Yolo / Cinema

Quanto è bello Spotlight

IL 78 19.02.2016

Tra i favoriti ai prossimi Oscar (6 nomination), perché è solido, d’impegno e come una volta

«Domani sarà un vecchio pezzo di carta e servirà per avvolgere le patate», diceva Chuck Tatum/Kirk Douglas nell’Asso nella manica di Billy Wilder (1951), uno dei primi grandi film sui giornalisti e a oggi tra i tre-quattro migliori. (Wilder bisserà una ventina d’anni dopo con Prima pagina, quello in cui Susan Sarandon altrettanto perentoriamente asseriva: «Comincio a credere che tutti i giornalisti siano gente malata».) Forse per questo il cinema ama così tanto raccontare i reporter o wannabe tali, le redazioni, la stampa tutta: dev’esserci un meccanismo inconscio per cui i produttori sanno che i giornali diventano vecchi pezzi di carta nel giro di poche ore, i film che narrano di inchieste e di inchiostro invece restano. Resterà con tutta probabilità pure Spotlight di Tom McCarthy, titolo plurinominato ai prossimi Oscar, nelle sale italiane a partire dal prossimo 18 febbraio. Spotlight è il nome della sezione di giornalismo per così dire investigativo del Boston Globe, e il film è il racconto del reportage certosino sullo scandalo dei preti pedofili saltati fuori in città a inizi duemila: al quotidiano valse il Pulitzer, categoria servizio pubblico. Non si vede nemmeno per un istante un bambino abusato, ed è già un pregio. Le telegenicissime rotative arrivano giusto alla fine, il resto son tante parole, gente che fa il suo mestiere e poco importa quel che succede a casa, abnegazione senza epica, lavoro senza retorica, un gruppo di attori molto fighi (Michael Keaton, Mark Ruffalo, Liev Schreiber, tanti altri) che pure fa il suo mestiere senza aspettare la scena madre.

Spotlight è anche fatto per mostrare la ripetitività della professione, il sacrificio talvolta più impiegatizio che animato da alti ideali, e quella certa vanità donchisciottesca ostentata in ufficio che si scontra con la realtà dei cartoni della pizza abbandonati dentro case vuote, sempre che ci sia un amico pronto a portarti una quattro stagioni la sera tardi, quando ancora devi finire di sgrossare dossier impolverati. Dovrebbero vederlo obbligatoriamente i giornalisti italiani, che si riempiono di corsi di formazione e crediti come sulla carta dell’Esselunga e poi mettono nei colonnini destri dei quotidiani online, con tre giorni di ritardo, i look di Rihanna.  E dire che sono anche loro cresciuti col luccicante Watergate di Redford/Hoffman in Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976), l’unico momento in cui al cinema il giornalismo è sembrato davvero una cosa figa, ma pure qui con immancabile battuta demistificante: «Io non amo la stampa. Non ho simpatia per la superficialità e l’inesattezza», diceva la famosa Gola Profonda che aiutava a stanare i misfatti di Nixon.

Appena uscito

Il film è in sala dal 18 febbraio ma, nel solco di un’assurda abitudine tutta italiana, lo trovate sotto un altro titolo: “Il caso Spotlight”

È difficile fare film sui giornali, le redazioni televisive e il relativo effetto “meta” di macchina da presa dentro la macchina da presa funzionano meglio: l’urlo suicida di Quinto potere (Sidney Lumet, 1976), il triangolo sulla scrivania del telegiornale di Dentro la notizia (James L. Brooks, 1987), il bianco e nero antimaccartista di Good Night, and Good Luck. (George Clooney, 2005), fino alla Newsroom televisiva (2012-2014) di fine morale sorkiniana. Un altro titolo, negli ultimi anni, ha provato a rendere sexy le rotative: State of Play (Kevin Macdonald, 2009), con il solito politico (Ben Affleck) a rischio impeachment per scandali sessuali e il solito reporter (Russell Crowe) a snasare la benedetta Verità. Ma anche lì c’era poco da sperare: «I giornalisti bravi non hanno amici, solo fonti». Quando va bene.

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