Farsi ospitare a Milano da amici e conoscenti senza mai fermarsi. Un esperimento tra commedia all'italiana e psichiatria, in una città che sa essere dura ma non troppo

Lavoro in quel vasto stagno che si definisce come “impresa innovativa di taglio cognitivo”: in pratica una startup. Un ambito in cui il dinamismo e la fiducia spesso determinano i risultati, anche al di là dei risultati. Non so bene come funzioni, ma per ora funziona, o forse no. Comunque, mentre mi lambiccavo attorno a ciò, è comparsa davanti a me l’illuminazione sotto forma di quel film dei fratelli Coen, Inside Llewyn Davis. Un film su un folk singer abbastanza malmesso e privo di un tetto sulla testa, tanto che è costretto a farsi ospitare di volta in volta da amici e amanti.

Ho così più che covato l’idea, avvertito una possibilità di spazio, di libertà, di vero e proprio rischio. Una sensazione che ad avvertirla mi gonfiava di sana ebrezza giovanile e irresponsabile. Ah, l’amata irresponsabilità.

Così alla prima occasione non ho potuto più tirarmi indietro. Una casa con l’affitto da rinnovare (al rialzo) e l’amore ancora una volta lontano per un anno o forse più. E così senza regina e senza casa ho pensato che sarei rinato a Milano saltando da una casa all’altra, vibrando per quel rischio gratuito che solo un padano in stato di grazia può avvertire come un brivido di cambiamento e non come una deprimente soluzione ad una depressione metropolitana.

Così mentre le polveri sottili si adagiavano come una morbida coltre lanosa nei miei polmoni, sono finito a casa di Franco. Franco l’ho conosciuto nei primi anni Duemila, dirimpettaio alla mia prima casa milanese, autore precario in Rai, Franco mi ha così aperto le porte di un stanzino con asse da stiro, lavatrice e vasca in ceramica per i lavaggi a mano. Franco indossa maglioni morbidi con colori pastello, sì proprio come quelli di Paolo Crepet.

Ho così iniziato la mia gratuita permanenza in zona Sempione, che di Milano è la zona meglio servita di edicole e benzinai, come in una dicotomia molto anni Settanta che probabilmente rilassa e tranquillizza quegli agenti di commercio meneghini che tutte le mattine si dirigono verso l’ultra provincia lombarda con i loro campionari per farmacie.

Dopo una settimana Franco mi ha detto che se pagavo un affitto aveva libera questa e per “questa” intendeva una stanzetta che dava sul cortile interno. «Ha il parquet», mi ha detto; «Adoro le piastrelle», ho risposto. «La tua è una sfida?», mi ha chiesto.

No, caro Franco mio, è un esperimento, ma non una cosa da reality e nemmeno una cosa da realismo estremo stile Vice dove ad un certo punto spunta una testa di maiale sopra il comodino. No questa è una cosa alla Ludwig Binswanger, magari fatta male, ma l’ispirazione è quella. Male, fatta insomma come viene, perché il motivo esatto per cui valga la pena di pagare un affitto a Milano non l’ho ancora trovato.

Perché, se non è una questione di necessità, allora cosa è?

Dopo dieci anni che “gravito” – come dicono tutti quelli che a Milano guadagnano sufficientemente poco per sentirsi ancora giovani – su questa città finto metropolitana, vorrei capire quale è il vero motivo per cui si deve essere pronti a sottostare a leggi di mercato che non si è minimamente in grado, non dico di modificare o di forzare, ma nemmeno di mettere in discussione.

Perché abitare nella più brutta città d’Italia? Solo perché c’è lavoro? Sì un lavoro con cui al massimo mi pago un affitto in uno dei quartieri più brutti di una delle più brutte città d’Italia (che spesso poi sono meglio di quelli belle, si sa, la gentrificazione e il bello di camminare per un quarto d’ora verso la metropolitana). «Si ma non farla troppo politica», mi disse il caro Franco. Due giorni dopo affittò il parquet con stanza ad una fotomodella uruguaiana o uruguagia, non ho mai capito bene. Quattro giorni dopo fui costretto ad andarmene, loro sembravano una coppia affiatata e io il cognato mantenuto uscito da un film di Age e Scarpelli.

È così che sono finito in casa di Giorgia, una casa lussuosa e totalmente vuota, al sesto piano di un bel palazzo in largo Treves. «E così vuoi dormire qui, ma qui non c’è niente, solo un materasso e poi la mia attrezzatura, là in fondo in quella stanza». Non ho mai capito che lavoro facesse Giorgia, ma di dormire su un materasso nel bel mezzo di un appartamento milanese di oltre 300 metri quadri mi pareva un’occasione quanto mai irripetibile.

Di giorno lavoro e la sera sul tardi mi butto sul materasso: lascio le tapparelle alzate e la luce entra anche di notte quanto tutto è illuminato. Poi seguono poche ore di buio prima dell’alba. Eccola la mia personale forma di felicità: io sull’ampio terrazzo che guardo la gente sotto che si affretta, il bar che apre, il tassista addormentato che si sgranchisce e quei tizi sempre di corsa, ma vestiti molto bene, con i pantaloni ben stirati e il taglio preciso delle giacche.

