L'equazione è del premier francese Manuel Valls, il più efficace difensore europeo di Israele e degli ebrei, per nulla incline a perifrasi ed ellissi di senso quando si parla di terrorismo islamista e cedimenti culturali occidentali

«Antisionismo è sinonimo di antisemitismo e di odio nei confronti di Israele», ha detto il premier francese, Manuel Valls, parlando di fronte alla comunità ebraica di Francia. Alla cena del Crif, il “Conseil représentatif des institutions juives”, lunedì sera era previsto il presidente, François Hollande, che però è stato trattenuto a Bruxelles dal negoziato europeo con la Turchia sulla crisi dei migranti. Così al suo posto ha parlato Valls, al quale è stato consegnato il testo del discorso preparato per il presidente. Ma il premier ha deciso di distaccarsi e di parlare a braccio, ha sottolineato che antisionismo e antisemitismo sono «sinonimi», ha parlato di terrorismo islamista – un’espressione che Hollande non utilizza mai – e ha attaccato il sentimento anti Israele che prolifera in Francia sia a destra sia a sinistra.

«Sappiamo che c’è un antisemitismo antico e che c’è un antisemitismo nuovo – ha detto Valls –  C’è l’antisemitismo insopportabile dell’estrema destra, sempre presente, ma si trova anche un antisemitismo nell’estrema sinistra. C’è l’antisemitismo dei quartieri bene e c’è l’antisemitismo dei quartieri popolari e di una gioventù radicalizzata». Per Valls «dichiarare “noi non l’accettiamo più!”, che è quello che il presidente avrebbe voluto fare, non è sufficiente. Alle parole devono seguire i fatti, degli atti forti, sostenuti dalle politiche pubbliche». Non bisogna avere paura, ha ripetuto Valls, perché «una politica forte contro l’antisemitismo o l’antisionismo onorerà tutti quelli che si sono impegnati in questa lotta».

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Alla cena del Cifr, quasi 800 invitati, c’erano tutti gli esponenti politici più importanti del Paese, ma le parole del premier sono risuonate forti, non soltanto perché erano precise, ma perché hanno colpito quella sinistra che più fa fatica ad accettare la lotta al terrorismo islamico e il dovere della difesa dello stato di Israele. Gli ebrei scappano in massa dalla Francia, gli episodi di antisemitismo sono in crescita, gli attentati a Charlie Hebdo, all’épicerie ebraica, al Bataclan hanno fatto aumentare il senso di insicurezza nella comunità ebraica, che ogni mese assiste, poco protetta, alle manifestazioni dei collettivi di boicottaggio di Israele, che vogliono bloccare le iniziative culturali ebraiche in tutta la Francia. Secondo i dati della Jewish Agency che si occupa dell’immigrazione in Israele, circa ottomila ebrei hanno lasciato la Francia dal gennaio 2015 al gennaio 2016: il numero è duplicato negli ultimi cinque anni. Nel 2013, quasi 3.300 ebrei sono andati via dalla Francia per stabilirsi in Israele: nel 2011 erano 1.900.

Più volte in passato il premier ha invitato gli ebrei di Francia a non andarsene, ad avere fiducia nella capacità dello stato francese di proteggerli. Tra tutti i leader europei, Valls è considerato il più esplicito nel difendere Israele e gli ebrei. Queste iniziative fanno parte di una più ampia predisposizione a chiamare le cose con il loro nome: lo scorso anno, il premier è intervenuto più volte sulla necessità di combattere il terrorismo con ogni mezzo a disposizione. «Non bisogna cedere né alla paura né alle divisioni, ma bisogna allo stesso tempo affrontare tutti i problemi – ha detto commentando alcuni episodi antisemiti, nella primavera dell’anno scorso – Combattere il terrorismo, mobilitare la società attorno alla laicità, combattere l’antisemitismo. Ci vuole una rottura. È necessario che l’islam di Francia assuma completamente le proprie responsabilità». È quella che Valls definisce «la guerra necessaria contro l’islamofascismo», dentro e fuori la Francia.

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A sentire queste parole i falchi liberal americani hanno avuto un sussulto: alcuni hanno pensato che questo premier socialista francese cresciuto nella burocrazia del Paese più burocratizzato d’Europa fosse l’erede tanto improbabile quanto volitivo della loro battaglia. La Francia è tra i Paesi che più contribuiscono alla guerra contro lo Stato islamico – bombardano in Siria e in Iraq, soprattutto dopo che sono stati attaccati – e contro il jihadismo nel nord Africa (a oggi l’unica missione “boots on the ground” è a guida francese, in Mali) ma anche internamente il governo di Valls ha adottato misure di sicurezza e di controllo assimiliate al Patriot Act americano che ancora gli costano dal punto di vista politica. La frattura con l’ala radicale del Partito socialista è, secondo gli esperti, insanabile.

Il premier tiene a mantenere alta la guardia sia dal punto di vista militare sia da quello culturale. Sempre di fronte alla comunità ebraica, Valls ha ribadito che «libertà di espressione non vuol dire spargere odio», ed è intervenuto sulla querelle attorno al giornalista e scrittore algerino Kamel Daoud. Daoud è accusato di islamofobia da parte di molti intellettuali (di sinistra) francesi che hanno firmato un appello su Le Monde contro la lettura che Daoud ha dato degli assalti sessuali a Colonia la notte di Capodanno. Daoud ha spiegato di essere stanco, di non voler più fare il giornalista. Ma Valls ha detto che risvegliare le coscienze significa «sostenere le voci che si esprimono, soprattutto all’interno del mondo arabo, e penso a Daoud, che è l’obiettivo di attacchi insopportabili, contro i fanatismi e gli integralismi di tutte le forme». Il premier socialista Valls non perde occasione per ribadire che la difesa dei valori occidentali è di tutti: la battaglia contro l’islamofascismo comincia in casa.

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