Abbiamo visto tutta la serie di Judd Apatow, su Netflix, e abbiamo capito che l'obiettivo era quello di rappresentare l'amore spontaneo che sboccia contro tutto e tutti e invece ci rimanda un mondo asettico e stereotipato dove chi non distingue la copia dall'originale è sempre pronto a innamorarsi ancora

Love è una serie che parla di due trentenni con lavori e sentimenti precari. Li vediamo rompere con i rispettivi compagni, poi incontrarsi, perdersi, ritrovarsi attraverso varie peripezie. La serie è stata creata da Paul Rust, Lesley Arfin e Judd Apatow. Rust e Arfin sono la nuova power couple della televisione americana: lui un comico che ricorda fisicamente Woody Allen da giovane, lei autrice di diversi episodi di Girls, la bibbia hipster sulle ventenni newyorkesi. Apatow è il sovrano della commedia sugli amori e altri disastri della middle-class americana, che si tratti di illibatezza fuori tempo massimo (40 anni vergine), gravidanze inaspettate (Molto incinta) o la fatidica soglia della mezza età e tutte le paranoie che ne conseguono (Questi sono i 40).

I due protagonisti Gus (Rust) e Mickey (Gillian Jacobs, anche lei proveniente da Girls) sono due anime in pena nella Los Angeles contemporanea. Gus è un nerd nasone che fa da tutor scolastico a insopportabili attori minorenni; Mickey lavora a un programma radiofonico di assistenza psicologica, è molto bella ma problematica, tra alcolismo e dipendenza sessuale e affettiva. Veniamo condotti lungo una sequela di false partenze sentimentali in cui l’egocentrismo prevale sul cuore, e dubbi e paure impediscono alla relazione di sbocciare.

Lo scopo sarebbe quello di rovesciare lo schema della commedia romantica, dove il destino si presenta mascherato dal caso e l’amore sboccia contro ogni ostacolo. Il problema è che Love illustra il fallimento amoroso con un determinismo che somiglia al calcolo. Questo determinismo è uguale e contrario a quello con cui i personaggi dei film di Apatow finiscono per mettere la testa a posto, dopo aver fatto un po’ di casino.

Un certo pubblico smaliziato potrebbe aver schivato le sue pellicole, commedie decisamente poco sofisticate: lo spazio angusto di un film allontana spettatori che non rinunciano a un minimo di sofisticata messa in scena. Ma se ormai Apatow non è degno di dibattito quando fa un film (soprattutto dopo aver reso innocuo persino il femminismo di Amy Schumer nell’ultimo Una ragazza da sposare), come mai il cimentarsi in una serie lo rende improvvisamente degno di decine e decine di think-piece?

Nel caso specifico, Apatow si è avvantaggiato della lunghezza: invece di stipare le gag innaturalmente in un’ora e mezza, qui può inserirle in un tempo diluito, pieno di pause. Si dice che Love assomigli alla vita vera: non succede niente di particolare. Gus e Mickey vanno a zonzo per la città, si fanno le canne, mangiano schifezze, vanno a lavorare, parlano di film e libri.

Il problema è che se quest’elenco è vero, al tempo stesso i due protagonisti suonano come una semplice somma di comportamenti. Non c’è un sentire profondo che leghi le loro azioni: passano dalla felicità alla rabbia alla voglia di fare l’amore senza una vera ragione. Gus sarebbe uno sfigato che non sa vivere, fa le facce imbarazzate e si stringe nelle spalle: «Il problema non è chi voglio essere, ma chi sono», dice agli amici chiedendosi dove andare a vivere a Los Angeles dopo essersi mollato con la ragazza. «Dove vivono i tipi come me? Dove vivono quei nerd repressi e ostili accusati dalle proprie ragazze di essere “falsi gentili”?» – «Santa Monica?», risponde l’amica. La battuta è anche carina, ma il dubbio è quanti livelli di ironia, consapevolezza di sé, tristezza e sfiga possono davvero coesistere in un personaggio. Gus sta lì per essere riempito di intuizioni disomogenee.

Un altro esempio: Gus è represso ma finisce in un triangolo con due studentesse di college. Il problema non è l’eventuale imbarazzo o nervosismo per la situazione, che sarebbe comprensibile in uno come lui. L’invenzione narrativa che fa saltare la scena è un po’ forzata: Gus scopre che le due sono sorelle e inorridisce. Mickey litiga col ragazzo dopo l’ennesima notte passata insieme nonostante lei voglia mollarlo, perché lui vuole andare a fare shopping con la mamma. «Perché non inviti la tua amica a venire con noi», chiede la madre di lui con aria da ebete, indifferente ai due che si mandano affanculo per strada. Scena assolutamente non reale. «Non è mio amico», risponde Mickey, «ho ancora il suo sperma dentro di me». E a una battuta del genere, la mamma non reagisce, anzi nemmeno viene inquadrata, come se non fosse una persona ma solo un prop di scena per la punchline di Mickey.

Love sembra tutta costruita per far dire ai personaggi certe cose in certi momenti, come se la storia fosse il risultato dell’assemblaggio di pezzi predefiniti presi da una scatola, come mattoncini Lego. Le situazioni non si sviluppano con una credibile evoluzione dell’intimità tra le persone, ma in base a tropi comportamentali astratti, messi soltanto nella giusta sequenza per fluidificare l’intreccio. «Nessuno ti prende da parte per dirti: “Ehi, sappi che le relazioni sono stronzate”, dice Gus in macchina mentre va via con Mickey. Poi comincia catarticamente a lanciare dal finestrino i blu-ray della sua preziosa collezione. “Pretty Woman è un’enorme balla” – continua Gus – una prostituta non si innamorerebbe mai di te, ti ruberebbe tutto e si comprerebbe un po’ di coca». È chiaro che un nerd del suo tipo non ha mai preso alla lettera Pretty Woman: la situazione serve solo a introdurre l’osservazione grottesca in chiave stand-up comedy. Le battute spuntano dentro conversazioni normali come inserti di un altro colore, quasi si percepisce lo spazio lasciato in bianco nella prima stesura: insert joke.

Più che una genuina rappresentazione della frustrante ricerca dell’amore da parte di due scombinati, come si è scritto in giro, Love sembra un catalogo di situazioni-tipo a uso e consumo consolatorio di un pubblico demograficamente selezionato. È prodotto a tavolino per la nostra generazione. Non sublima gli ingredienti nelle qualità di personaggi complessi. Per giunta, il mondo in cui si muovono sembra asettico, privo di vita vissuta: le case sembrano arredate da Ikea il giorno prima; la Mercedes vintage di Mickey è intonsa come fosse nuova di fabbrica. Vivono in un mondo disinfettato, fatto solo di superfici lisce e senza odore. Perché in questa fantasia ombelicale sulle delusioni amorose il mondo reale è d’impaccio: il pubblico vuole solo vederli fare le stesse cose depresse in parallelo dopo i rispettivi break-up, mentre piangono, vagabondano per Los Angeles, indossando persino la stessa camicia sdrucita a quadrettoni. Perché sono tristi tutti e due, e sono destinati a incontrarsi. Capito?

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