Explicit / Fiction

William Gaddis, falsario

IL 78 01.03.2016

Storia del misterioso autore di un capolavoro dimenticato, Le perizie. Chi era? Forse Thomas Pynchon, o forse no

È difficile smentire la notizia secondo cui il settantaseienne signor William Thomas Gaddis Jr. – autore di cinque romanzi di cui due vinsero il National Book Award – è morto a nella sua casa di East Hampton il 6 dicembre 1998, dopo avere a lungo combattuto contro un cancro alla prostata. Ma, lo sappiamo, c’è gente che giura di avere incontrato Elvis un paio d’anni fa in un’isoletta del Pacifico, e Gaddis è come il Re del rock ‘n’ roll, come il gatto di Schrödinger: non si può sapere se sia vivo o morto sino a quando non lo incontri. Quindi, chi ci vieta di pensare che in realtà sia stato un anarchico tedesco con una casella di fermo posta a Città del Messico? Chi può escludere a priori che non si celi proprio lui dietro quella Wanda Tinasky che in una lettera all’Anderson Valley Advertiser dava per certa la notizia che «i romanzi di William Gaddis e Thomas Pynchon sono stati scritti dalla stessa persona»? D’altronde il primo romanzo attribuito a un certo William Gaddis e che uscì in America nel 1955 con il titolo The Recognitions, tratta di falsi e di scambi d’identità. Ed è appropriato che alcuni critici parlino di questo libro come di un Giano bifronte, con una faccia che guarda indietro ai grandi modernisti e l’altra che intravede il futuro, profetizzando la letteratura postmoderna.

Se The Recognitions fosse una statua di Giano dovrebbe essere grande come il Colosso di Rodi. Le sue novecentocinquantasei pagine superano gli ottocento grammi. Per non parlare del peso specifico: superiore a quello del basalto. In un articolo pubblicato nel 1962, un giovane critico newyorkese che si firmava jack green (con le iniziali rigorosamente minuscole) scrisse che si trattava del «romanzo della nostra generazione così come l’Ulisse lo è stato della sua. Ha venduto poche migliaia di copie perché i critici sono stati pigri. Due sole recensioni su cinquantacinque erano adeguate». Ovviamente, qualcuno iniziò a sospettare che l’estensore di una difesa così veemente del lavoro di Gaddis… fosse lo stesso Gaddis. La storia di jack green (un nome preso da un giornale sulle corse dei cavalli, il Jack’s Little Green Card) sembra una sottotrama di The Recognitions, un romanzo-labirinto abbacinato dal sole dell’iperbole dove niente è quel che sembra e tutti sono alla ricerca di una via d’uscita (la Realtà) che è programmaticamente negata. Ogni essere umano – ci dice il libro – è una colossale menzogna.

In America, nel 1955, nessuno era disposto a dar retta a un romanzo del genere, scritto da un oscuro correttore di bozze del New Yorker. The Recognitions, ovvero Le perizie (secondo l’edizione italiana approntata nel 1967), diventò così uno di quei libri riveriti e mai letti, come Sotto il vulcano e L’arcobaleno della gravità. La trama è così fitta che è impossibile riassumerla. Il protagonista, Wyatt, figlio del reverendo Gwyon – sempre «chino in una stanza con Tommaso d’Aquino, oppure a costruire, con Ruggero Bacone, formidabili prove geometriche dell’esistenza di Dio» – invece di entrare in seminario per seguire le orme paterne, parte per il mondo (New York, la Spagna, Parigi, Roma, il Messico) deciso a diventare un grande pittore, anche se associa la sua passione a un tremendo senso di colpa inculcatogli dalla comunità calvinista in cui è cresciuto; ma è convinto che la Verità risieda nella Bellezza, così come è stata interpretata dai maestri del passato, e così si applica a rifare i suoi modelli. Li riproduce con tale perizia che un art dealer corrotto gli propone un patto faustiano: dovrà dipingere dei quadri nello stile dei maestri fiamminghi e lui li spaccerà per originali. Dopo una serie interminabile di peripezie, Wyatt vorrebbe redimersi smascherando i falsi da lui prodotti, ma nessuno sembra credergli. Parte allora per la Spagna alla ricerca della tomba materna e della sua innocenza perduta. Lo ritroviamo nel Real Monasterio de Nuestra Señora de la Oltra Vez dove restaura alcune opere d’arte, deciso, infine, a «vivere deliberatamente». Avendo superato la tipica diffidenza puritana nei confronti dell’arte ed essendo sopravvissuto alla pericolosissima attrazione per il denaro, sembra finalmente sulla strada giusta per diventare un pittore vero.

