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Metti una sera a Roma con quelli dell’«Accàdemi»

di Mattia Carzaniga
fotografie di MANUELE GEROMINI & LAURA VILLA BARONCELLI per IL
realizzazione di LARA DALL’ANTONIA
IL 78 17.02.2016

I votanti italiani dell’Oscar si ritrovano al cinema. Ma è sempre più raro: «Ora ti mandano a casa il dvd»

Roma, una sera qualsiasi di gennaio. Escono alla spicciolata da un cinema dietro Via Veneto gruppi di signori cosiddetti distinti, hanno già il loden e il berretto in testa. Sono alcuni dei votanti italiani dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, per tutti “l’Accàdemi”, colei che assegna gli Oscar ed è, ogni inverno che Dio manda in Terra, il punto d’arrivo della Awards Season (quest’anno la cerimonia cade il 28 febbraio). Si sono ritrovati a vedere uno dei titoli più attesi della stagione, che alla fine non entrerà nemmeno tra gli otto “migliori film”, ma chi lo sapeva, il buzz era tale che non si poteva mica perderlo.

S’improvvisa un after show e succede tutto in un attimo, non è più la Roma di oggi, ma quella cinematografara di un tempo imprecisato. «Una volta, a una proiezione come questa, sarebbe seguita una festa, sicuro», dice Osvaldo Desideri, premio Oscar nell’88 per L’ultimo imperatore di Bertolucci. Oggi, niente feste e niente cene di gala, niente più terrazze di Scola ma nemmeno di Sorrentino. «Da anni arrivano i dvd direttamente a casa», fa notare l’assistente di un celebratissimo regista non presente questa sera. «Una volta mandavano il librone con tutti i dati sui film, e le schede da rispedire compilate a Los Angeles, ora ciascun giurato ha a disposizione una sessione di una quindicina di minuti in un giorno stabilito per votare tutte le sue categorie. È come fare un bonifico online». Pure la scelta delle singole cinquine si è digitalizzata: «Ai tavoli che si tengono a Hollywood non riusciamo a partecipare», interviene Aldo Signoretti, truccatore tre volte candidato (Moulin Rouge!, Apocalypto, Il divo). «Ci mandano le informazioni necessarie via mail, anche il voto avviene così».

La domanda che tutti ci siamo fatti almeno una volta nella vita: chi vota per gli Oscar? I membri residenti in Italia – su circa 6mila totali – sono al momento 32. Non sono compresi i giurati residenti all’estero come Sophia Loren (vincitrice nel ’62 per La ciociara e nel ’91 per la carriera) e Tony Renis (candidato nel ’96 per The Prayer, tema del cartoon La spada magica). Non esiste un’associazione italiana, tra loro s’incrociano giusto a qualche proiezione riservata. «Ma sono sempre meno, e non è giusto che a Roma non organizzino più nulla», commenta Gianni Quaranta, scenografo premio Oscar 1987 per Camera con vista. «Ho sottoscritto una petizione perché facciano vedere pure a noi qualche film al cinema: specie per le categorie tecniche come la mia, come si fa a notare i dettagli sullo schermo della tv? Per ora siamo in sei, speriamo ci diano retta dall’America». Ma l’America è lontana, cantava il poeta.

La rosa dei giurati è varia e piuttosto âgée, si configura principalmente attorno ai due-tre titoli che hanno strappato più candidature negli anni passati: L’ultimo imperatore, appunto, e poi Il postino e La vita è bella. Si entra nell’Academy di diritto se si è stati premiati o nominati almeno una volta, oppure su invito di almeno due membri già presenti. La storia più bella la racconta Valeria Golino, via FaceTime, da New York: «Era il ’90, abitavo da un anno a L.A., finivo spesso a cena con Jack Lemmon e Walter Matthau perché avevamo lo stesso manager. Sono stati loro a farmi da sponsor, da allora voto e ne vado fiera: la tessera dell’Academy me la tengo stretta». Ride.

