A Waimea Bay, nelle Hawaii, la più incredibile gara di sempre con onde alte dodici metri. Com'è andata quest'anno

C’è chi si allena spostando rocce sul fondo dell’Oceano. Funziona così: trattieni il respiro e ti immergi nell’acqua, nuoti giù fino a toccare la sabbia, afferri un grosso masso e cominci a correre – o provi a farlo – avanti e indietro lungo il fondale, finché la fame d’aria non ti chiude la gola, ti fa venire la nausea e preme sui seni frontali come se la tua testa stesse per esplodere. Allora molli il masso e torni su, poi ci riprovi. Ma per quanto tu possa insistere, giù nell’acqua e poi a galla senza fiato, nulla potrà realmente prepararti a quello che proverai quando sarai là fuori in mezzo alle onde. Il big wave surfing non è per tutti. Non è neppure per molti. Anzi, non è quasi per nessuno. È un club riservato a pochi, e l’Oceano decide chi ne fa parte e chi no. Si fa fatica persino a definirlo uno sport. William Finnegan, che oltre ad essere staff writer del New Yorker è un appassionato surfista, la butta giù più o meno così: «il surf non è uno sport: è una droga, una mania. Non lo raccomanderei mai a mia figlia».

Se sei un maniaco del surf, probabilmente hai appena vissuto giorni memorabili. Succede questo: il nove febbraio gli organizzatori del Quiksilver in Memory of Eddie Aikau (“The Eddie” per gli habitué), la più prestigiosa gara di big wave riding al mondo, diramano una yellow alert: una perturbazione sembra sul punto di trascinare onde enormi sulle coste settentrionali delle Hawaii; poi il giallo diventa verde, sulla spiaggia vengono montati gli spalti e il palco della giuria, i concorrenti sparsi per il mondo corrono in aeroporto, mentre gli aspiranti spettatori che si trovano già alle Hawaii si precipitano sulla north shore (il mezzo prediletto è la bicicletta: impossibile parcheggiare l’auto in un giorno così). Ma è solo uno scherzo del cielo: la tempesta vira ad est, direzione California, e le onde che frangono a Waimea non rispettano le aspettative. Tutto cancellato all’ultimo momento.

The Eddie va in scena solo se le onde hanno una parete di almeno quaranta piedi (per gli hawaiani sono venti, loro misurano le onde dal dorso), quindi oltre dodici metri. Si tratta di condizioni rare anche da queste parti, tanto che in trentuno anni la gara si è tenuta solo otto volte, l’ultima nel 2009. Si partecipa su invito, il che rende il memorial un evento esclusivo riservato al gotha del surf. Sei sulla lista? Allora, se la mareggiata arriva, hai dodici ore di tempo per saltare su un aereo e farti trovare a Waimea bay, sulla North Shore di Oahu, alle Hawaii, per le otto del mattino del giorno prefissato. Il waiting period inizia a dicembre e finisce a febbraio: tre mesi per sperare. Se le onde arrivano bene, altrimenti è tutto rimandato di un anno. Stavolta, dopo la grande delusione, è arrivata la grande sorpresa. Il mare dà il mare toglie. Il ventiquattro febbraio, a pochi giorni dalla fine del waiting period, una tempesta definita “colossale” dai meteorologi si agita nel nord del Pacifico, poi imbocca la strada che porta a sud est e segue la retta via fino a Oahu. Le boe di segnalazione, sentinelle in mare aperto, oscillano vigorosamente, il suolo hawaiano vibra come in un rullo di tamburi, le nuvole aprono la pista ai marosi. Alla fine arriva l’annuncio: «The Bay calls the day, Eddie is a go».

Eddie Aikau faceva il bagnino da queste parti tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Pelle scura, capelli lunghi, fisico scolpito: se siete pratici di questo mondo sapete bene chi è, altrimenti forse l’avete visto in qualche vecchia foto senza sapere che era lui. Quando l’America s’innamorò del surf (un’infatuazione superficiale, per la verità) le immagini di Waimea finirono anche su Life e uno scatto che immortalava Aikau fu utilizzato per un cartellone pubblicitario di Bank of America. Eddie surfava come si faceva a quei tempi, quando lo stile era tutto: dritto su una tavola affilata giù lungo la pancia di onde gigantesche, una curva larga alla base della parete, una corsa sotto la cresta che frange e poi fuori dal cavo, scrollando l’acqua dai capelli con un gesto sprezzante della testa. Il modo migliore per rivivere quelle emozioni è guardare il docu-film Hawaiian: The Legend of Eddie Aikau, di Sam George e Stacy Peralta (regista del più celebre Riding Giants e sceneggiatore di Lords of Dogtown). Nel 1966 Surfing magazine (che insieme alla rivista Surfer fece per il surf quello che New York Times e Washington Post fecero nel campo dell’informazione generalista) scrisse che Eddie Aikau era «capace di cavalcare onde gigantesche per oltre sei ore, senza fermarsi mai». Chi lo guardava surfare nei giorni in cui la baia faceva veramente paura – i muscoli tirati e legnosi, la tavola rosso fuoco, i pantaloncini bianchi – aveva l’impressione che fosse intoccabile.

