Un designer veramente industriale e un materiale popolare: visita guidata alla mostra “Al(l) – Projects in aluminium by Michael Young”

«Lavoravo in Cina con un’azienda che produceva pezzi di computer e un amico mi chiese di progettare le sedie per il suo ristorante. Alla fine le realizzai proprio con quell’azienda». Così Michael Young racconta la genesi della sua Chair 4A, prodotta per Eoq nel 2012: una sedia in alluminio riciclato, estruso e stampato, poi anodizzato, verniciato a polvere e levigato. È un pezzo a suo modo cruciale, dove l’industria high tech cinese si fonde con l’artigianalità del design occidentale. E diventa iconico della produzione di Young, fissato con la commercializzazione delle proprie creazioni, la loro accessibilità. Si capisce che l’alluminio è stato quasi una scelta obbligata: malleabile, flessibile, facile da lavorare, diffuso, riciclabile, fonde a una temperatura relativamente bassa (660 C°, per l’acciaio si va sui 1.300, per l’oro 1.000), si presta al processo di estrusione – che è comprimere il materiale molle in una forma, come fare gli spaghetti col Didò – economico e bello. «Usare la fibra di carbonio (come nella LessThanFive Chair del 2015 per Coalesse, ndr) è eccitante dal punto di vista della produzione, ma si può dire che l’alluminio è più democratico». Bingo.

Ora una mostra appena inaugurata, la sua prima con un’istituzione museale, celebra questa verità: Al(l) – Projects in aluminium by Michael Young (fino al 29 maggio) al Centre d’Innovation et de design di Grand Hornu, ex miniera di carbone del XIX secolo a un’ora di macchina da Bruxelles, espone una ventina di suoi progetti, più 17 oggetti di altri designer, da Marcel Breuer a Nendo, da Charles e Ray Eames a Maarten Van Severen, tutti rigorosamente in alluminio: «Una selezione di pietre miliari e di cose che ci piacciono», la descrive la curatrice della mostra Maria Cristina Didero. C’è anche la torcia olimpica di Londra 2012 firmata da Edward Barber e Jay Osgerby: «È così bella che me la terrei in casa», dice Young. E la nuova torcia per Rio 2016 in alluminio riciclato disegnata da Chelles & Hayashi? «Non l’ho ancora vista – sorride – poi la cerco su Google».

Michael Young, designer industriale, è nato a Sunderland, nel Nord della Gran Bretagna, nel 1966, si laurea alla Kingston University a Londra nel 1992, fonda il suo studio l’anno successivo. Nel 2006 si trasferisce in Asia, a Hong Kong, ancora oggi suo quartier generale. Ha una sede di rappresentanza in Europa, a Bruxelles. Proprio nel Belgio, il Paese delle miniere – visto dall’Italia – più di carbone che di bauxite, che è il minerale da cui si ricava l’alluminio, a dir la verità. Il Paese dell’Expo del 1958, con l’Atomium là nel parco Heysel vicino allo stadio famigerato che rappresenta i 9 atomi di un cristallo di ferro, ma di 18 metri di diametro e ricoperti all’epoca di alluminio (oggi, dopo il restauro del 2006 sono di acciaio). Il Paese che vanta l’unica opera d’arte sulla Luna: la statuetta (di alluminio!) Fallen Astronaut dello scultore belga Paul van Hoeydonck, portata lì dalla missione Apollo 15 nel 1971. Troppi cortocircuiti. Michael Young a Grand Hornu si presenta così: «Mi dispiace, non parlo francese. Non sono stato attento a scuola. Se stai attento a scuola non fai questo lavoro».

Hex Collection (Hedge Gallery, 2012)

David Marchal

Oxygen Chair (Veerle Verbakel Gallery, 2015)

David Marchal

Restyled Moke (Moke, 2013)

David Marchal

Nello spazio bianco dell’allestimento, tocca i pezzi in mostra, racconta come sono nati. Le storie hanno poco a che vedere con la teoria e i banchi di scuola, sono invece in linea con la lontana esperienza nell’officina di Tom Dixon, a Londra, dove Young cominciò a lavorare e dove, ricorda ora, «dormivamo pure, tra l’olio». Evocano immagini di forza lavoro, di industria, di fatica. Davanti all’Homune Table – un tavolo con una sofisticata base di vetro composta da 36 forme frattali prodotte artigianalmente e poi composte insieme – racconta di quando visitò lo stabilimento di Lasvit, l’azienda che lo produce, a Nový Bor, in Repubblica Ceca: «Immaginatevi uomini muscolosi che bevono birra e soffiano il vetro», dice, altro che design della fragilità. Per lo sgabello Otto (prodotto per Eoq nel 2014) spiega come è arrivato al particolare colore della seduta: «È un processo di anodizzazione che fanno per gli smartphone», infatti sembra lo stesso dell’iPhone 6. Le lampade Dub Pendants (Eoq, 2015) nascono dopo che Young si invaghisce, nell’ennesima fabbrica cinese, di un meccanismo di distribuzione del calore che si usa in auto ed elettrodomestici e che diventa il cuore delle lampade. Per la Oxygen Chair invece, uno dei progetti a cui è più legato (fatta per la Veerle Verbakel Gallery nel 2015), è dovuto andare fino a un piccolo stabilimento cinese vicino al confine russo, con l’aereo e poi tre ore di taxi: ha sparato gas ad alta temperatura e alluminio fuso in uno stampo d’acciaio sottoposto a pressione. Il risultato è una specie di roccia lunare, poi anodizzata e scavata. «È una sedia da 160 chili, ma galleggia, e per farla stare sotto al liquido di trattamento sono stati necessari sette uomini».

L’anno scorso Michael Young ha disegnato la cassa bluetooth portatile TS 217 WEARiT di Brionvega, rivisitazione del modello disegnato negli anni 60 da Rodolfo Bonetto. Ora fa parte dei designer selezionati per Local Icons. Progetto Alcantara-Maxxi, una mostra al Maxxi di Roma, dal 5 al 28 febbraio, dove presenterà le Bruce Lee Shoes, scarpe Kung Fu Wing Chun in Alcantara. Per il Salone del Mobile di Milano spera di riuscire a portare una sedia disegnata per Magis: «Dopo tanti anni in Cina dove non c’era niente e per ogni progetto dovevo partire da zero, arrivare in Italia e trovare un livello così alto di artigianalità è piacevole. È una cosa che mi mancava».

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