Yolo / Musica

Di Jeff Buckley non ci si stanca

10.03.2016

David Gahr

L'11 marzo esce “You and I”, dieci registrazioni "casalinghe” (otto cover e due pezzi originali) per voce e chitarra. È un Buckley pre "Grace”, molto precedente a fama e Wolf River, e in fondo speriamo sia l'ultimo disco postumo

Siccome riesumare il rock è più conveniente che rianimarlo, e nel 2015 gli album di catalogo hanno venduto più delle nuove produzioni, è lecito attendersi sempre più dischi come You and I. Contiene dieci registrazioni per voce e chitarra effettuate da Jeff Buckley nel febbraio 1993, ben prima del boom dell’album Grace. A differenza dell’irricevibile Montage of Heck di Kurt Cobain, il pasticciaccio assemblato dal regista Brett Morgen con il benestare di Courtney Love, You and I ha un’unità concettuale, contiene performance vibranti, aggiunge qualcosa all’idea che abbiamo del percorso compiuto da Buckley, che ascoltiamo mentre riduce ai minimi termini Smiths, Louis Jordan, Sly & The Family Stone, Led Zeppelin. Impiega tutto il suo range vocale, sfodera le sue pose migliori da cantore sensibile, e a volte esagera sformando le linee melodiche, quasi dovesse colmare il vuoto attorno alla sua chitarra.

You and I è il ritratto di un artista che sta cercando la propria voce. L’immagine del dannato e ombroso, la retorica della «goccia pura in un oceano di rumore» (definizione di Bono), l’aura derivante dalla morte misteriosa nelle acque del Wolf River sono di là da venire. Buckley è arrivato a New York nel 1990 con l’idea di cercare un posto nel mondo, mettersi alla prova, uscire dall’ombra del padre Tim, mito bello e impossibile per i folkettari d’ogni epoca. Dice che vuole fare la chanteuse, diventa un jukebox umano che canta di tutto, dal bluesman Bukka White al tema di Bagdad Cafe. Suona ovunque e ogni lunedì si ferma al Sin-é, un caffè irlandese in St. Mark’s Place dove non c’è nemmeno il palco. Si piazza contro il muro e lì si fa un nome interpretando Bob Dylan, Billie Holiday, Van Morrison, Edith Piaf. Fa il verso a Jim Morrison e suona il riff di Smells Like Teen Spirit cantandoci sopra Nusrat Fateh Ali Khan. Le foto scattate in quei giorni lo ritraggono con in braccio una Telecaster tra i tavolacci in legno e i pochi avventori che gli danno le spalle. Ha carisma e un gran potenziale, ma la Columbia che l’ha messo sotto contratto non sa che farci. E allora il discografico Steve Berkowitz lo chiude nello studio del produttore Steve Addabbo per registrare il repertorio del Sin-é, fargli prendere dimestichezza con il processo d’incisione, buttare giù idee buone per il primo album per il quale Buckley ha già incassato un assegno da 100.000 dollari.

Hideo Oida

Stephen Stickler

Nel giro di pochi giorni, dal 3 al 5 febbraio 1993, Buckley e Addabbo mettono su nastro cinque ore di demo fra cover e pochi originali. «Era come trovarsi davanti a un cavallo selvaggio», dirà il produttore al biografo Jeff Apter. Momenti sublimi s’alternano ad altri in cui Buckley calca la mano e perde il controllo. «È il motivo per cui queste registrazioni sono preziose: l’atmosfera era rilassata, non stavamo “producendo” nulla. Jeff mi stava solo mostrando quello che aveva. Era così indifeso». È il tipo di vulnerabilità che emerge da Just Like a Woman che Buckley interpreta con un’empatia assente dall’originale in cui Bob Dylan faceva a pezzi la protagonista col suo eloquio tagliente. Suona cover perché ha scritto pochi pezzi originali. You and I ne contiene due, Grace e Dream of You and I, quest’ultima non una composizione finita, ma un’ipotesi di canzone basata su un sogno.

È da quando è uscito Sketches from My Sweetheart the Drunk nel 1998 che la madre del cantante Mary Guibert attira critiche severe per la disinvoltura con la quale rende pubblici i materiali del figlio. A fronte di un EP dal vivo e di un solo album usciti in vita, le pubblicazioni e riedizioni post mortem superano la dozzina. La generazione che sbeffeggiava l’ossessione dei baby boomer per i feticci degli anni ’60 è il nuovo target prediletto dalla discografia che sforna ristampe, cofanetti, edizioni speciali, giacché gli over 35 sono gli unici a credere che abbia ancora un senso comprare compact disc. Se non altro, You and I ricorda che nell’epoca pre Auto-Tune i grandi cantanti facevano la differenza, scalpitavano per non essere ingabbiati in griglie e format, ambivano a sentirsi parte di una grande storia. Gli azzardi, le sbavature, la tensione di You and I vengono da un tempo in cui il rock si concedeva la possibilità di osare, e di sbagliare.

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