Non è la Rai: torna il news show del miglior stand up comedian romano. Si chiama “CCN” e va in onda dal 7 marzo su Comedy Central dal lunedì al venerdì alle 23.00 e i weekend alle 20.30

CCN è uno spettacolo di Comedy Central Italia in cui si scherza su temi politici e sociali: un finto telegiornale, con collegamenti con finti inviati, e grafici che illustrano statistiche inventate. È una versione compatta – e più economica – di quei news show di cui Comedy Central è esperta grazie a personaggi come Steve Colbert, Jon Stewart e John Oliver. Lo conduce Saverio Raimondo, il comico romano di stand up che fece scalpore nella prima e finora unica edizione online del Dopofestival, l’anno scorso: esordì parlando di umori femminili.

Per chi non l’avesse mai visto, Raimondo esce dal camerino nel suo solito completo da inviato di 90° Minuto fine anni Ottanta, parte fondamentale del suo personaggio comico borghese satiro petulante e sconnesso. È un incrocio tra Luttazzi e Chiambretti con un po’ di vibrazioni Salò – che farei risalire al quartiere conservatore di Roma in cui è cresciuto – e un’aria godereccia e marcia da Tangentopoli. Nella costruzione del suo personaggio comico, insomma, sembra aver intercettato ogni marciume degli ambienti che ha frequentato, per creare una voce comica surreale.

Saverio Raimondo è il migliore comico della generazione che sta provando a importare in Italia la stand up comedy. Non che non sia mai stato fatto prima: ma solo ora, con personaggi come Raimondo, Edoardo Ferrario, Michela Giraud, Francesco De Carlo, Luca Ravenna e diversi altri lo si sta facendo in maniera cospicua, filologica: questi comici sono tutti figli di Daniele Luttazzi, il primo importatore pedissequo di comicità americana, e di Louis CK visto in streaming.

CCN, il news show di Raimondo, è tutto il contrario di uno show: a differenza dei suoi modelli americani, per ragioni economiche, in studio non c’è il pubblico, ma solo una crew sparuta e affiatata che, in un giorno d’inverno ai Tiburtina Studios, si aggira intorno alla sua scrivania mentre il comico sciorina e varia le sue battute.

Il tema del giorno è il Vaticano e Raimondo indica una piantina di Roma appesa accanto alla scrivania:

«Lo stato del Vaticano confina a nord con l’Italia, a sud con l’Italia, a est con l’Italia, a ovest con l’Italia».

La mattina delle riprese, io sono l’unico spettatore, l’unico a ridere di sorpresa per la battuta sui confini dell’Italia. Siccome non c’è il pubblico, le risate finte vengono inserite in post-produzione e sono oggetto di continue battute meta-narrative. L’assenza di pubblico, per questa produzione minuscola e coraggiosa, non è l’unico vincolo: ancora più interessante è il fatto che si registrano le puntate tutte insieme per poi mandarle in onda, costringendo gli autori a selezionare grandi temi che si spera non scompaiano dal discorso pubblico nei due mesi successivi.

Nel corso della giornata di riprese, Raimondo registrerà battute sul Vaticano, ma anche sull’Organizzazione Mondiale della Sanità e i suoi anatemi contro la carne rossa – la piega del discorso è: vivere fa male alla salute. Tutto ciò avviene nell’oscurità ovattata di un set intorno al quale si affaccenda una decina di persone. Raimondo sale sulla pedana e comincia dal nulla, a freddo, a registrare monologhi. Nell’assenza di risate, di pubblico, di contesto per il suo spettacolo, mi sembra un eroe solitario.

«Città del Vaticano non affaccia sul mare, a meno che non si sciolgano i ghiacci e il Tirreno arrivi a toccare le mura. (…) È l’unico stato del mondo raggiungibile in metro, pensate! Oppure a piedi, se siete in Prati (…) Il territorio è collinare, per lo più rivestito in marmo e affrescato».

Il regista di CCN, Maurizio Montesi (membro del collettivo Art Cock, regista della serie web di Edoardo Ferrario Esami e del video di Non finirà dei Cani) mi racconta che «mentre giri è un po’ alienante. Ci stavo pensando l’altro giorno mentre editavamo. Ho rivisto le prime cinque puntate e ho ritrovato il senso. Dopo un po’ è come quando ripeti la parola scatola scatola scatola scatola: non ha più senso dopo un mese di studio. Riacquisisce senso quando aggiungi le immagini, i contributi, le risate, i suoni…».

La tradizione del news show

In un articolo recente su Pagina 99, Fabio Severo scrive:

«Un recente articolo su The Atlantic ipotizzava come i comici ormai fossero i nuovi intellettuali pubblici americani, i maître à penser di una società in cui sempre più cittadini si formano un opinione al di fuori dei tradizionali canali di informazione. Nel 2012 l’Annenberg Policy Center dell’Università della Pennsylvania ha pubblicato uno studio in cui dimostrava come Stephen Colbert fosse riuscito a informare sui meccanismi di finanziamento di una campagna presidenziale in modo molto più efficace dei principali programmi di news veri e propri».

