“La provvidenza rossa ” (Sellerio) di Lodovico Festa: un romanzo ambientato a Milano negli anni Settanta, l'indagine non ufficiale di un funzionario di partito

Lodovico Festa detto Viki è un fine intellettuale, un maestro di giornali e un amico, un grosso signore oltre i 60, ma smagrito, un drogato di politica, italiana e soprattutto no, un decrittatore di complotti altrui e soprattutto propri, un consigliere di politici in ascesa che corrono per Milano, un braccio destro di figure toste alla Giuliano Ferrara, un fondatore del Foglio, un saggista sempre molto sinceramente schierato, un appassionato di questioni urbanistiche, cinematografiche, spionistiche, ma soprattutto un romanziere bravo. Lodovico Festa, occhialoni, sopracciglioni, è uno per cui la risata, la sua, precede la battuta e spesso la determina. Con La provvidenza rossa (Sellerio) ha anche provato a rispondere, replicare, aggiungere qualche idea al «Qualcuno era comunista perché…» di Giorgio Gaber. Lo ha fatto con un libro giallo, non rosso. Lo ha fatto con una timida dichiarazione d’amore per Milano, la sua gioventù, la vita di partito. Non c’è rabbia. Non c’è ideologia. Non ci sono tic. C’è una storia che ti racconto, una storia che è anche la mia. Chissà quanti, tra gli ex compagni, ora sono lì a cercare di capire quale personaggio del romanzo ricorda qualche personaggio della realtà. E chi esattamente. E magari quanti sono lì a ricordare le tresche, politiche e amorose, all’ombra degli alberi del Parco Sempione. Chi c’era rimembra, chi non c’era capisce: la ricetta di un buon racconto liberamente ispirato alla (propria) realtà. Si diceva di Gaber, scrive Festa:

Nel Pci si entrava o per grande coraggio, la volontà di sfidare il mondo, di aprire nuove vie all’umanità, o per grande paura, cercando la protezione di una imponente struttura assai organizzata e combattiva nei confronti di una società minacciosa. In ognuno dei militanti quasi sempre i due sentimenti s’intrecciavano con diverse gradazioni.

Festa non fu militante bensì dirigente del Pci lombardo, ma anche in lui, come nel suo romanzo, i due sentimenti s’intrecciavano. Evidentemente s’intrecciano. Il racconto delle indagine parallele e minuziose dopo l’uccisione della fioraia Bruna Calchi sono la descrizione saggistica perfetta e mai noiosa di un mondo, di uno Stato parallelo allo Stato, di un partito che era più di un partito, una chiesa, con i suoi riti, una salvezza, contro le solitudini social-metropolitane. Il Pci milanese, poi, aveva quel di più di “sfigato” – Festa non sarebbe forse troppo d’accordo – che lo rendeva ancor più malinconico, sebbene saggio, ma non per questo meno vivo. L’ortodossia politica era riconosciuta come utile perfino nella sua ostentata ipocrisia. I maneggi che la politica obbliga a maneggiare non sono ovviamente mai letti con banale moralismo, ma vissuti con genuino umorismo. L’ironia, sempre, e da un comunista non te l’aspetti esercitata anche sul comunismo. Le fenomenologia delle riunioni tra compagni è la sublimazione del teatro con altri mezzi. Il gioco dell’odi et amo tra partito, sindacato, centri culturali, partiti fratelli diventati coltelli e partiti nemici diventati quasi alleati vive di continui rimandi letterari, abbassamenti dello stile compresi. Nello svolgimento del romanzo l’irresistibile tentazione burocratese dell’ex dirigente Pci, capace di scrivere appunti per articoli più lunghi di articoli durante la sua carriera giornalistica nel ruolo di supervisore di giornalisti, si trasforma in spassosa e precisa tassonomia di un decennio, di una regione, di una forza politica, di un’Italia. E comunque a pagina 347 si cita Come fu temprato l’acciaio e la soluzione del giallo alla fine è chiara: Milano è una città senza piazze. Pensateci, è così.

Lodovico Festa
La provvidenza rossa

Sellerio 2016
544 pagine, 15 euro
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