Le perizie è un’opera vasta come la geografia del cosmo, infinita come la storia degli uomini. Gaddis fa scorrere sotto il rumore dolcissimo della sua prosa la letteratura sapienziale da Aristotele a T. S. Eliot, il mito da Orfeo a Faust, fino a restituirci, brillantemente pasticciata, un’intera tradizione sacra che va dalla teologia paleocristiana al calvinismo, passando attraverso certi riti mitriaci. Il romanzo trasformò il suo autore in un cult. Ma Gaddis fece di tutto per sfuggire alla notorietà e dichiarò di appartenere «a una razza in via di estinzione, convinta che uno scrittore debba essere non letto, non ascoltato e meno di tutto visto. Sono stato postumo per vent’anni». I maniaci del Grande Tema Americano – ovvero l’Identità Segreta dello Scrittore Recluso – non si scoraggiarono. Le speculazioni sulla vera identità di Gaddis hanno continuato a proliferare. C’è chi ha perfino sostenuto che Gaddis, Pynchon e il fantomatico jack green fossero la stessa persona.

Hieronymus Bosch, "La salita al calvario”

Hieronymus Bosch.,"I sette peccati mortali". Due dei dipinti al centro del romanzo di Gaddis

Ecco la storia. Due anni dopo la pubblicazione di The Recognitions, un certo Christopher Carlisle Reid, impiegato in una compagnia di assicurazioni di Manhattan, esce dall’ufficio alle cinque di un pomeriggio di primavera, si toglie la cravatta e la getta nella fontana di Madison Square, poi va a casa, prende specchio e rasoio e li lancia fuori dalla finestra: ha deciso che si cambierà il nome in jack green e che diventerà l’unico redattore, stampatore e distributore di una fanzine letteraria che chiama newspaper. Nel primo numero, scrive che The Recognitions «è un capolavoro, il miglior romanzo mai scritto in America». Gaddis, felice, scrive al suo editore, Aaron Asher: «Ecco, finalmente, la mia revanche!». Ma pochi giorni dopo, jack green fa di più: pubblica a proprie spese sul Village Voice un annuncio in cui invita i lettori ad acquistare la nuova edizione economica di The Recognitions.

È il momento in cui qualcuno inizia a sospettare che a pagare per quella pubblicità in realtà sia stato proprio Gaddis. Circola la voce che jack green sia solo uno pseudonimo dietro cui si cela lo scrittore. Siamo nel 1963, l’anno in cui viene pubblicato V., il romanzo d’esordio del misteriosissimo Thomas Pynchon – poco più di un nome (esiste solo una sua foto di quando era marine). Potrebbe essere, questo Pynchon che si dica viva in Messico, uno dei vari eteronimi di Gaddis? La suggestione inizia a diffondersi.

