Pierluigi Battista dedica un libro al padre, nostalgico del Ventennio. Tra memoria e letteratura, l’amore e l’odio di un figlio, senza accuse né commiserazioni

Tutte le famiglie con un elemento fascista sono uguali, tutti gli altri membri sono antifascisti a modo loro. Quando mio nonno fascista sedeva a tavola, nei primi anni Ottanta, e intorno si disponevano figlie, fratelli, generi e parenti di ogni grado e convinzione, dal maoismo alla democrazia proletaria, dall’estro radicale all’ortodossia comunista, dallo yuppismo al cattolicesimo, i miei occhi registravano curiosi e avidi ogni dettaglio di quella fauna riunita intorno al pranzo della domenica. Eravamo l’edizione messinese della famiglia romana sintetizzata da Flaiano e scelta da Pierluigi Battista come esergo del suo ultimo libro:

Padre liberale e figlio maggiore comunista, minore fascista, zio prete, madre monarchica, figlia mantenuta: si sfidano tutti gli eventi.

Li sfidavamo, e quando arrivavamo al caffè tutti avevano perso tutto.

Ricordo che l’epicentro di ogni discussione era l’acqua. Si litigava per la legge sull’aborto, certo, ma si cominciava perché qualcuno non aveva avvitato bene il tappo della bottiglia. Si urlava sull’ultimo delitto brigatista, ma insieme e senza soluzione di continuità sul fatto che intanto la bambina (io) si era versata il bicchiere addosso. Nelle ultime pagine di Mio padre era fascista (Mondadori), Battista racconta una cena carica di non detti fra lui e il padre, soli, faccia a faccia, arroccati sulla vecchia totale inconciliabilità delle proprie adesioni politiche, dei litigi, delle urla, delle parole sempre scelte per ferirsi, la sera dei funerali di Giorgio Almirante e Pino Romualdi, la sera in cui il padre fascista di nome Vittorio chiede di cenare insieme senza dire nulla, perché forse solo il rapporto tormentato con un figlio antifascista può reggere il rumore di un sipario che si chiude. Ma cade una caraffa, e il silenzio si rompe. Sembra di vedere padre e figlio alzarsi di colpo, infastiditi e smarriti per quell’acqua che lava via tutto, anche le scelte che hanno fondato due vite differenziandole radicalmente una dall’altra, e poi ricominciare a mangiare come se nulla fosse, come se il mondo di Vittorio che quel giorno è andato in pezzi, fuori dalla trattoria vicino piazza Mazzini, a Roma, non fosse reale.

 

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Vittorio Battista, avvocato borghese, era nato nel 1922, l’anno della marcia su Roma, come Raffaele La Capria. Quella che lo scrittore napoletano ricorda come una coincidenza maledetta viene sottolineata da Vittorio con un incancellabile lampo di orgoglio negli occhi, anche da grande, anche da vecchio, anche alla fine. Eppure il coraggio di questo libro doloroso è nel raccontare che le persone non hanno mai una sola faccia, e tra le possibilità che la vita offre a un figlio c’è quella di non scegliere la più ovvia, provare a farle esistere tutte insieme così come sono esistite davvero. «Mio padre erano due», scrive Pierluigi Battista: il professionista solare che viveva e lavorava al centro di Roma e il reduce ossessionato dall’estetica lugubre del Ventennio, il ragazzo sconfitto che non dimenticava l’umiliazione del campo di Coltano e l’uomo perbene rispettato anche da chi un tempo gli era stato avversario, il fascista coi brufoli che cantava «Le donne non ci vogliono più bene…» e l’avvocato che sceglieva di difendere gratuitamente Maria Pia Vianale, militante dei Nuclei Armati Proletari, mentre liquidava il terrorista Giusva Fioravanti come «un sin troppo camerata».

Due è anche poco se pensiamo a quante persone si può diventare durante la vita e al modo in cui reagiamo a ciò che una volta, da ragazzi, abbiamo scelto e alle conseguenze ci hanno poi travolto, ai dettagli che ancora dopo morti sveliamo quando le nostre tracce continuano a parlare di noi. Nei cassetti dell’avvocato fascista restano diari e lettere, ma la scoperta più sconvolgente non è una confessione politica e soprattutto non è uno scritto di Vittorio, bensì una lettera indirizzata a Pierluigi da una ragazza che negli anni Settanta interrompeva la loro relazione preferendogli «un proletario di Tarquinia». Il figlio si stizzisce immaginando che il padre sia stato colpito e forse anche divertito da quella triangolazione amorosa al punto da rubarla e conservarla, sente violato il pudore di certi argomenti che dopo l’addio della morte, a giochi finiti, bruciano dispettosamente più di altri.

 

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In Mio padre era fascista il ricordo si incrocia con la letteratura, si incaglia su scrittori e artisti amati e odiati. Ci sono le idiosincrasie di Vittorio che detestava Vittorini, «quel farabutto, quel mascalzone», ammirava Marinetti che si era fatto seppellire in camicia nera e citava la frase che Calvino mette in bocca al partigiano Kim:

Basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si ritrova dall’altra parte.

Ci sono le luci che si accendono in Pierluigi leggendo La vita come un romanzo russo e scoprendo l’inconfessabile segreto del nonno di Carrère, l’evocazione schiacciante della Lettera al padre di Kafka, Re Lear e la figlia Cordelia. I ricordi di chi ci ha preceduto e generato sono infinitamente più pesanti dei nostri, proprio perché non li abbiamo scelti: Battista cita Giampiero Mughini, Vincenzo Cerami, Margaret Mazzantini, Paolo Rossi che hanno raccontato o provato a raccontare i passi sbagliati di padri dalla parte sbagliata. Siamo ciò che scegliamo di essere e non ciò che i nostri genitori sono stati prima di noi, ma a un certo punto, passata la furia giovane del conflitto, siamo anche la profondità con cui scegliamo di guardarli. E mai c’è in questo libro il sapore sgradevole dell’accusa o della commiserazione, nessun bisogno di sottolineare una distanza o di cercare pace, solo la tenacia nel raccontare chi fosse davvero quel padre, e come sia potuto accadere di averlo amato e odiato così tanto.

Mio padre era fascista non si chiude con la morte di Vittorio, ma anni dopo, con il congresso di Fiuggi, quando il Movimento Sociale Italiano si scioglie e confluisce in Alleanza Nazionale. Pierluigi Battista, inviato della Stampa, è in albergo, ha dovuto seguire quella giornata per lavoro. Durante la notte non dorme per febbre e tremori, sta male, piange. Gli ci vorranno anni per capire perché, quale associazione inevitabile il suo corpo aveva fatto. Il mondo di suo padre, quel mondo in cui lui era nato e che sempre aveva rifiutato con tutte le sue forze, il mondo che sembrava già essersi chiuso la prima volta con una caraffa rotta e per la seconda volta con la sua morte, quella notte era finito per davvero.

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