Durante la concezione di CCN, nato dal desiderio di Comedy Central di portare in Italia l’ispirazione dei suoi tre ex campioni (per chi non segue, Colbert è il successore di Letterman al Sullivan Theater per CBS, Oliver è a HBO e Stewart ha smesso), ma pure dal sogno di Raimondo di ritentare il late show comico in Italia dopo gli exploit solitari di Daniele Luttazzi ormai più di un decennio fa, Raimondo ha distribuito ai collaboratori il materiale di reference, e i programmi citati erano appunto solo quelli di satira dell’informazione, «molto più del late show classico alla Letterman, perché non avendo la parte di ospiti dovevamo rifarci alla parte monologante e all’interazione con le grafiche, e gli immediati».

Ma Raimondo non cerca di sostituirsi all’informazione politica, come ha fatto la satira italiana per tutto il cosiddetto ventennio berlusconiano. Nel suo spettacolo si rimane più vicini all’ispirazione della stand up comedy, dove non c’è una morale precisa, e le frecciate all’oggetto di un monologo non si esplicitano, rimangono entro le maglie della battuta, come in queste due: «Il Vaticano è a crescita zero, eppure non si è mai estinto…». E la sua economia è fondata «sul commercio di farmaci non disponibili a Roma…». Che fanno vedere da che parte sta Raimondo, ma senza uscire dall’obiettivo di fare – “semplicemente” – belle battute.

Raimondo conferma: «John Oliver è come fosse Report che fa ridere. Ha un controllo sulla notizia molto forte. Io invece quasi filosofeggio, in modo quasi paradossale. Non c’è alcun intento giornalistico, alcuna volontà di educare. C’è alle volte un po’ l’amore per il buon senso. Assurdo che la follia del comico cerchi il ritorno al buon senso, ma l’unico messaggio che sento di veicolare è un po’ di sano buon senso. Come Stewart e Colbert, e la loro marcia per il ripristino della sanità mentale».

La stand up

La peculiarità di Saverio Raimondo mi sta molto a cuore. Abbiamo avuto grandi comici in Italia negli ultimi decenni, ma l’unico, secondo me, che è rimasto un vero comico, è Guzzanti: è l’unico che ha amato il lavoro certosino, artigianale sulla voce, i personaggi, i registri. Ha scampato vent’anni di appiattimento della satira su Berlusconi grazie all’immaginazione e a una ricerca prolungata del proprio stile.

Raimondo – che non crea personaggi ma solo il suo personaggio, e in ciò è diverso da Guzzanti – ha di Guzzanti lo stesso evidente amore per quello che fa.

Luttazzi stava facendo un percorso più simile a quello di Raimondo, il recupero amorevole e filologico della tradizione americana (non mi esprimo sulla questione se abbia copiato o no i suoi modelli perché c’entra poco con questo discorso), ma il suo ruolo sociale nella battaglia fra Berlusconi e la satira l’ha in qualche modo, anche solo agli occhi del pubblico, snaturato: in quest’epoca, un Luttazzi coetaneo di Raimondo avrebbe forse avuto lo spazio per imporre la propria voce (che è una cosa meravigliosa). (Un altro esempio virtuoso di uno che è rimasto a pensare solo al proprio stile, oltre a Guzzanti, è Maurizio Milani).

Raimondo è un Luttazzi che passa il tempo esclusivamente a perfezionarsi. Il discorso esce fuori quando gli chiedo chi sono i suoi modelli.

«Ho avuto una folgorazione da giovanissimo per Woody Allen e ancora oggi continuo a guardarmi il suo materiale, pur contestualizzando. È importantissimo il lavoro che ha fatto su se stesso, che è il lavoro fondamentale della stand up comedy: trarre un personaggio da se stesso. Non è una maschera, non è un vestito sartoriale. Tu diventi tutt’uno, anzi non sei più personaggio ma una persona. A lui è riuscito benissimo, tanto e vero che nel nostro immaginario nessuno riesce a scindere il Woody Allen che siamo abituati a vedere al cinema da quello della vita reale, dal regista. Quest’operazione è riuscita a pochi altri. Oggi, è riuscita perfettamente a Louis CK. Ha tratto un personaggio comico da se stesso, combacia perfettamente con quello che lui è: la sua pancia, la sua barba, i suoi colori… Questa roba è per me la stand up comedy. Quando lavori su te stesso e diventi personaggio comico, che diventa un filtro per ciò di cui parli. Se trovi il tuo personaggio comico hai trovato la strada».

Ragionando su Luttazzi e sull’impegno sociale del comico, Raimondo dice: «Ti dirò, sono contento di fare satira in anni in cui la satira è in crisi dopo anni del berlusconismo, proprio perché adesso sei veramente libero di scegliere di cosa parlare, non hai forti condizionamenti. Adesso si vede chi sa veramente giocare».

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