Made in Milano / 1. In attesa del Salone del Mobile di Milano, abbiamo incontrato l'art designer che trasforma bronzo, rame e ferro in pupille giganti e librerie collassanti. Parteciperà al FuoriSalone con la personale “Living Metals”: dieci pezzi alla Alson Gallery all'interno delle 5Vie. Alcuni li abbiamo visti in anteprima nella sua officina

«A Milano le cose più belle sono nascoste», dice Gianluca Pacchioni spuntando dalle piante del suo giardino, un cortile interno nella zona Est della città dove in una vecchia fabbrica di collirio ha ricavato studio, casa e officina, prima che la stazione ferroviaria di Forlanini inauguri la periferia dichiarata, quei campi che si chiudono con l’aeroporto di Linate. Pacchioni è un cinquantenne dai capelli lunghi, sta paragonando la capitale morale d’Italia a Parigi, spudorata e democratica: la città in cui ha sperimentato un apprendistato quasi à la Barney Panofsky dopo una laurea alla Bocconi. In realtà il principio è illuminante, e appare coerente con il suo lavoro di scultore e art designer che lavora i metalli: la bellezza è nascosta.

Gianluca Pacchioni

“Cedro” sopra a “Cremino”

Pacchioni presenta al Fuorisalone Living Metals, una personale che porterà dal 10 al 30 aprile negli spazi della Alson Gallery, in via San Maurilio 11 (all’interno delle 5Vie), la sua produzione più recente. Dieci pezzi in tutto, tra i quali c’è Cedro, una copia pesantissima dell’agrume rugoso in bronzo fuso, con un angolo tagliato e lucido: stessa tecnica per la testa di donna che Pacchioni ha realizzato su ricordo di un soprammobile della madre. «Sto cominciando a lavorare su cose piccole», racconta, mentre nel suo studio, tra paraventi giapponesi e tavolini di opale, passeggiamo accanto alle altissime librerie in apparente equilibrio precario Collapse, alla scultura Koicea simile a un grande tentacolare anemone di metallo, splendente fuori, ruggine dentro – ce n’è una anche all’ambasciata italiana a Parigi, residuo di una mostra del 2014 dedicata alle eccellenze artigianali italiane: La Création – o mentre descrive i colori ottenuti con bronzo, alluminio, ferro, ottone per gli specchi Pupille, dal diametro poco adatto a un medio appartamento di città.

Un particolare dell'officina di Pacchioni

Cremino è un altro dei pezzi che andranno al FuoriSalone: è un tavolino alto in bronzo e travertino persiano rosso. Il marmo è stato ricoperto, nella parte superiore, dal metallo liquido, prima fuso e poi polverizzato in particelle che si sono depositate sulla sua superficie, così da mantenerne le imperfezioni naturali. La parte inferiore del blocco è visibile dallo specchio collocato sotto, che rivela l’anima di marmo dell’oggetto. L’idea di Living Metals è soprattutto una: c’è vita dentro al metallo. «Con questa mostra – racconta Pacchioni – voglio creare confusione: una percezione diversa della materia, che non è quello che sembra. Di fronte ai miei lavori vorrei che uno si sentisse destabilizzato e si interrogasse su che cosa sta vedendo». La bellezza è nascosta, verrebbe da dire.

La tecnica che Pacchioni chiama «del metallo liquido» è usata in altri campi e serve per risolvere il problema del peso dei manufatti. «La prima Pupilla che ho realizzato era in ferro: un’opera da 150 chilogrammi! Quella in alluminio ne pesa 30, ma l’alluminio è un materiale che non mi piace molto: ricoperto, trattato, diventa invece bello». Nella sua officina, accanto alle gambe di Cremini in lavorazione, a macchinari vari («una volta lavoravo col carroponte, ora mi sono rimpicciolito», sorride), alle maschere per la saldatura e a numerose formelle di metallo dai colori diversi, Pacchioni prende in mano un libro: The Colouring, Bronzing, and Patination of Metals. «Sono autodidatta, mi sono inventato come andare da A a B. E ho studiato. Ho passato anni dentro al Centro Georges Pompidou di Parigi».

Tra paraventi realizzati in bronzo, ottone (e stampi di pelle di razza) e contenitori di grafite usati nelle acciaierie per fondere la ghisa, il suo atelier è un compendio di ispirazioni e sperimentazioni. «Faccio tutto qui, ma non la fusione, quella non si può fare in centro città, tra fumo e rumore. Uso i miei fornitori, soprattutto italiani: sono i più bravi a risolvere le questioni tecniche. A Parigi era frustante realizzare i miei progetti: “N’est pas possible”, mi dicevano. Chiamavo a Milano e la risposta era: “Va bene domattina alle 9?”. È per questo che molti artisti oggi vengono a produrre in Italia».

L'interno dell'atelier di Gianluca Pacchioni

Prove di stampa e colorazione dei metalli

Gianluca Pacchioni si definisce scultore e art designer: «Quando progetto qualcosa non parto dall’utilità o dalla fruibilità: non è quello il mio obiettivo. Cerco piuttosto la seduzione della forma. Inoltre non lavoro su commissione: produco un’idea, la sviluppo, realizzo i prototipi e poi i pezzi. Ne vendo 30-40 l’anno, lavorando con gallerie e grandi distributori. Sono pezzi unici in cui cerco sempre il contrasto: ruvido e liscio, lucidato e ruggine». Le sue opere sono sparse in tutto il mondo, negli Usa, all’Hotel de Russie di Roma, nel parco della Villa D’Acquarone in provincia di Verona, dove si possono vedere anche enormi Anemoni aerei appesi agli alberi. Il prezzo, per i suoi lavori, va dai 1.500 ai 30-40mila euro.

Oltre alle esperienze legate al FuoriSalone (vi partecipa dagli inizi, dagli anni 90), in futuro potrebbe esporre anche al Miart di Milano, la fiera dell’arte contemporanea: «Quest’anno sono presenti una quindicina di espositori di art design, è un settore che sta interessando le fiere internazionali, vedremo l’anno prossimo». La bellezza è nascosta. Ma basta saperla cercare.

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