Morto suicida a 71 anni, Emerson fu un «uomo apprezzabile di una musica insopportabile», un bizzarro mix di generi diversissimi sublimati dal suono delle sue tastiere

Keith Emerson è stato l’uomo apprezzabile di una musica insopportabile. Motivo per salutarne con dispiacere – nell’implacabile catena di morte-rock che traversa questi tempi – la dipartita avvenuta ieri a 71 anni, suicida con un colpo di pistola nella sua casa di Santa Monica, California. Ma anche per rievocare uno degli spinoff più assurdamente estremi del rock classico.

Agli albori degli anni Settanta, dopo aver condotto le prove generali con The Nice, un altro trio, anch’esso discretamente di successo, ma oggi dimenticato, Emerson scelse con cura due partner di elevata preparazione tecnica e di carattere malleabile in Greg Lake e Carl Palmer, per stabilizzare il laboratorio sperimentale di quello che sarebbe divenuto il progressive rock. Il tutto battezzando la ditta Emerson, Lake and Palmer (nome che i detrattori trovavano squallido come quello d’uno studio d’avvocati) e polarizzando la band sulla sua maestria di tastierista e sulla sua insaziabile voglia di indagare i nuovi suoni resi possibili dallo strumento rivoluzionario appena introdotto da Robert Moog, il sintetizzatore.

In effetti, lasciando impazzare la sua caratterialità narcisa ed estroversa e dando fondo al suo virtuosismo, l’Emerson degli inizi intravedeva un progetto musicale più irregolare e dissacratorio di quello che il successo l’avrebbe costretto a gestire e comunque decentrato rispetto agli schemi canonici che avrebbero inquadrato il progressive: la sua intuizione, figlia della sua personalità bulimica, era un mash-up che connetteva mondi lontani, con la scapigliata rivisitazione elettronica di classici austeri come JS Bach, Musorgskij o Bela Bartok, affiancata a scorrerie nel mondo scanzonato del boogie e del vaudeville, transitando per le liturgie del blues e arrivando a sfiorare la terra dell’hard rock – il tutto attraverso le iper-prestazioni della sua mini-orchestra di soli tre elementi. La sua bizzarra idea incontrò un successo straordinario e il pubblico italiano non fu secondo a nessuno nel tributare amore a questa combinazione sonora apparentemente innovativa, al tempo stesso proiettata all’indietro attraverso il concetto di “reinterpretazione” e sicuramente dubitabile dal punto di vista del gusto.

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Album come EL&P, Pictures At An Exhibition e Tarkus conobbero una popolarità straordinaria e furono al centro di roventi dibattiti tra i sostenitori del nuovo corso, che non tardò a proliferare e a generare imitatori e chi era convinto d’essere al cospetto di uno dei primi prodotti autenticamente residuali del rock, alla produzione di scorie musicali destinate ad appesantire e rallentare l’evoluzione di questa musica. A posteriori si osserva che ci può essere benissimo spazio per tutti, ma all’epoca la questione investiva un tale convolgimento emotivo, che non era la tolleranza la prima passione a essere invocata.

Nel giro di pochi anni Keith e compagni divennero un fenomeno da stadio, coi loro megaconcerti, come i loro dischi, praticamente del tutto strumentali – a parte le occasionali sortita vocali di Lake: ricordate? «He had white horses / and ladies by the score / Ooooh what a like man he was» –, con il pesante corredo scenografico di cartapesta, gli imbarazzanti costumi fiabeschi e il one man show di Emerson di fronte al suo muro di tastiere sempre più alto, che eccitava le ironie degli haters. Non è un caso che tutto ciò accadesse due o tre anni prima che a Londra i ragazzacci che vomitavano sul prog, sui mantelli d’oro di Rick Wakeman e sulle performance di Emerson che accoltellava il suo organo, imbracciassero chitarre che non sapevano suonare, creassero band che duravano un quarto d’ora e inventassero il punk. Eppure Keith uscì con naturalezza da questa sbornia di grandeur e da questo ruolo di capopopolo – che in fondo non era. Accettò il ridimensionamento del suono di cui era stato l’alfiere, sopravvisse alla fine del suo supergruppo e continuò una onesta carriera da “mago delle tastiere” che, nella penombra, l’avrebbe visto attivo fino agli ultimi giorni. Al di là delle periodiche riedizioni del suo trio da arena, Emerson lasciò da parte le sterminate suite da 20 minuti per calarsi nei panni dell’autore di colonne sonore (nell’80 lavora per Dario Argento) e di ironico pianista honky tonk, cosa che gli valse un altro momento di popolarità qui da noi, come esecutore di Maple Leaf Rag, il vecchio ragtime di Scott Joplin, reinterpretato per la sigla del programma Rai, Odeon.

Tanti anni dopo, se capita di riascoltare un passaggio di un brano celebre del repertorio di EL&P – Tank, per esempio – l’interrogativo riaffiora in chi è stato appassionato di musica: che diavolo era quella roba, quale delirio se non la folle corsa del rock alla ricerca del perenne rinnovamento, aveva spinto dei musicisti – evidentemente infoiati dal successo – a inerpicarsi per quelle assurde strade? Eppure un valore evocativo quei suoni lo mantengono, un’air du temps, un’appartenenza. Forse, a un certo punto, quelli che c’erano sono stati tutti un po’ folli. Passare una sera in un palasport a vedere un pazzo egocentrico che provava a inchiappettarsi un Hammond rientra nel curriculum di molti ex-ragazzi italiani. Alcuni di loro, perfino, si entusiasmarono. Nel farlo, peccarono. Ma chi siamo noi per tirare la solita prima pietra?

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