Incontro con Alessandro Carloni, regista insieme a Jennifer Yuh Nelson del terzo capitolo della saga animata targata Dreamworks

Alessandro Carloni è un italiano da 145 milioni di dollari, tanti quanti il budget della Dreamworks per Kung Fu Panda 3, il film d’animazione di cui firma la regia con Jennifer Yuh Nelson. «Pressione enorme, sì. Ma sono bravi: non svelano cifre: se faccio una scelta narrativa troppo costosa mi dicono solo che non posso». Per Po, il panda campione d’incassi che nella terza puntata della saga incontra finalmente suo padre e i suoi simili, non si bada (quasi) a spese.

Carloni vive a Los Angeles, è in Italia per un giro di presentazione stampa, lo incontriamo a Milano fuori dagli studi di Radio Deejay, dove ha conosciuto Fabio Volo, per la terza volta doppiatore italiano di Po. Classe 1978, nato a Bologna ma cresciuto a Urbino, ha lasciato l’Italia a 18 anni per andare a lavorare negli studi di animazione di Germania, Danimarca, Inghilterra, per poi approdare negli Usa. È stato storyboard artist e ha contribuito alla creazione dei personaggi nel primo Kung Fu Panda, è stato capo della storia di Dragon Trainer 1 e 2 («Dean DeBlois mi ha chiamato a fare il 3: «Lo aiuterò a svilupparlo, ma non ho accettato la regia»), ha messo in standby due suoi progetti, tra cui il film Me and My Shadow (usciranno? «Non lo so»), per buttarsi sulle scorribande kung fu del panda adottato da un’oca che ritrova il suo padre biologico. Nel film i due padri, dopo un iniziale antagonismo, si alleano per il bene del loro (unico) figlio. Una famiglia allargata che arriva in Italia giusto dopo il dibattito sulla stepchild adoption: «Non lo sapevo, ma sono contento che i piccoli siano esposti a un’idea di famiglia che si basa sull’amore e non su etichette predefinite».

Kung Fu Panda 3 arriva in Italia il 17 marzo (in anteprima in alcune sale il 12 e 13 marzo). È uscito negli Usa, in Cina e in altri Paesi a fine gennaio, incassando finora 327 milioni di dollari: 134 in America e 145 in Cina, un sorpasso record. Ma non casuale: è la prima produzione in partnership con Oriental Dreamworks, lo studio finanziato in parte da capitali cinesi che, per il mercato locale, ha anche rifatto l’animazione del labiale dei personaggi in mandarino. Una mole di lavoro e di persone che si vede nei titoli di coda: lunghissimi. «I più lunghi della storia dopo Alien vs. Predator», ride. «Ho interagito direttamente con 600 persone. Ma i titoli comprendono anche chi controlla che il nome del personaggio che abbiamo inventato non esista già in qualche fumetto coreano, per esempio».

Il momento dell'incontro tra Po e il padre Li Shan

I numeri sono importanti, Carloni lo sa perché le riunioni con il board of directors della Dreamworks – con Jeffrey Katzenberg e gli altri che lo guardano da dietro i computer su cui stanno facendo i conti mentre lui li tranquillizza: «Faremo molti soldi, guardate che belle idee che ho per voi» – le ha passate. Conosce quella tensione. Almeno finché non arriva Guillermo Del Toro (produttore esecutivo del film): «Non so come faccia, ma tra pacche sulle spalle e scambi di battute, poi sono tutti più rilassati». Belli i colori inverosimili degli sfondi nella scena in split screen in cui Po insegna il kung fu ai panda («ci siamo divertiti molto, liberi di sperimentare: finalmente è finita la corsa all’iper-realismo iniziata negli anni 90 che ha prodotto Gollum, ma anche Avatar e Shrek»). Bravi i colleghi della produzione cinese che hanno permesso di correggere errori fatti negli altri due film («avevamo dato al ristorante del padre di Po, l’oca Mr Ping, i fregi della casa di un salumiere»). Ottimi gli innesti al cast di Bryan Cranston (Li Shan, il padre di Po), J.K. Simmons (Kai, il nuovo cattivo), Kate Hudson (la panda Mei Mei). Tutto bene. Ma alla fine gli incassi contano.

Il ragionamento sull’arte e il mercato parte da lontano. Da Carosello, il programma di réclame della Rai. Il padre di Alessandro Carloni, Giancarlo, vi lavorava insieme a Giovanni Mulazzani: due illustratori che per ragioni diverse hanno influenzato il regista di Kung Fu Panda 3. «Mio padre è stato il mio primo mentore, è scontato. Mulazzani adattava il suo stile di volta in volta alle necessità: mi ha fatto apprezzare la differenza tra artista e professionista. In Italia il forte senso della nobilità dell’arte fa in modo che le scuole tendano a creare artisti e non professionisti. Ma così l’arte, come il cinema, non funziona. In America ci sono investitori che dicono: “Ah, quell’artistoide lì col berrettino: io posso usarlo per fare soldi”. Quello è già un miracolo: un artista crea qualcosa di commerciale. Come avveniva quando la Chiesa chiamava Bernini o Michelangelo. Quando parlo con gli studenti vedo come il concetto di commerciale sia percepito come un insulto, per un’artista. Così purtroppo il mio mestiere in Italia è ancora una passione, un hobby, o rimane in quel limbo in cui il Governo deve distribuire sovvenzioni per farlo fruttare. In Italia non si insegna l’applicabilità dell’arte. Forse perché qui una cultura artistica molto radicata genera una resistenza nell’accettare che l’arte possa essere venduta. Ovviamente senza snaturarsi, senza prostituirsi. Io mi sento molto più professionista che artista, anche se faccio un lavoro creativo. Decidere “no, la mia arte non è commerciale” e dedicarla solo alle menti elevate può sembrare nobile ma fa molti danni alla cultura e all’arte stessa: se non è usata come un prodotto muore».

Il team di creativi che ha lavorato al film, con Alessandro Carloni e Jennifer Yuh Nelson in prima fila

Alessandro Carloni con Bryan Cranston, voce di Li Shan

A Hollywood, si sa, il mercato è Bibbia. E il tempo che passa tra un film e l’altro è un limbo in fermento, con gli agenti che si muovono per far partire nuovi progetti. Carloni, a film uscito, si trova proprio in questa situazione. «Sapevano che sarei venuto in Italia, che avrei intrapreso un lungo volo aereo: così mi hanno consegnato qualcosa come 15 script da leggere. Hollywood funziona così: c’è un progetto, viene fatto girare, poi arriva una persona che dice: “E se lo facessimo così?”. Ed è l’idea giusta che aspettavano gli studios, così si parte. Per Deadpool Ryan Reynolds e Tim Miller sono andati in giro sette anni prima di trovare il produttore che ha pensato: “Facciamolo vietato ai minori” e l’idea è decollata. È una meritocrazia: uno viene, presenta un concetto nuovo, e via». Quasi come in Italia.

Carloni fa parte dell’Academy, l’organismo che assegna gli Oscar, criticato quest’anno per aver escluso gli attori di colore dalle rose dei nominati. Dopo le polemiche, l’Academy si è data un nuova regola di massima: può votare solo chi ha lavorato negli ultimi dieci anni. «Una rivoluzione», commenta lui. Che sia la volta buona che i film d’animazione possano vincere anche nella categoria principale? «Magari».

KUNG FU PANDA 3

In Italia esce ufficialmente il 17 marzo, ma l’attesa per questo nuovo capitolo è tale che la Twentieth Century Fox ha organizzato per il 12 e 13 marzo alcune anteprime in una serie di sale italiane
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