Nel 1978, partecipando a una regata commemorativa a bordo di un’imbarcazione tradizionale hawaiana, Eddie Aikau fece naufragio con altre quindici persone. Come lifeguard non aveva mai perso una vita, con un record di circa cinquecento salvataggi effettuati in carriera, e quella volta provò a mantenere intatto il curriculum. A bordo di una tavola da surf lunga dieci piedi pagaiò verso Lanai, a dodici miglia di distanza, in cerca di soccorsi: i suoi compagni vennero tratti in salvo dopo alcune ore, ma il suo corpo non fu più ritrovato. Il mare dà, il mare riprende (vengono in mente quei versi di Swinburne: «Ritornerò alla grande, dolce madre / amante e madre degli uomini, il mare»).

Il nome di Eddie Aikau finì rapidamente nella leggenda, con tutto ciò che ne consegue (compresa una certa dose di irrealtà). Gironzolando per Oahu è facile imbattersi nella scritta “Eddie Would Go” (un must have per gli appassionati di bumper stickers, gli adesivi per i paraurti), sapientemente utilizzata dalla Quiksilver, sponsor del contest, su poster e magliette e declinata spesso nelle sue numerose variazioni (Eddie Will Go, Eddie is a go, Eddie Went…). Il senso è chiaro: Eddie non si farebbe intimorire, prenderebbe la sua tavola e uscirebbe là fuori, selvaggio e intoccabile tra quelle montagne d’acqua. Leggenda nella leggenda: la frase sarebbe nata nel 1985, nel corso della prima edizione del contest. Le onde erano alte eccome, quella volta, ma c’erano anche correnti proibitive e un vento infernale; gli organizzatori valutarono la possibilità di annullare la gara. Il surfista Mark Foo, che era tra gli invitati, si mise in favore di telecamera e pronunciò tre semplici parole: «Eddie would go». La gara si fece e quello che sarebbe diventato il motto ufficiale della competizione divenne anche il mantra dei big wave riders, oltre che un appello a correre in soccorso degli altri in un mondo, quello del surf, costantemente tentato da localismi e conflitti tra gang. Al di là delle intenzioni, funzionò anche come alibi per una certa incoscienza e come lenitivo in circostanze luttuose. Mark Foo morì affogato a Mavericks, nel nord della California, il 23 dicembre del 1994. I funerali si tennero a Waimea e le ceneri furono sparse nelle acque della baia

Il 25 febbraio 2016 la folla assiepata sulla spiaggia di Waimea si lascia incantare dallo spettacolo delle onde che si alzano a coprire l’orizzonte, crollando poi su se stesse e rotolando fino a riva con un rumore di applausi. C’è gente anche sulle rocce scoscese dei promontori, gli stessi da cui un’altra categoria di folli – i tuffatori estremi – si lascia cadere volentieri, di tanto in tanto, centrando spesso l’acqua turchese molto più in basso e meno spesso mancandola e schiantandosi fatalmente sulle pietre sottostanti. A detta di Clyde Aikau – fratello sessantaseienne di Eddie, vincitore della prima edizione della competizione e giunto alla sua ultima partecipazione – le condizioni sono le migliori di sempre. I concorrenti sono già tutti a riva. È un gruppo eterogeneo: quando la sfida consiste nell’addomesticare onde alte come palazzi di cinque piani l’unica cosa che conta sono le palle, il resto è un dettaglio trascurabile. Ci sono ventenni e sessantenni (il surf non è necessariamente uno sport per ragazzi), atleti molto ricchi e altri quasi poveri , bianchi e neri.

C’è, per fare un esempio, Kelly Slater, milionario pluricampione del mondo, ex attore della serie Baywatch e oggi fiero sponsor di una tecnologia innovativa capace di generare l’onda artificiale più lunga del mondo, tubante e “glassy” (come di vetro, così si dice in gergo). Ma c’è anche, altro esempio, Ramon Navarro: cappello sempre in testa, baffoni, aria dimessa; figlio di pescatori, ha imparato a surfare a Pichilemu, Cile, e ora gira il mondo anche per cercare di salvare la spiaggia di casa, Punta Lobos, dalla speculazione edilizia. Il mondo del surf è una miniera di metafore: l’onda perfetta, l’estate infinita, la vita da spiaggia… L’attività dei big wave riders si chiama in gergo “rhino hunting”, che è come dire caccia grossa, e le loro tavole, lunghe e affusolate, vengono definite “gun”, pistole.

