A Ca' Tron, nella campagna tra Venezia e Treviso, c'è una scuola che sforna quei professionisti che finiscono nei titoli di coda dei filmoni americani. Siamo andati al Graduation Day di quest'anno

BigRock è una scuola di animazione con sede a Ca’ Tron (nomen omen?), nella campagna di Roncade, a mezz’aria tra Venezia e Treviso. Qui, dal 2005, in una cascina messa a nuovo, si fabbricano sogni virtuali e prospettive di carriera concrete. Da fuori, ha un aspetto sobrio: davanti all’ingresso c’è la scritta BigRock e un albero brilla di lucine bianche, sullo sfondo azzurrognolo della pianura veneta. Dentro, nelle aule-laboratorio, spicca l’ergonomia delle sedie Herman Miller e il biancore delle file di iMac di ultima generazione. Per costruire il futuro bisogna stare comodi, anche perché gli animatori passano gran parte della giornata seduti, in simbiosi con la macchina.

Gli studenti si esercitano a creare l’illusione della vita: sugli schermi dei computer ci sono scheletri di pupazzi, che in gergo nerd-geek si chiamano animation rig, stanze grigie prendono colore e testura, le azioni umane più banali, come trasportare un pacco da qui a lì, sono oggetto di studi meticolosi, nella stanza accanto una Suicide Girl posa da pin up per capire come si modella il corpo femminile. La visione della scuola è che l’entertainment è il motore del futuro, e gli spettatori paganti quelli che lo costruiscono. Insomma, nessuno diventa Samantha Cristoforetti se non ha visto 2001: Odissea nello spazio, o Matt Damon in The Martian. A BigRock si fa presto a scoprire che l’imitazione digitale della vita è un processo creativo, che la creatività è una sfida tecnologica, e che la vita è una faccenda complicatissima. Ogni filo d’erba verde animato parla, diventa un mondo possibile.

Il Graduation Day a BigRock

Alla fine del percorso di studi, i bigrocker – gli studenti, perlopiù ventenni, qui si chiamano così – partono e, di solito, finiscono a lavorare per le maggiori case di produzione mondiali. Per esempio, e solo per citarne alcuni, sono nei titoli di coda di American Sniper, Star Wars 7, The Hunger Games, 007 Spectre, Avatar, Gravity, e numerosi altri.

Per BigRock il cinema è l’arte dei titoli di coda, un organismo vivente, un mastodontico paratesto. La filosofia-dei-titoli-di-coda è quella in cui se ci sei e lavori bene non ne se ne accorge nessuno, se sbagli un pixel sei licenziato. I titoli di coda non sono un romanzo, non ci sono macchine da presa con cui scrivere, il cinema non lo fa l’autore e, pure se volesse farlo, non ce la farebbe. L’animazione di un singolo petalo è il risultato di disciplina, determinazione, notti insonni passate al tavolo e svariati caffè; un lavoro enorme, faticoso, di gruppo. BigRock è un bagno di umiltà.

Il piccolo girasole che s’innamorò della luna, per esempio, è un film pieno di petali. Racconta la storia di un girasole che s’innamora della luna, ma sarebbe più giusto dire del suo riflesso. È una delle tesi finali presentate, pochi giorni fa, in occasione del Graduation Day, al cinema The Space di Silea, gremito di studenti e familiari in fibrillazione, accorsi da tutta Italia per assistere alla cerimonia di consegna dei diplomi, con tanto di red carpet, photocall e statuetta dorata. La scanzonata parodia dei pomposi Oscar hollywoodiani. Il cortometraggio l’ha diretto Antonio Padovan, anche grazie a un visore inventato a BigRock che gli consentiva di navigare dentro set virtuali per stabilire l’inquadratura migliore, con un clic. I petali e i milioni di pixel, invece, li hanno animati gli studenti, con una caparbietà che fa spavento.

BigRocker in the U.S.A / 1

BigRocker in the U.S.A / 2

BigRocker on the Rocks

La cerimonia si apre con la faccia di Leonard Nimoy sul mega-schermo, uno che ha vissuto di futuro. Marco Savini, il fondatore della scuola, pilota acrobatico che se ne va in giro per le strade del Veneto su una Tesla che si guida da sola, mette subito le cose in chiaro: «Per rompere le regole bisogna prima impararle». E per impararle, come minimo, ci vogliono sei mesi di isolamento nella campagna di Roncade e un viaggio negli States, dove i bigrocker imparano anche a perdersi, letteralmente. La meta del viaggio, in teoria, sarebbe un punto geolocalizzato dove c’è un messaggio nascosto dai bigrocker dell’anno prima, ma lo scopo, in pratica, è sperimentare il significato di gruppo e di leadership, sullo sfondo della wilderness americana. Al ritorno non sono più gli stessi.

Forse è anche per questo che nel giorno del Graduation Day sono vestiti strani. Sembrano arrivare da un lookbook di Vetements o da Portland, Oregon. Un censimento veloce rivela che uno degli indumenti preferiti degli studenti è lo spolverino nero fuori misura, alla Neo, che, per l’occasione, assieme al trittico giacca-pantalone-cravatta, anch’esso fuori misura, ha sostituito l’animatronica felpa col cappuccio. Ridono, hanno facce stanche, eccitate, assonnate dietro gli occhiali da sole. Marco Savini l’aveva detto: «Le belle storie esistono davvero». Basta andarle a cercare in un multisala della periferia di Treviso, per esempio.

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