Nel 1975, dopo vent’anni di silenzio, Gaddis pubblica il suo secondo romanzo, JR, in cui c’è un esplicito riferimento a jack green. Otto anni più tardi viene pubblicata la prima di una serie di lettere che tra il 1983 e il 1988  una sedicente Wanda Tinasky invia al Mendocino Commentary e all’Anderson Valley Advertiser, in cui spiccano la voce arguta e lo stile scintillante della sua redattrice. Chi è Wanda Tinasky? Lei stessa si descrive come «una grossa signora ebrea in là con gli anni, un’émigré della Russia Bianca che vive sotto un ponte, vicino a Fort Bragg e che spesso usa Anderson Valley Advertiser al posto della biancheria intima». Ma nessuno le crede, anche perché «la Tinasky sembra molto interessata al tema delle false identità»; una delle lettere, enuncia esplicitamente che «i romanzi di William Gaddis e di Thomas Pynchon sono scritti dalla stessa persona». Passa un anno e in una nuova lettera inviata al direttore del New Setter Interview, l’ineffabile Wanda osserva che jack green, «uno scrittore che si autopubblicava un quarto di secolo fa, […] considerato da Quelli che la Sanno Lunga come il più interessante scrittore americano dei suoi tempi, […] sembra essere più che implicato a livello autoriale con i romanzi pubblicati sotto i nomi di William Gaddis e Thomas Pynchon».

Nel 1990, il direttore dellAnderson Valley Advertiser, annuncia:

SOSPETTI CONFERMATI: il famoso romanziere americano Thomas Pynchon è quasi certamente Wanda Tinaski. È una teoria che ancora circola diffusamente tra i pynchoniani. Ci sono delle vere e proprie sovrapposizioni tra i romanzi di Pynchon e alcune delle lettere di Wanda; entrambi hanno lavorato per la Boeing, amano le canzoncine spiritose e hanno lo stesso stravagante senso dell’umorismo.

Toccherà a Melanie Jackson – moglie e agente letterario di Thomas Pynchon – smentire pubblicamente tale ipotesi. Ovviamente, non viene creduta. Così, lo stesso Pynchon dovrà telefonare alla CNN (inaudito!) per ribadire di non essere Wanda Tinasky. Mentre sarà Gaddis a dover dichiarare di non essere Pynchon: «Sia io che Pynchon – e non lo conosco – ci occupiamo entrambi di diversi aspetti degli stessi problemi» disse Gaddis. «Dubito che il mio lavoro abbia avuto una qualche influenza su di lui; il suo di certo non ha in alcun modo influito sul mio».

A un certo punto, sulla scena di questa farsa dietrologica, irrompe un nuovo personaggio. Si chiama Don Foster, uno studioso di Shakespeare del Vassar College. Dopo due anni di lavoro, presenta prove a suo parere “inoppugnabili” che dimostrano come Wanda Tinasky altri non sia che il poeta Tom Hawkins, uno che peraltro aveva l’abitudine di travestirsi prima di uscire di casa… Hawkins, laureatosi in letteratura inglese nel 1950 all’Università di Washington, oltre a pubblicarsi da sé le proprie poesie, ha lavorato alla Boeing (come Pynchon), alla radio e alle poste. Lettore entusiasta di Le perizie, all’inizio degli anni Sessanta scoprì la fanzine messa su da jack green e fu tra quanti si convinsero che Gaddis e jack green fossero la stessa persona (una teoria che Wanda Tinasky, come abbiamo visto, farà sua). Assieme alla moglie Kathleen, Hawkins si trasferì nella Contea di Mendocino, nei pressi di Fort Bragg (come Wanda), dove la coppia visse fino a quando, nel 1988, Tom, forse sotto l’effetto dell’oppio che coltivava nel suo orto, uccise la moglie a randellate, ne trasportò il corpo dentro casa e lo vegliò per due giorni; poi diede la casa alle fiamme, prese l’auto di Kathleen e si diede la morte precipitando in un dirupo di duecento metri a Bell Point.

È il finale tragico di una storia comica. Ma anche con Le perizie è così. Si apre il giorno di Ognissanti con la morte di una donna il cui corpo verrà canonizzato come conseguenza di un errore ridicolo e finisce la domenica di Pasqua quando, invece della resurrezione, un organista devoto – Stanley, il bravo ragazzo devoto che fa da contrappunto a Wyatt – viene seppellito dal crollo di una chiesa. Lo stesso Gaddis ha detto:

Be’, volevo che fosse un lungo romanzo comico. È stato molto frustrante quando uscì e nelle tantissime recensioni continuava a comparire quel termine tremendo: erudizione. […] io volevo che fosse un lungo romanzo comico in linea con la grande tradizione. 

Chiudi