È un premio aziendale, è il cesto degli auguri che si scambiano a vicenda i produttori dopo annate di grassa o di magra, è l’alloro che finisce puntualmente nelle mani di chi non lo merita per davvero, e via col solito indignatissimo ritornello: «Hitchcock non l’ha mai vinto, Kubrick non l’ha mai vinto, Welles giusto un contentino alla carriera e Chaplin per la musica: sarà mica una roba seria, questa». E però ogni anno si finisce a chiacchierarne, a tifare, a pregare per un DiCaprio o un Morricone (quattro nomination, una statuetta alla carriera, quest’anno – pare – il primo vero Oscar per la colonna sonora di The Hateful Eight di Tarantino). «Il prestigio è commisurato alla trasparenza», dice Desideri. «In trent’anni non ho mai subito pressioni di sorta, semmai sono i colleghi italiani a chiamarti per perorare la loro causa quando sono candidati: ci resto male, è proprio una cosa da premio di casa nostra, sappiamo come vanno le cose qui». «È tutto così limpido che se ti chiama una persona che conosci che male c’è», replica Golino a distanza. «L’anno scorso vedere un’amica come Patricia Arquette alzare l’Oscar per Boyhood è stata una gioia. È quando tifi per il film che non passa che ci resti male: ricordo la volta di Quei bravi ragazzi di Scorsese, battuto da Balla coi lupi di Kevin Costner. Ecco, dopo tanti anni direi che solo il 20 per cento dei film che ho davvero amato è stato scelto dalla maggioranza».

Le pressioni dei produttori, il ruolo dei bookmaker, l’ineluttabilità di scelte manovrate: sono tutte leggende? «In parte sì», risponde Gaetano Daniele, produttore del Postino. «Diciamo che negli anni si è imposta la strategia di chi al suo film crede davvero, e dunque fa di tutto perché venga visto il più possibile: penso a Harvey Weinstein, dai tempi della Miramax negli anni Novanta a oggi non lo batte nessuno, e infatti di premi ne ha portati a casa parecchi».

Tutto resta com’è, tutto cambia. Lo conferma lo sceneggiatore del Gattopardo (appunto) Enrico Medioli: «Oggi è diverso, ma non per forza peggiore. E non mancano le belle sceneggiature: quest’anno mi ha colpito La grande scommessa, ha grandi pregi nello spiegare i meccanismi della finanza intrattenendo. Anche in Italia abbiamo le storie, il nostro cinema ha ripreso vigore, il mio preferito è Matteo Garrone, grande narratore. Mi dicono che è bello il copione dell’ultimo Checco Zalone, non c’entra con gli Oscar ma andrò a vederlo». Nella schiera dei favolosi veterani del nostro cinema c’è pure Giuseppe Rotunno, fedelissimo direttore della fotografia di Fellini: «Le feste, sì, quante ce n’erano. Ma si lavorava tanto, si lavorava sempre. L’anno che fui candidato (nel 1980, per All That Jazz di Bob Fosse, ndr) non riuscii nemmeno ad andare alla cerimonia. Stavo girando Popeye con Altman, il set era a Malta e faceva sempre brutto tempo, non potevo lasciarlo solo».

Lo sguardo ai sampietrini in bianco e nero che furono è nostalgico: la Hollywood sul Tevere non si scorda mai. «Ero ragazzo, vivevo a Milano, la macchina veniva a prendermi per portarmi ovunque fosse il set e sul sedile trovavo pure la busta coi soldi della diaria», sospira Quaranta. «Oggi gli scenografi praticamente non esistono più, sono i produttori a decidere le location: “Conosco un posto che va bene, andiamo là”. Però in Italia siamo tornati a farci furbi: registi come Sorrentino hanno ripreso a girare in inglese, forse pure per aumentare la possibilità di essere candidati in più cinquine, non solo in quella del miglior film in lingua straniera». Scenografi e produttori tirano su il bavero e se ne vanno. «E però com’era bello una volta, si stava insieme ai registi, agli attori, era tutto un modo per farci vivere l’emozione di quello che stavamo decidendo. L’Oscar è pur sempre l’Oscar, eh».

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