“Geek Sublime” di Vikram Chandra, la bellezza del codice spiegata da uno scrittore e informatico

Tra i modi di sopravvivere che un aspirante scrittore molto giovane e dunque tautologicamente velleitario ha davanti a sé, il più comune, il più diffuso è redigere roba che ritiene scadente e destinata alle masse, naturalmente senza firmarsi. Non ci si guadagna molto, in realtà, però se sei appena arrivato in una città nuova e devi pagarti una stanza puoi farlo, con in più la sensazione di aver messo la tua arte al servizio di una causa tutto sommato accettabile, di aver compiuto un sacrificio in nome della letteratura, una concessione minore alla purezza del lavoro che stai facendo e non svenderai mai e poi mai. A vent’anni si è stupidi davvero, persino Vikram Chandra, quando ancora non era il bestsellerista di Giochi sacri, mille e passa pagine di una monumentale epopea un po’ giallo tradizionale un po’ gioco buddista, che Mondadori tradusse nel 2007 con una memorabile copertina viola scuro.

Dopo aver scoperto che la letteratura lo stregava come nient’altro al mondo, aveva su di lui un effetto persino fisico, dominatore, dopo aver esperito che la damigella scollata e il fucile da cacciatore sulla copertina di un libro di Hemingway esercitavano sulla sua fantasia una malia irresistibile, dopo essersi innamorato dei modernisti e tentato invano di scrivere come Francis Scott Fitzgerald, il giovane Chandra si decide a prestarsi alla narrativa soft porno per pagarsi l’affitto. Presto però si accorge che le ore sottratte alla sua scrittura, se reindirizzate verso un mestiere troppo simile, gli prosciugano l’ispirazione. Deve ammettere che per quanto parlare di seni turgidi e corpi palpitanti sembri facile, la noia infinita che lo pervade non gli lascia respiro per fare altro. Per rimediare i soldi per le bollette non gli resta dunque che rivolgersi altrove, e siccome non gli è sfuggito lo sguardo di ammirazione di una collega a cui ha “sistemato” il computer, capisce quale aspetto di sé può davvero monetizzare: essere un nerd. Comincia così una doppia vita, una duplice ossessione: la prima, più nascosta, verso le parole da mettere insieme per cercare una lingua letteraria tutta sua (che ovviamente non somiglia affatto a quella degli amati scrittori americani: non scriviamo mai come i nostri modelli dichiarati), la seconda verso il codice, un alfabeto anche quello, di cui riesce ad appropriarsi senza tentennamenti, con grande facilità.

Vikram Chandra

Chandra è un indiano trapiantato in America, uno studente abituato a non sentirsi a casa da nessuna parte, un geek capace di dominare la bellezza delle parole e quella delle stringhe alfanumeriche chiedendo a entrambe di essere eleganti, esoteriche, decisive. Da studente, il suo aspetto da disadattato funziona sia come topo da biblioteca che come informatico. Da scrittore affermato, la sua impresa eccezionale non è tanto scoprire la bellezza insita nel codice, quanto renderla comprensibile a chi legge questo libro dal titolo curioso, Geek sublime, tradotto da Assunta Martinese e uscito per gli originali tipi di Egg editore, solo come un’immersione nell’officina di uno scrittore. A chi, cioè, non capisce molto né di informatica né di sanscrito, e arriva alla fine del libro gratificato per aver attraversato l’una e l’altro senza sentirsi troppo scemo.

«Hello, world!», per i programmatori, è la parola d’ordine più elementare, l’apriti sesamo dell’informatica, la chiave per cominciare a scassinare un sistema, la frase da veder comparire su uno schermo pensando allegramente solo una cosa: l’ho bucato. Per uno scrittore, non è un linguaggio condiviso. Raymond Carver e il minimalismo significano qualcosa solo per chi ha una qualche prossimità con la letteratura, possono non dire nulla a chi per mestiere si occupa di software. In questo solco di apparente incomunicabilità si muove Chandra, con naturalezza e la capacità di non rinunciare a niente, parole, schemi, formule, miti, cosmologie, paradossi, rituali. Le pagine più belle e folli sono dedicate a Abhinavagupta, che nell’anno Mille, nel Kashmir, definiva le parole della poesia come mattoncini, tasselli che non hanno bisogno di essere spiegati, insistendo sul piacere del linguaggio e sulla pienezza che deriva, nella vita, dal non comprendere tutto (mi permetto di estenderlo al di fuori della linguistica, della filosofia, della letteratura e dell’informatica).

Si può non sapere nulla del calcolo binario, ma lo stesso guardare con tenerezza agli stuzzicadenti disposti sulla tavola da un nerd che vuole spiegarlo agli astanti, come fa Chandra nel periodo di massima ossessione dal sublime. Si può non comprendere cosa siano le porte logiche né come sia fatto un computer, e tuttavia andarsene in giro con uno smartphone in tasca ritenendo che ci aiuti a interloquire meglio con questo nostro mondo dissociato, un po’ virtuale e un po’ no. Si può anche leggere un libro e goderne con la certezza di averne conquistato solo metà: che tu sia la metà informatica o quella letteraria, è ciò che potrebbe capitarti con questo.

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