La serie sui morti viventi serializza lo stesso concetto di serie: lo spettatore non si aspetti un epilogo perché qui la logica è morta, i morti vivono

L’abbrivio della sesta, attesissima serie di The Walking Dead (sessione invernale: da stasera su diversi canali Fox di Sky la seconda puntata) ci ha definitivamente convinto di una cosa: non finirà mai, questa insulsa vita da morti. Ed è probabile che non finirà mai nemmeno The Walking Dead, almeno non mentre noi siamo in vita, i nostri figli chissà. Il concetto stesso di “serie”, trova qui la sua perfetta sublimazione: The Walking Dead ha assunto una stabile rotta circolare e vola disegnando il simbolo dell’infinito. Anzi, serializza lo stesso concetto di serie. Lo spettatore che s’illudeva che la vicenda marciasse in direzione di un epilogo, di una risoluzione, magari perfino verso lo svelamento di un enigma, non ha capito che la rappresentazione è un’altra, di sicuro più interessante e filosofica. La partita è finita, l’ordine è sovvertito, la logica è morta, perché i morti vivono: ecco di cosa davvero di occupa The Walking Dead. E i suoni morti che vivono non finiranno mai, perché saranno alimentati dai vivi che muoiono, dopo essersi inutilmente (viene da dire: umanamente) occupati di far morire (verrebbe da dire: di quietare) più morti vaganti possibile. Che vagano perché hanno fame, sebbene non ne possano morire in quanto già morti e per quanto l’unica peggiore condizione della loro sarebbe quella di morti vaganti e affamati, se mai potessero percepirlo, cosa che non accade perché, come al solito, purtroppo per loro sono morti.

Quanto ai vivi, oltre le episodiche vicende improntate a schematici spunti d’amore o odio, costoro in realtà si occupano di un’unica priorità, che minimalisticamente li definisce: vivere, appunto, o almeno sopravvivere, che equivale a dire trovare scampo dai morti vaganti e affamati. Una moltitudine sofferente quest’ultima, della quale, prima o poi, anche le stelle di prima, seconda e terza grandezza di questa storia entrano a far parte, perché tutto passa e nel mondo piagato dai Walking Dead nessuno più brilla di luce propria, nessuno esprime una vera personalità, ma tutti declinano un certo grado di disperazione, da quella rassegnata a quella combattiva, a quella nichilista a quella assai incacchiata. Con un’eccezione. Rick. Lui è l’ultimo uomo. L’ultimo capace degli estinti sentimenti di una volta, innumerevoli e ormai strani come movenze di un ricordo. Rick è il superstite, è Abramo a cui Morte, il Dio unico di questo mondo, ha provato a strappare il figlio cinque minuti dopo l’inizio di questa nuova serie di puntate, durante la magnifica fuga dei vivi in mezzo alla moltitudine degli zombies, mimetizzati da panni sporchi emananti l’odore della morte. La beffa è che Carl non viene azzannato da un cadavere modificato da cui il suo Abramo è pronto a difenderlo, ma viene colpito da un proiettile dei vivi, e quelli Rick/Abramo non sa come opporsi. Eppure anche questo ennesima tragedia sfiorata è solo un trascurabile episodio nel (non) incedere degli eventi di The Walking Dead, che percorrono sempre la medesima orbita: i vivi strappano un po’ di terra ai morti, ne fanno il loro rifugio finché, per colpa dell’imperfezione dei vivi (liti, avidità, invidie, sopraffazione – tutto ciò che li ha resi schiavi della morte) non se la vedono strappare inconsapevolmente dai cadaveri vaganti, che sono sterminabili senza speranza, ma che come le formiche ricominciano sempre a fluire.

Lo splendore di The Walking Dead sta nell’aver azzerato la paura dall’orrore, umanizzando i mostri, ribaltando la tavolozza estetica, quella temporale e perfino quella dello spazio, che prescriverebbe i vivi sopra e i morti sottoterra (ma forse i vivi potrebbero trovare scampo proprio sottoterra, se non fossero così ostinati a restare padroni della superficie). Surclassando le romaticherie delle pellicole di George Romero, The Walking Dead ci ha abituati alla presenza brutta e mansueta degli zombies, al loro dondolare pigro, ai loro pasti privi piacere. Non si estingueranno mai, sono loro gli eroi della saga e continueranno a vagare in quell’anonima contea della Georgia, metafora dell’errore, della distruzione e di quell’istinto di resistere che, non ci fosse Rick, a questo punto si sarebbe dissolto in caos. Lui no, neanche adesso che ha capito, ora che non ha più il lampo di speranza negli occhi, che non combatte più per una rinascita. Noi lo contempliamo, nel magico gioco di ripetizioni su cui è edificato The Walking Dead e nelle trascurabili vicende umane che lo punteggiano. Sappiamo che, prima della pace eterna che coinciderebbe con la fine del serial e del suo mito, Rick resterà in piedi a battersi, inguaribilmente vivo, emblema di un’ispirazione che non ha più nome. Per un solo motivo: perché a causa della potenza di quelle che furono un tempo le sue emozioni, e che poco alla volta si sono trasformate nelle sue (sempre bellissime) visioni, Rick, semplicemente, non è ancora pronto.

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