Adrian Tomine è un autore di graphic novel paragonato a Carver e Alice Munro. ”Killing and Dying” è il libro della sua maturità, sei storie brevi tra autobiografia e finzione: impossibile uscirne senza restarne lacerati

Tra gli autori di graphic novel contemporanei, Adrian Tomine è quello più letterario. Da quando ha sedici anni pubblica brevi storie aubiografiche in cui il testo pesa quanto i disegni e il realismo minimale lo ha fatto paragonare a Alice Munro e Carver. Tomine piace a Zadie Smith e per Merritt Tierce il suo ultimo graphic novel, Killing and Dying, è il miglior libro in assoluto pubblicato in America nel 2015. Ma è solo il tic postmoderno di mescolare i generi (Tierce stessa per qualcuno è la Lana Del Rey della letteratura) oppure Tomine, ormai quarantenne con figli, ha fatto fare un ulteriore passo in avanti al fumetto?

Secondo Chris Ware, uno degli autori che più ha contribuito a nobilitare il genere negli ultimi anni, Killing and Dying è il libro che tutti gli autori di graphic novel vorrebbero scrivere:

Un fumetto che possa essere letto da una persona con gusti letterari che normalmente non legge fumetti.

La differenza con autori come Ware è che mentre questi hanno approfittato della nuova dignità artistica del fumetto per sperimentare, Tomine sembrava fermo a quella sensibilità tardo-adolescenziale che lo ha reso celebre più di venti anni fa. Alle storie di fallimenti artistici e sentimentali e a quel bianco e nero dettagliatissimo e freddo che ha raggiunto il suo apice nel graphic-novel Una lieve imperfezione (di otto anni fa) in cui ogni scena è ambientata in un posto realmente esistente di Berkley o New York, un lavoro lento che ha finito per frustrare lo stesso Tomine:

Nessuno ci ha fatto caso, e quelli a cui l’ho spiegato non sembravano molto colpiti.

Le sue tavole erano un trionfo di pancette da impiegato, brutte camicie, triple occhiaie, brufoli, capelli appiccicosi. Erano deprimenti.

Meglio di un romanzo

Dice di lui Zadie Smith: «Adrian Tomine può disegnare, pensare, scrivere, sentire. Vede tutto, sa tutto; è nel tuo appartamento, in metropolitana, nei tuoi sogni. Ha più idee lui in venti tavole di quante ne abbia un romanziere nell’arco di una vita».
L’ultimo libro è una raccolta di sei racconti, tra autobiografia e finzione, pubblicata da un editore indipendente canadese. A marzo 2016 arriverà l’edizione italiana per Rizzoli

Drawn & Quarterly, 2015, 121 pp.

Fino a Killing and Dying, in cui Tomine ha raccolto sei racconti diversi tra loro sia per il tipo di storie che racconta che per lo stile semplificato di molte tavole, più da fumetto. Testo e immagini sono in equilibrio, in molte storie il tono è leggero e quello che dice adesso con un’espressione e poche righe, prima Tomine lo diceva con molte vignette (forse è servito anche lavorare alle copertine del New Yorker).

Lui dice di aver rinunciato a troppo realismo, perché trattando temi dark sarebbe risultato sgradevole, e di aver scelto una strada «più empatica, meno narcisista». Ed è vero che in Killing and Dying si parla di mortalità con una delicatezza che rende impossibile non paragonarlo alla migliore narrativa contemporanea. I racconti di Killing and Dying girano intorno a cose piccole. Un padre con una figlia che studia per diventare stand-up comedian, una coppia di disadattati fan di NFL, la vecchia lettera di una madre alla figlia, un giardiniere che vuole inventare una nuova orribile forma d’arte, una ragazza che scopre di avere una sosia attrice porno, un tipo che ritrova le chiavi di un vecchio appartamento e per qualche ragione decide di entrarci quando il nuovo inquilino non c’è. Ma questa è la punta dell’iceberg di cui parlava Hemingway, il grosso resta sott’acqua. Sempre Chris Ware, a proposito di Killing and Dying, il racconto che dà il nome a tutta la raccolta, ha detto:

È una storia che scava talmente a fondo nel cuore da cui provengono le storie che è impossibile uscirne senza restarne lacerati.

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