Cuba apre le porte all'Occidente con un concerto dei Rolling Stones il 25 marzo, anticipato da una grancassa a stelle e strisce che vedrà il presidente Obama, alla ricerca di una legacy che possa durare nel tempo, soggiornare all'Avana per due giorni

Questione di scegliere l’ambasciatore giusto. Nel 1988 il primo gruppo rock occidentale che fu spedito a suonare nell’allora Unione Sovietica, furono gli Scorpions, metallari tedeschi, quelli con la chitarra fumante di Rudolf Schenker. Bello scherzo da preti. Ventotto anni più tardi, la nuova colonizzazione dell’isola di Cuba viene inaugurata da due megaeventi di alto valore rappresentativo. L’opening act, lo show di supporto che aprirà una tre giorni durante i quali gli occhi del mondo si punteranno sull’isola, è affidato a un presidente sulla via della dismissione dal suo secondo mandato, Barack Obama. Obama soggiornerà all’Avana il 21 e il 22 marzo, per una visita così carica di significati e promesse da rubare la scena all’attrazione principale, biglietto da visita col quale la scricchiolante società dello spettacolo intende piazzare la prima testa di ponte nell’inespugnabile culla della rivoluzione: Pasqua coi Rolling Stones, che prolungheranno appositamente il tour sudamericano opportunamente intitolato “Olé”, per concedere ai cubani di tutte le età un assaggio di purissimo rock da stadio, materia sconosciuta laggiù, dal momento che dal ‘59 è proibito l’accesso all’isola a qualsiasi forma d’intrattenimento occidentale.

Anche solo l’ascolto della musica che ha cambiato la vita a tre o quattro generazioni dall’altra parte del mare è stato severamente perseguito dall’autorità costituita. Arrivano Jagger, Richards e il cigolante carrozzone di quello che tanto tempo fa fu il messaggio del giovanilismo, e che oggi è una vestigia del turismo culturale, suggestivo al punto giusto nel muovere emozioni inaspettate e bagliori di empatia nella folla di curiosi che verranno ammessi allo show: «Abbiamo suonato in tanti posti speciali, ma lo spettacolo all’Avana è una pietra miliare per noi. E, speriamo, per i nostri amici cubani», ha detto Jagger annunciando l’evento, che segue la sua visita privata nell’isola lo scorso ottobre, per scegliere la scenografia adatta all’arrivo di una band che faceva le prime prove all’ombra della crisi della Baia dei Porci. Alla fine, per il primo concerto open air di una rock band britannica nella storia di Cuba, si è optato per la Città Sportiva, il “colosseo” costruito nel ’57, con una capienza stimata di circa 25mila persone, per quello che sarà uno spettacolo completamente gratuito, ribattezzato “Concert for Amity” e sostenuto da una lista di potenti organizzazioni, dalla Latin Grammy Cultural Foundation alla Fundashon Bon Intenshon, dietro alle quali non è difficile scorgere la mano di Washington.

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Jagger ha fatto sapere che per la serata appronterà una scaletta ad hoc, con il greatest hits d’occasione e alcune sorprese che saranno la parte più gustosa della rappresentazione. Buonisti all’eccesso e nel nome della rispettabilità acquisita con l’età, gli Stones si faranno anche ambasciatori della buona educazione, facendo dono ai musicisti locali di un bel po’ di strumenti musicali di grande marche, da quelle parti considerati merce rarissima e ambitissima. Pronte le riprese del film celebrativo del concerto, affidato alla regia di Paul Dugdale, lo stesso che nel 2013 si è occupato della pellicola sul ritorno degli Stones ad Hyde Park.

Il concerto pasquale è ovviamente il momento ufficiale che festeggia la grande riappacificazione. In realtà la musica ha già ricominciato a migrare verso Cuba non appena le relazioni sono state riallacciate. Domenica 6 arriva all’Avana uno spettacolo di tutt’altro genere: Major Lazer, il gruppo dell’uber-produttore dance Diplo, farà ballare i ragazzi cubani con quell’electrodance che i più fortunati hanno potuto finora solo carpire dalle onde radio in arrivo dalla vicina Florida. «Io sono cresciuto proprio là e posso assicurarvi che, a dispetto dell’isolamento, la cultura cubana ha avuto un impatto essenziale sulla nostra formazione», commenta Diplo. Non che prima, ovviamente, gli artisti evitassero Cuba, che li attraeva proprio per la potente estetica autarchica che irradiava su tutto il mondo musicale. Ogni visita, però, doveva iscriversi alla regola locale, si trattasse di dell’Avana Jam che nel ’79 vide insieme Billy Joel, Stephen Stills, Kris Kristofferson, Weather Report e tanti altri, sia che la capitale diventasse la meta di pellegrinaggi sentimentali di stelle nostrane, da Jovanotti a Daniele Silvestri. Ora invece la vera macchina dello show business si è rimessa in moto e l’accelerazione sarà vorticosa e relativamente incontrollata, com’è accaduto in tante altre neo-colonizzazioni.

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Del resto la pietanza principale in questo menù, è l’antipasto: Obama, dopo 88 anni, è il primo presidente americano a mettere piede a Cuba. L’ultimo era stato Coolidge nel ’28, sbarcato dopo un giorno e una notte di navigazione a bordo dell’incrociatore militare Texas salpato da Key West dopo aver coperto in 40 ore di treno il viaggio tra Washington e la costa floridiana. Fu l’unico viaggio all’estero dello schivo Coolidge durante la sua presidenza. Ad accoglierlo trovò il presidente Gerardo Machado a cui rivolse un discorso vago di buoni propositi, all’indomani di un periodo di relazioni burrascose. All’epoca i Caraibi erano ritenuti territori folcloristici da trattare con bonomia, paternalismo e polso fermo, nel disegno di un imperialismo americano ormai alle prove generali. Invece Obama, che scenderà dall’Air Force One e parlerà al Campidoglio cubano, proprio a fianco del Teatro nazionale dove intervenne Coolidge, arriva all’Avana con lo slancio guastatore di chi ha tutte le intenzioni di chiudere con un colpo a sensazione la sua gestione della Casa Bianca.

Al suo fianco ci sarà Michelle, c’è da giurare sulla foto session con in testa un cappello Panama, potrà bere daiquiri a volontà (mentre Coolidge, in diligente osservanza del Proibizionismo, voltò le spalle al vassoio dei drink) e parlerà con Raul Castro di buoni propositi e di progressivo ritorno a una passabile armonia attraverso gli sforzi congiunti di comprensione (sebbene le decisioni finali sull’embargo spetteranno tutte al Congresso). Infine arriverà all’argomento che gli sta davvero a cuore: cosa diavolo fare di Guantanamo. Che fu tra le prime e più ferme promesse pronunciate nel lontano 2008 e che resta una spina nel fianco della sua presidenza. Ora che la bandiera americana è tornata a sventolare sull’ambasciata dell’Avana, che ha ufficialmente riaperto le porte, ora che ad accoglierlo troverà addetti commerciali desiderosi di menare le mani, Obama vuole firmare il suo personale successo: chiudere il campo e ridiscutere della base navale. Dimostrarsi un uomo di principi e di promesse mantenute. Tutto ciò ben oltre i buoni propositi e i giochi di luce multicolori dello show degli Stones, che platealmente rievocano le collanine di vetro regalate agli indigeni dai futuri colonizzatori, irridente segno di buona volontà.

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