Il surfista di professione vive quotidianamente un’allegoria dove tutto finisce per sembrare evanescente. Anche le onde, a pensarci bene, esistono e non esistono, e di certo sono reali solo nei pochi istanti che intercorrono tra il momento in cui alzano e quello in cui muoiono in un crepitare di schiuma. Il vocabolo che gli americani usano per indicare l’azione di cavalcare con successo un’onda è, semplicemente, “to make”, la forma più materiale e concreta del verbo fare. È come se le onde, nella loro liquida insensibilità minerale, non esistessero prima di essere cavalcate: è un’attribuzione di senso, un faccia a faccia, un duello, un corteggiamento. Pericoloso, però. Nel libro The Big Juice, John Long e Sam George la spiegano così: «Appena i surfisti vengono sommersi da un’onda iniziano a morire. Improvvisamente e violentemente, si trovano a dover sopportare tre atmosfere di pressione, poi quattro, poi cinque, l’impatto svuota loro i polmoni, il pugno di un gigante li colpisce e vengono scaraventati nelle tenebre». Non è solo l’altezza delle onde, spesso ci sono da considerare anche le forti correnti che trascinano al largo, le rocce taglienti sul fondale, il mezzo metro di schiuma che dopo il passaggio di un’onda ricopre la superficie del mare, e sul quale il corpo umano non galleggia. Ma allora perché? Perché è una droga, una mania, ricordate? Una cosa poco raccomandabile che dà molta dipendenza.

John John Florence, il vincitore

Sul New Yorker Finnegan tira in ballo l’amore: «Quando scatta la passione del surf, le onde sembrano vive. Hanno una personalità particolare e complicata. Loro agiscono, tu reagisci. È una relazione tenera, intima, e può rivelarsi traumatico scoprire che un’onda, oltre che insensibile, può essere anche letale. Quello per le onde è un amore a senso unico. È anche un amore platonico e dunque fondamentalmente idealizzato». Probabilmente provava qualcosa di simile anche Dickie Cross, quando il 22 dicembre del 1943 si trovò intrappolato con la sua tavola nella risacca infernale di Waimea. Quelle onde non erano ancora mai state surfate. Non lo furono neppure quel giorno. La baia s’impossessò del suo corpo.

Quando la surf music era il genere del momento Brian Wilson dei Beach Boys scrisse una canzone per il duo Jan and Dean che nel 1963 si piazzò al primo posto nella classifica di vendita nazionale. Si chiamava Surf City. Un anno dopo Jan and Dean interpretarono un altro brano, meno memorabile, intitolato Waimea Bay: «C’è un posto nelle Hawaii conosciuto come Waimea Bay / i migliori surfisti arrivano qui da tutto il mondo /per domare la risacca selvaggia e provare / a conquistare onde alte circa trenta piedi». Erano anni in cui nell’immaginario collettivo il surf era il passatempo di giovani americani biondi, atletici, sfaticati e un po’ sbruffoni.

Al cinema uscivano film (perdibili) sulla vita da spiaggia: Gidget con Sandra Dee, Beach Party con Frankie Avalon, Ride the Wild Surf. Qualcuno cercava di dare radici più solide alla sottocultura surfistica e alcuni dei ragazzi che battevano le spiagge del sud della California avevano legami più o meno vaghi con la beat generation. La star del momento era Mickey Dora, ribelle talentuoso e riccioluto che si dice chiacchierasse di filosofia con Henry Miller tra un’onda e l’altra, sulla spiaggia. In anni in cui qualsiasi viaggio era laborioso e complicato, i giovani surfisti di Malibu si spingevano al massimo a sud di San Diego, oltre il confine messicano, e le Hawaii erano un lusso riservato a pochi: la North Shore di Ohau era il centro di questo culto e Waimea ne era il fulcro mistico.

Nel novembre del 1957 Greg Noll, detto il toro (oggi un affabile pensionato dal collo robusto), osò per primo surfare le onde imponenti della baia (così dice la leggenda, anche in questo caso con la sua dose di irrealtà: pare che un certo Harry Schurch precedette Noll di qualche ora). È il momento in cui nasce il mito di Waimea, che conquista spazio anche sui media mainstream (finisce su Life e non solo). È il simbolo di un mondo ristretto, quello dei big wave riders, che però tocca corde universali: il coraggio, la passione, la natura selvaggia, la vita, la morte e il sangue. Nella lingua locale Waimea significa acqua rossastra: qualcosa vorrà pur dire.

Per quello che conta, l’edizione 2016 dell’Eddie Aikau è stata vinta dal ventitreenne John John Florence. L’hawaiano, biondissimo, somiglia vagamente a William Katt, l’attore che interpreta Jack Barlow in Un mercoledì da leoni di John Milius e che molti ricorderanno come il Ralph Supermaxieroe della tv. Ha la pelle piena di cicatrici, John John, perché gli scogli fanno male quando un’onda ti ci sbatte sopra.
Ormai sarà già tornato ad allenarsi, trascinando massi sul fondo dell’Oceano avanti e indietro un’altra volta e poi un’altra volta ancora.

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