Esce il giorno di “Post Pop Depression”, diciassettesimo album di Iggy Pop. Registrato a Joshua Tree nello studio di Josh Homme dei Queens of the Stone Age, il disco pare l’estremo tentativo di riacciuffare un po' dello spirito di fine anni ’70. Ma, ehi, con molto molto stile

Per quel che ne sappiamo, Iggy Pop e Allen Ginsberg hanno fatto almeno tre cose assieme. Hanno mangiato polpette di pane azzimo in brodo. Hanno scattato qualche foto in bianco e nero nell’appartamento di Pop nell’East Village. Hanno condiviso a San Francisco la passione di una sera per una spogliarellista tossica soprannominata Gardenia. «Il massimo poeta americano vivente ti ha guardata con desiderio per tutta la sera», canta Iggy Pop e descrive nel dettaglio il sedere prodigioso di questa dea di colore dal corpo a clessidra avvolto in un baby doll da due soldi. Gardenia è uno dei pezzi forti dell’album Post Pop Depression ideato e inciso con Josh Homme dei Queens of the Stone Age. È l’estremo tentativo di riacciuffare un po’ dello spirito dei grandi dischi di fine anni ’70 usando le energie di Homme, uno che venera Pop e che ha contribuito a traghettare il rock chitarristico americano nell’era del post grunge.

Iggy Pop va in giro a dire che non farà altri dischi. Non smetterà di fare musica, ma non ha più le energie fisiche e mentali per affrontare la realizzazione di un album e le fatiche di un lungo tour. Si congeda con un disco inciso in gran segreto nello studio di Homme a Joshua Tree, in California, là dove ha preso forma il progetto Desert Sessions, laboratorio di jam e stranezze messo in piedi dal chitarrista nei tardi anni ’90. L’idea era cancellare le prove della collaborazione, nel caso non avesse funzionato. È andata bene, nonostante qualche pezzo sottotono, e ora i nomi di Homme, del chitarrista Dean Fertita (Queens of the Stone Age, Dead Weather) e del batterista Matt Helders (Arctic Monkeys) appaiono sulla copertina di Post Pop Depression come succede nel jazz e di rado nel rock. I musicisti hanno finanziato le registrazioni senza chiedere il supporto economico di una casa discografica, con l’idea d’essere completamente liberi di incidere un disco non musicalmente pesante, come ci si aspetterebbe da Homme, ma dai temi pesanti. E infatti la storia di Gardenia è un’eccezione: non si canta di sesso, qui, ma di morte.

La band in linea di massima ci sarebbe

Con in testa la produzione di David Bowie per The Idiot e Lust for Life, modello irraggiungibile è ovvio, Homme ha scelto colori e tessiture scure, linee di basso sinuose, suoni di percussioni essenziali, in una rincorsa al primitivismo di cui Iggy Pop è stato campione indiscusso. Ha poi aggiunto qualche tocco inatteso come un vibrafono, campane da film western, una coda orchestrale. Pop canta con voce profonda ed espressiva, un baritono meno selvaggio di un tempo, ma ancora in grado di evocare sensualità e pericolo. Lo usa per ipotizzare l’esistenza di un Valhalla americano e dire che «la morte è una pillola difficile da ingoiare». Dipinge immagini da giorno del giudizio, intona versi come «spero di non perdere la vita stanotte», descrive l’alito mortifero di un avvoltoio grasso e nero che mastica carne sul ciglio della strada. E insomma c’è questa atmosfera un po’ lugubre in Post Pop Depression che ben s’accorda all’aria da fine epoca che si respira nel rock.

E anche il disco

C’è una foto scattata da Mick Rock al Dorchester di Londra nel 1972. Rappresenta la sporca trinità del glam: David Bowie acconciato da Ziggy Stardust, Lou Reed con gli occhiali scuri da aviatore e in mezzo ai due Iggy Pop con un pacchetto di Lucky Strike fra i denti. Nessuno all’epoca avrebbe scommesso che l’ultimo ad andarsene sarebbe stato lui, che in quei giorni andava in giro per Londra fatto di codeina, con il «cuore pieno di napalm» e intanto incideva il testo sacro della dissonanza rock Raw Power. Oggi Iggy Pop va per i 69 anni. Chi lo incontra descrive il suo corpo come un campo di battaglia: scoliosi, perdita di cartilagine, postumi di vecchie fratture, l’elenco è sull’ultimo Mojo. Negli ultimi tempi, reunion degli Stooges a parte, s’è dedicato a progetti distanti dal rock ispirandosi ora a Michel Houellebecq, ora a Brassens e Piaf – non proprio un finale di carriera esaltante. Qui si ricorda d’essere uno degli ultimi animali del rock’n’roll e chiude l’album con un attacco di misantropia. Canta che ci odia a tal punto che andrà in Paraguay dove vivrà in un compound, riverito e difeso da guardie armate. E quando sembra già uscito di scena, ecco che improvvisa un ultimo sfogo velenoso in cui immagina di ficcare in gola a ogni parolaio del mondo il suo «motherfucking laptop» e di spingerlo giù fino alle viscere. «E spero che lo caghiate con tutte le parole dentro». Questo sì che è bel commiato.

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