Qualche sera ho provato ad arrivare un po’ prima per capire cosa mai Giorgia facesse di lavoro, ma anche quando arrivavo prima tutto era già stato messo via, la stanza chiusa a chiave e lei ferma davanti a me con un sorriso.

«Che fai?» mi chiedeva; «E tu?», rispondevo. Rideva, o meglio sogghignava. Parlavamo un poco, mi chiedeva come mi trovavo, dicevo bene e lei alzava le spalle. Poi ci scambiavamo i sogni come da sempre facciamo: lei mi dice quello che ha sognato la sera prima e io anche.

«Da quando dormi qui i tuoi sogni sono cambiati», diceva, chissà.

«Tu vuoi abitare a Milano, ma non vuoi dormirci, lo sai cosa vuol dire?», mi diceva

«No Giorgia, non lo so. Che vuol dire?».

«Non lo so», e sorrideva. «Trovati uno psicanalista».

Giorgia infatti non fa la psicanalista. La vedo ancora ogni tanto, ma non dormo più in quella sua casa vuota che chiama studio, il materasso probabilmente è da qualche parte appoggiato ad una parete del ripostiglio.

Me ne andai una notte nel bel mezzo di quelle poche ore di buio.

«Mi sono innamorata».

«Di me?!», risposi di soprassalto avvolgendomi il lenzuolo romanamente. Giorgia scoppiò in una risata improvvisa e fragorosa che rimbombò nelle pareti vuote dell’appartamento.

«Fai la grafica?»

«No, non mi sono innamorata di te, mi sono innamorata di…», e questi sono fatti suoi.

Mi parlò tutta la notte di quel suo amore lontano e io del mio (pure il mio lontano) e non ci furono più sogni da condividere e nemmeno più la voglia di dormire su quel vecchio materasso abbandonato. Comunque sì, fa la grafica.

 

Hub Milano

Fabrizio Annibali

Fu così che finii ad Affori, in casa di un Ingegnere di Napoli amico di Giorgia. Mi ospitò un paio di notti, da lì finii poi a Maciachini in casa di Francesca, una studentessa della Naba amica dell’Ingegnere: la casa era sopra un meccanico e parecchio malmessa, ma aveva un bagno elegantissimo, pareva disegnato dall’arredatore di Gheddafi per l’eccesso di marmi e decori.

Ad Affori faceva freddissimo, mentre a Maciachini faceva parecchio caldo. Dimenticavo, l’Ingegnere e Francesca avevano una storia, così io stavo in casa dell’uno o dell’altro a seconda di dove stavano loro. «Ci piacerebbe andare a vivere insieme», mi disse Francesca. Già ma avevano entrambi due case talmente brutte che non si decidevano dove e io intanto mi ritrovavo sballottato in questa sorta di flipper ancora incredulo della mia resistenza.

La svolta avvenne una mattina, Valentina correva lungo un marciapiede di via Pastrengo. Correva che quasi mi venne addosso. Quanto era che non ci incrociavamo? Quanto era che non ci parlavamo? Sai che sei ingrassato? E sai che stai perdendo i capelli? Sì Valentina, sto bene.

Valentina aveva avuto negli anni scorsi una relazione tormentata che pareva non aver ancora fine e tantomeno soluzione. Pensai di andare a dormire da lei. Lo pensai, ma non lo dissi e lei mi propose invece di andare da una sua amica, anzi mi propose un paio di sue conoscenze. Già perché pareva che la mia fama nel giro si stesse allargando: vivevo qua e là e chi aveva avuto l’occasione di ospitarmi si confrontava con altri e insomma iniziavo a diventare oltre che oggetto di dibattito anche ambito come ospite.

«Perché lo fai?», mi chiese Valentina, ora che anche l’idea dell’esperimento appariva totalmente sgretolata. Perché lo faccio? Milano è una città banale eppure complessa, dura, ma nemmeno poi così tanto. Milano può essere vista principalmente in due modi: come quella città europea e moderna che non sarà mai, o come quella città capace di generare incontri, pur rimanendo profondamente se stessa, come non saranno mai in grado tutte le infinite e infelici provincie italiane da cui provengono – destinazione Milano – ogni anno studenti, lavoratori, ambiziosi o illusi, capaci o incapaci che siano. Milano è una forma di felicità insufficiente, ma è già qualcosa, o meglio, è già una forma di felicità. Provavo a starci e a non starci insomma, un Amleto che contempli l’essere e il non essere come la medesima cosa. Basta non fermarsi mai troppo in un posto a dormire, basta non ripercorrere la stessa strada, basta avere abitudini confuse e poco chiare e orizzonti sufficientemente stretti per non perdersi in un’inutilità priva di senso.

Una mattina mi sono svegliato con un gatto nero (nero, non rosso) che mi fissava mentre sentivo la schiena rotta da un divano letto ben oltre il grado di durezza sopportabile. Mi sono mosso e il gatto mi fissava. Ho tentato di muovere il piumone e il gatto mi ha guardato perplesso senza scivolare. Ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti e il gatto era ancora lì.

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