti che s’invitano reciprocamente a esporre di contro al mare gelido e desolato.

La Londra del futuro è anche quella degli artisti che hanno attraversato l’oceano, il loro sguardo è rimasto conquistato dalla sua vastità e libertà. Sbarcano, pardon, atterrano a Londra come i pellegrini inglesi approdavano a Plymouth; conoscerla, conquistarla, amarla è il loro motto. Chi in città sta alzando un gran polverone è Humberto Poblete-Bustamante, iper-cileno indiavolato che quotidianamente raduna torme nello studio di Hackney e tuona: «Be radical! Paint radical!». Bustamante coltiva teorie eversive che escludono i tre elementi sacri della pittura londinese: il fango, il telaio e la malinconia. Lui è il dittatore della gioia; «Melancholy is my enemy» strepita calpestando le tele; «Never complain, Sofia. Never! I said never!», sibila mentre con nonchalance spande il caffè sul colore ancora fresco. Attratti e disgustati dalla nakedness londinese, Bustamante e i suoi compagni amano la città del futuro, percependola come un’immensa estensione dello studio. La colorano dei propri miraggi mentre si sputano nelle mani per sciogliere la tempera e guardano perplessi le unghie sempre più nere.

Sono sfinita, mi gira la testa. Senza muovermi dal mio tavolo alla E5 Bakery ho corso per Londra con le infradito ed è più che naturale che ora mi senta un po’ obliqua e un po’ tragica. Sono passate tre ore, ho mangiato tre mini muffin e bevuto tre elderflower. Il pazzo mi guarda e sorride. Cordialmente.

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