Antonio Leotti, sceneggiatore e agricoltore, racconta la storia (autobiografica) di chi tra un albero e un uomo sceglie l’uomo. Sempre

Nella Valle senza nome di Antonio Leotti è la storia di chi, messo nella condizione di dover scegliere, alla vita di un albero preferisce quella di un uomo (anche a costo di incappare in incidenti giudiziari, per quanto possa sembrare paradossale). Di qualunque uomo o donna: anche di un’ambientalista che, ignara del pericolo da cui la sta proteggendo, lo denuncia quando lo sorprende ad abbattere uno degli alberi della tenuta di famiglia a rischio caduta. Questo però è solo il presupposto autobiografico della narrazione, in questo ritratto tragicomico della bassa Toscana che al racconto (di una terra, del partito che la governa da sempre; e dello scrittore che se ne fa carico) alterna continuamente il tono di un pamphlet – sostenuto da una bibliografia ricca e mai ostentata – utile per sconfessare la retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» applicata alla campagna.

Un terreno (è proprio il caso di dire) che l’autore conosce molto bene per la sua attività di agricoltore e al quale aveva già dedicato la sua opera precedente, Il mestiere più antico del mondo (Fandango, 2011): con posizioni vicine a quelle di Antonio Pascale (scrittore e agronomo, più volte citato) nella contestazione del “sapere nostalgico”. Più che altro un non-sapere, fondato – nella semplificazione della propaganda politica a favore per esempio del decantato biologico – sull’idealizzazione di un passato che si conosce poco (e che maschera un rifiuto della scienza e del progresso tecnologico che nel tempo, invece, ha migliorato i prodotti della terra e le condizioni di vita dei contadini). «Bigiotteria ideologica» da ambientalisti salottieri intenti nel «bozzettismo bucolico»: un contesto che l’autore conosce ugualmente bene, provenendo da una famiglia di latifondisti che i contadini si limitavano ad averceli sul libro paga.

L’impostazione del ragionamento proposta fa venire in mente opere lontanissime e che alla nostalgia passatista hanno contrapposto logica e conoscenza della storia. Parlo per esempio del saggio sui mass media contemporanei Tutto quello che fa male ti fa bene (Mondadori, 2006) di Steven Johnson. Oppure del film Midnight in Paris (2011) di Woody Allen, in cui uno scrittore contemporaneo mitizza l’età dell’oro della generazione perduta, scoprendo poi che gli autori degli anni Venti a loro volta guardavano nostalgicamente alla Belle Époque: in una glorificazione del tempo perduto che sembra essere un’inclinazione ricorrente dell’animo umano. E che, guardando al mio, di passato, mi riporta sui banchi di scuola, alle prese con un tema. Si trattava di riflettere di una presunta crisi della lettura (eravamo negli anni Ottanta, anche se sembra un titolo dei nostri giorni, quasi ci trovassimo nel viaggio nel tempo proposto da Woody Allen) che io non riuscivo a percepire come tale, visto che leggevo almeno un libro a settimana e che, andando indietro nei ricordi familiari fino alla mia bisnonna analfabeta, mi portò a scrivere piuttosto di come fosse inadeguato il termine crisi riferito a qualcosa che mi sembrava, invece, in larghissima espansione.

Che è un po’ quello che fa Leotti, disponendo, naturalmente, di ben altri mezzi e con un coraggio nel mettersi a nudo non più preterintenzionale (una ragazzina racconta di sé perché non ha altri riferimenti), che è quello dello scrittore di razza spietato con se stesso (l’unica via, del resto, per poter essere spietato anche con altri). Eccolo allora ritrarsi ingenuo e goffo, spiazzato da un candidato sindaco che gli propone l’assessorato alla cultura e che si dimentica di lui – ancora intento a studiare per sentirsi un po’ meno inadeguato nei confronti di una chiamata per lui così responsabilizzante (responsabilità è una parola chiave nel libro, riferita a molte di quelle che la borghesia italiana non si è mai voluta assumere) – non coinvolgendolo poi nella giunta, quando viene eletto, senza neanche avvisarlo.

Nonostante questa e altre circostanze spiacevoli realmente accadute, Leotti non carica il racconto – lucido ed evocativo – di rivendicazioni e di risentimento personale, rendendolo credibile con ironia, grazie alle storie che puntellano il ragionamento e che rappresentano l’unico cedimento all’ideologia contestata, perché anche al più votato al progresso quando parte una storia viene voglia di accendere un focolare intorno al quale lasciarsela raccontare. 

Antonio Leotti
Nella valle senza nome

Laterza 2016
136 pagine, 12 euro
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