Cronaca della serata in cui caddero le difese longobarde e I Cani + Calcutta si presero la città

Forse a causa del simultaneo drammone del pupone all’Olimpico, il collettore ormai sfinito cedeva e il Pigneto sversava a Milano. Domenica 21 febbraio ore 20.30, discoteca Alcatraz, concerto dei Cani + Calcutta: la santissima Maradona-Careca capitolina, tutta insieme, tutta in una notte. Primo dato oggettivo: c’è molta gente. C’è molta, molta gente. Code interminabili dal lato sinistro dell’ingresso centrale, si parla di una trentina di minuti solo per ritirare il biglietto regolarmente pagato 13 euro più prevendita, sono quelli di TicketOne. Code interminabili anche dal lato destro dell’ingresso centrale, qui forse di più, quando li vedo non procedere avanti stimo l’imbuto in 40-45 minuti, sono quelli di Vivaticket e un terzo venditore che non ricordo. Secondo dato oggettivo: “Apertura porte ore 19.00”, nessuno deve averci creduto. Sono le 20.40 e cappellini e barbe rimangono saldamente incollati al marciapiede di via Valtellina. Per chi non lo sapesse siamo alle porte del quartiere Isola, dépendance filologicamente corretta del Pigneto ma in fondo sterile: finora solo hamburger, qualche ramen e quegli inutili drink coi misurini mentre sotto il Mandrione comunque si suona. Si produce! 20.45, un lampo: «Leggo il giornale c’è Papa Francesco / E il Frosinone in Serie A». Panico perché credibile (Calcutta avrebbe dovuto cominciare il set alle 20.30). I cacciavite ruotano nell’aria, le flanelle li seguono, attimi di sconforto. Falso allarme, è un Fiestino scuro coi finestrini giù a propagare la danza. Ore 20.50, terzo dato oggettivo: «Ma tu ce li hai 18 anni?» «Sì». Il pubblico in attesa di entrare è in effetti molto giovane. Età media è difficile dirlo, almeno per me che non sono più capace di stime. Non saprei, sui 23 anni. Seconda persona che canta, è una ragazza, 23 anni. È sempre Frosinone: «Noi a questa America daremo un figlio / Che morirà in Jihad». Accento milanese che scimmiotta l’accento romano, si riconosce subito, ci ho provato pure io svariate volte. E poi ha scelto l’unico passaggio politico del testo, si è fregata. Quindi è più giovane, 18 anni, sa di assemblea di liceo.

dario abece

C’è comunque qualcosa di confortante nel vedere ragazzi così giovani, ordinatamente in fila – siamo sempre a Milano, e però a Milano una volta non era mica così, sono panzane – per andare a sentire due cantanti italiani, Niccolò Contessa – I Cani – ed Edoardo D’Erme – Calcutta. Per qualcuno che è sempre stato alieno anche alla sola ipotesi teorica che si potesse andare ad ascoltare un gruppo italiano che non fossero i “Franco & Battiato” la cosa è sorprendentemente lenitiva, mi sembra di non essermi perso poi molto. D’improvviso mi salta alla mente la terrificante combo Litfiba / Negrita e indebolisco però reagisco subito e mi convinco a puntare l’ingresso con maggiore assertività. Quarto dato oggettivo: la moda hipster non è finita neanche per il cazzo. Anzi si è sofisticata, le barbe ora sono rosse, ma di un rosso fulvo dal riflesso ramato, un rosso credibile. Terza persona canticchiante, lo intrasento ma non lo vedo, comunque il pezzo è sempre lui: «A mezzanotte ne ho commessi un paio / Che ridere che fa». A questo punto comincio a dispiacermi un po’ per I cani, genuinamente credevo fossero gli headliner, e in fondo Non Finirà, che ho entusiasticamente scoperto per la prima volta tre giorni prima del concerto grazie a un intellettuale colonna del Pigneto, è davvero una hit di quelle che perforano le teste (al netto di quel “Mururoa” che tradisce fragilità). Non qui però, non fuori dall’Alcatraz alle 20.55. Qui è Calcutta che manda, ma forse i fan dei Cani sono gente più avvertita, già dentro a sorbire un Amontillado mentre fuori la calca. Ore 21.00: è ufficialmente impossibile raggiungere la cassa accrediti (Kasta!). Le due coorti hanno stretto al centro avviluppandosi in una matassa cauta ma inestricabile. Raggiungo la mano dell’accompagnatrice, strattono e dileguiamo in contromano chiedendo scusa con tono gentile ma fermo. Si va in un bar vicino, «bevo un bicchiere per pensare al meglio», all’Atlantico questa sera si gioca in casa ma andateci sul presto.

Chiudi