In attesa del sequel di “Trainspotting” di Danny Boyle, con “Barbara Barbara, we face a shining future” ritorna la coppia che fu l'incarnazione stessa degli anni '90 e della Gran Bretagna periferica senza speranza. Com'è “Barbara, Barbara”? La risposta, analitica e puntuale, segue le tracce dell'album nascondendo una ghost track indimenticabile

A sei anni dal loro ultimo disco gli Underworld tornano con Barbara Barbara, we face a shining future. Il duo elettronico britannico composto da Karl Hyde e Rick Smith ha raggiunto i trent’anni di attività, ma per chiunque sia stato un teenager negli anni ’90 Underworld significa Born Slippy.NUXX, il loro b-side scelto da Danny Boyle per il finale di Trainspotting (1996), con il monologo di Renton/Ewan McGregor che scappa dagli amici tossici e sorride sarcastico mentre dichiara a se stesso che righerà dritto, scegliendo di vivere la vita noiosa dell’uomo qualunque – la stessa che all’inizio del film, sulle note di Lust for life di Iggy Pop, dichiarava di odiare.

Ieri, “Born Slippy”.

Tra Lust for Life e Born Slippy avviene il passaggio di consegne tra il rock e l’elettronica: da sottocultura, quest’ultima, nel Regno Unito diventa fenomeno di massa. Il battesimo in verità era stato celebrato al festival di Glastonbury nel ‘94, quando gli Orbital, altro duo britannico, suonavano davanti a 40000 persone. I synth e le console erano diventati cose da stadio e la musica digitale britannica entrava in classifica. Gli Underworld stessi, con i due album più celebrati, dubnobasswithmyheadman del ’94 e Second Toughest in the Infants del ’96, univano le radici techno e house ad ambizioni da grande palco; i brani, spesso lunghissimi, rimanevano sospesi tra infiniti loop ritmici e ambizioni orchestrali.

Insieme a loro, un esercito di talenti tutti made in UK: Leftfield, The Chemical Brothers, The Prodigy, i veterani The Orb e Coldcut già in giro dalla fine degli anni ’80, Goldie che portava il drum’n’bass nel mainstream con Timeless, poi i genietti della cosiddetta intelligent techno della WARP Records: Aphex Twin, Authechre, Squarepusher, Boards of Canada, tutti britannici. Future Sound of London, Propellerheads, Luke Vibert, i tanti titoli delle etichette Ninja Tunes e Rephlex: in una scena musicale che sembrava già satura, tra i giganti del Brit-Pop e il trip hop di Massive Attack, Portishead e Tricky, l’elettronica piombava in casa come ospite non invitato.

Karl Hyde e Rick Smith

Oggi: “Barbara, Barbara”.

A riascoltare gli Underworld oggi con le nuove (e sempre piuttosto lunghe) tracce di Barbara Barbara, è difficile capire in che anno ci troviamo: le trame ritmiche consuete sono spesso accompagnate dalla voce di Hyde che enuncia frasi monche, parole evocative sospese tra sublime e banale («La vita è un tocco / Tutto è d’oro», «Nascosti nel buio / Al riparo dal vento / Ci teniamo la mano / e andiamo via», dal brano di apertura I Exhale), un trademark dei loro brani sin da «She was a lipstick boy / she was a beautiful boy» e «Lager, lager, lager» dello spoken word di Born Slippy. Annunciando il disco, Hyde e Smith hanno parlato di «accordi elegiaci», «elettronica di un altro mondo», «techno celestiale» e «sonorità sudamericane», e la convinzione con cui si elogiano si riflette nell’eccesso di self-consciousness del disco.

Maneggiano quegli stessi ambienti sonori da una vita, adesso li riprongono giusto un po’ smussati dall’acidità del passato: meno bpm, più atmosfere sognanti. Due esperti musicisti cinquantenni che dànno prova di mestiere, ma che non riescono a dimenticare se stessi per provare a creare qualcosa di veramente nuovo. Si può dire che il nuovo corso è più strumentale: è un altro segno della veneranda esperienza produttiva, piuttosto che un nuovo rivolo di creatività. Chissà se Danny Boyle ce li riproporrà nel seguito di Trainspotting che si appresta a girare questa primavera: nessuno meglio di loro può accompagnarlo in questo gioco di specchi tra i personaggi-icona del primo film e gli spettatori, che rimembreranno i loro poster di Renton e i cd della colonna sonora. Un sequel che si annuncia come un esorcismo collettivo della paura di invecchiare.

L'artwork della cover è opera di Tomato, il collettivo artistico "di casa"

Ghost Track: chi si ricorda di quella volta che i KLF lasciarono l’industria discografica?

Al posto degli Underworld, avremmo potuto ricordarci The KLF. Alla fine degli anni ’80, Bill Drummond e Jimmy Cauty mischiano acid house, pop e rap: nel 1988 sono primi in classifica con il singolo Doctorin’ the Tardis (sotto il nome The Timelords), a cui fanno seguire non un secondo disco, ma un libro. Il libro si intititola The Manual. Sottotitolo: «Come fare un pezzo da primo posto in modo facile».

Vanno ai Brit Awards del 1992 come miglior band britannica, con due anni di anticipo sulla conquista di Glastonbury da parte degli Orbital. Invece di fare quel che ci si aspetta da loro, portano sul palco un gruppo death metal ed eseguono una versione irriconoscibile di 3 a.m Eternal, la loro hit finita tra i singoli più venduti al mondo l’anno prima. Drummond si muove sul palco appoggiato a una stampella; a un certo punto estrae un fucile automatico caricato a salve e spara contro la folla. Appena il gruppo abbandona il palco, una voce annuncia: «Signore e signori, i KLF hanno lasciato l’industria discografica».

Fuori da uno degli afterparty della cerimonia fanno trovare una carcassa di pecora, con la scritta: «Sono morta per voi. Buon appetito». Mesi dopo, la loro statuetta vinta ai Brit Awards viene ritrovata sepolta in un campo vicino Stonehenge. Ritirano tutto il loro catalogo musicale. Qualche anno dopo filmano il rogo di un milione di sterline in contanti: è l’ammontare delle royalties della loro produzione musicale. Da allora, non hanno più fatto dischi, e ancora oggi il loro catalogo ufficiale è quasi irreperibile, salvo copie usate e upload non autorizzati.

«Se sei un musicista, smetti di suonare i tuoi strumenti. Ancora meglio, vendi tutta quella robaccia», scrivevano su The Manual, spiegando come si fa musica di sicuro successo. «È chiaro che in breve tempo i giapponesi avranno prodotto e reso accessibile la tecnologia che vi permetterà di fare tutto a casa. Così la farete finita con tutte quelle fesserie sul dover andare in studio», profetizzavano. Avevano pure coniato un termine per definire i loro successi degli ultimi anni: stadium house, sintesi perfetta di quello che sarebbe successo pochi anni dopo a Glastonbury, e oltre.

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